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CIBO GLOBALE

Rapporto con la natura e condivisione del cibo, la ricetta contro il degrado di Jacques Attali

Lo sostiene l’economista francese in “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”. Che possiamo modificare, salvando la Terra. E noi stessi

Il cibo ci accomuna tutti, in ogni popolo, ovunque nel mondo, in qualsiasi epoca. Anche quella che stiamo vivendo. E che è al centro di un’analisi dettagliata, ricchissima di dati e spesso impietosa, di Jacques Attali, l’economista francese, consigliere speciale dell’allora Presidente della Repubblica francese François Mitterrand, primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, alla guida della Commissione per la liberazione della crescita nel Governo Nicolas Sarkozy, “scopritore politico” dell’attuale Presidente Emmanuel Macron, e autore del volume “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”. Un’affascinante storia dell’alimentazione, dagli albori ai giorni nostri, su che cosa e come si è mangiato nelle varie epoche e nei popoli più disparati, dei legami tra il cibo, i riti e le religioni, su come la tavola e la conversazione si sono unite in modo straordinario, di quando sono nati osterie, ristoranti e caffè, e come economia, globalizzazione e industria hanno influenzato e sono state influenzate dall’alimentazione.
Ma Jacques Attali, professore di economia all’Università di Parigi-Dauphine e fondatore di PlaNet Finance, Ong per la diffusione della microfinanza nei Paesi in via di sviluppo, è sempre rivolto al futuro. Un futuro drammatico da molti punti vista, sostiene nel volume che dedica al cibo (Edizioni Ponte alle Grazie, giugno 2020, pp. 366, prezzo di copertina 20 euro), se l’umanità procederà nella direzione che sembra aver intrapreso, tra lo sfruttamento incosciente delle risorse del pianeta, un’alimentazione sempre meno sana e, non ultima, la definitiva perdita della convivialità e del gusto dello stare a tavola. Ma Attali, non è né pessimista né fatalista: prevedere il futuro significa poterlo modificare, e l’economista propone nuove vie da seguire. “Dipende da noi. Salvare la Terra e salvare noi stessi, mai come in questo caso, sono una cosa sola”.
Prima però, il viaggio nel tempo attraverso il cibo di Attali, riporta indietro fino alla comparsa dei primi ominidi, alla scoperta del fuoco e della caccia. E prosegue con l’abbandono del nomadismo e lo sviluppo delle prime forme di coltivazioni diversificate per aree geografiche - dal grano in Europa al riso in Asia - e dell’allevamento di bestiame, della nascita delle comunità per la gestione delle risorse disponibili e della loro distribuzione. Con il cibo che diviene il fulcro delle relazioni sociali, evolvendosi “all’unisono con il linguaggio e la scrittura ... Fin dalla sua nascita il linguaggio è inseparabile dal mangiare. Il cibo è argomento di conversazione e al tempo stesso il pasto è un’opportunità per dialogare”, scrive l’autore. Protagonista di banchetti e celebrazioni, aggregatore di consenso verso i regnanti, rito che richiede cuochi e ricettari sempre più sublimi. Da qui, e dai prodotti di ogni territorio, lo sviluppo delle cucine tipiche di ogni Paese, ma anche delle diverse religioni, dalla dieta vegetarian buddista al rapporto tra la parola e l’alimentazione nell’ebraismo, passando per i digiuni cristiani e dell’Islam. Banchetti, che, accanto al perfezionamento delle colture e degli allevamenti, rappresentano un tratto comune tra greci, etruschi e romani, fino all’esaltazione massima del cibo nel Rinascimento italiano, e “nel successivo predominio della cucina francese”. Con l’avvento dell’estetica il cibo si trasforma in arte, arricchito dai nuovi prodotti scoperti in America, dal caffè al pomodoro, dal cioccolato alla canna da zucchero, mentre aumenta il divario tra la tavola dei ricchi e quella dei poveri. È solo con l’emergere della borghesia, che la cucina si semplifica, guardando ai prodotti del territorio, e portando alla nascita delle prime taverne, le cui tavole “democratiche” si contrappongono a quelle del potere. Ma l’avvento del capitalismo, per Attali, porta ad un’involuzione, per la diffusione di alimenti industriali di bassa qualità a poco prezzo, e per i pasti sempre più frugali. Uso della chimica, Ogm, fast food, diete, cibo confezionato, e, per contro, la scomparsa dei pasti in famiglia, la sovrapproduzione e gli sprechi, fanno il resto in termini di standardizzazione e cattiva alimentazione, mentre la popolazione mondiale aumenta. Solo l’Italia sembra salvarsi secondo l’autore, convinto che la ricetta contro il degrado sia un rapporto più consapevole con la natura e la riscoperta della condivisione del cibo. Un ritorno alle origini, in buona sostanza.

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