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Sette/corriere Della Sera

Confiscati .. Lotta alla mafia: come vengono gestiti i beni... Sono migliaia, dallasicilia al’Alto Adige (sì, proprio così). Immobili, terreni, aziende. Tutto sequestrato ai boss e rassegnato “a fin di bene. Ma non è facile riutilizzarli, fra famiglie dei padrini in galera che mettono i bastoni tra le rutote e una burocrazia non sempre all’altezza... Il mattone è la grande passione degli italiani? Figuriamoci dei boss, che ogni anno sono alle prese con il problemino di ricidare 90 miliardi di euro, più di 4 Finanziarie messe insieme. Case, terreni e ville sono da sempre le solide realtà offerte dall’immobiliare mafia e camorra. Ma hanno un difetto, danno nell’occhio. E infatti le cosche hanno cominciato a diversificare il loro portafoglio. A Militello, vicino a Catania, stava per nascere un parco eolico grazie alla preziosa opera di Mario Giuseppe Scinardo, uomo di fiducia del dan Rampulla. A Bagheria il polo oncologico d’eccellenza “Villa Santa Teresa” è stato tirato su da Michele Aiello, il Re Mida della sanità siciliana, ripulendo i soldi di Bernardo Provenzano. La famiglia di Gioacchino Campolo, sempre re ma dei videopoker, aveva investito sì nel mattone ma all’estero, Parigi, rue Saint Honoré 243. Vicino a Siena, invece... Ecco, per capire come per la mafia le strade del riciclaggìo siano sempre infinite basta scorrere le tabelle dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Più di 10 mila voci, 10.919 per la precisione. Dai tentacoli della piovra sono tornati nelle mani dello Stato case e terreni. Ma anche società, alberghi, resort, aziende agricole. Da maggio, quando è stata creata l’agenzia guidata dal prefetto Mario Morcone, 162 beni sono stati assegnati ad associaziorn e cooperative che hanno, come stabilisce la legge, finalità sociali, di sicurezza, di soccorso e di volontariato. La casa di Bernardo Provenzano, a Corleone. è stata trasformata nella bottega dei sapori dove vengono venduti i prodotti delle terre tolte alla mafia, dal vino della cooperativa Placido Rizzotto alle melanzane a filetti in olio di Libera. A Napoli, Le Gloriette - la villona di Michele Zaza con piscina, parco e neravigliosa vista sul golfo - diventerà un centro per ragazzi disabili. A Cinisi, la casa dei Cento passi è andata all’associazione Impastato per farne un centro sociale e una bibiioteca. Un risarcimento alla memoria visto che proprio dietro quelle finestre di corso Cavour 183 Tano Badalamenti diede l’ordine di uccidere il giovane Peppino. Ma dietro le grandi operazioni simboliche ci sono centinaia di garage, appartamentini e società che torneranno finalmente in mani pulite. Una sfida, un esempio, un segnale di fiducia per il futuro. Ma anche un mucchio di problemi da risolvere: “Il bene”, spiega il prefetto Morcone, “va assegnato sulla base di un progetto concreto e non solo perché c’è qualcuno che ha fatto domanda e lo vuole prendere”. Sembra scontato ma prima non sempre andava così. Lo dimostra il fatto che proprio in questi giorni il comune di Palermo stia chiedendo indietro una serie di immobili affidati senza troppi controlli. “Altro requisito essenziale è l’immediata disponibilità della struttura”, aggiunge il prefetto, che al ministero dell’Interno ha diretto il dipartimento dei vigili del fuoco e quello dell’immigrazione. Anche questa sembra una banalità ma non lo è. Il 42% dei beni confiscati alla mafia è sotto ipoteca bancaria e quindi più difficile da utilizzare subito in un altro modo. Non è una coincidenza ma una precisa strategia dei boss per tutelare i loro affari. In alcuni casi a impedire l’immediata disponibilità di cui parla il prefetto c’è poi un altro ostacolo, l’occupazione. A Isola Capo Rizzuto, in Calabria, l’ordine dei geometri sta lavorando per segnare i confini dei terreni confiscati alla famiglia Arena. Gli eredi del boss Carmine, ucciso nel 2004 a colpi di bazooka, sono ancora da quelle parti e le cose non sono sempre filate lisce. Proprio su queste terre, simbolicamente, l’agenzia per i beni confiscati ha organizzato il 24 settembre un convegno con i ministri dell’Interno e della Giustizia, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Occasione per fare il punto sulle assegnazioni da decidere nei prossimi mesi, soprattutto alberghi: l’Hotel San Paolo a Palermo, il Sigonella Inn (vicino alla base americana, con l’aggiunta di 205 casette affittate ai soldati Usa), il Lido dei Ciclopi di Aci Castello. E anche il castello di Miasino, splendida struttura dì fine ‘800 con un parco di 4 ettari vicino al lago d’Orta che viene utilizzato per convegni e matrimoni. Il castello è stato confiscato al boss della camorra Pasquale Galasso ma la famiglia, uscita dalla porta, è rientrata dalla finestra e partecipa alla gestione della struttura. Una zona d’ombra sulla quale l’agenzia è già intervenuta chiedendo la revoca del contratto. E le banche complicano le cose. Il capitolo più complicato, però, riguarda le aziende. La Riela group, ditta di trasporti a Catania, è stata confiscata alla famiglia Riela perché collegata al clan Santapaola. Gli affari andavano bene ma dopo la confisca e il commissariamento sono cominciate le difficoltà. Diversi clienti, anche grandi, hanno preferito rivolgersi ad altre aziende, forse non solo per ragioni commerciali. Anche i costi sono saliti perché la gestione pubblica ha fatto emergere la gran massa di lavoro nero utilizzata prima. Capita spesso. Come spesso a complicare le cose ci si mettono le banche, che dopo la confisca chiedono il rientro dei fidi e chiudono il rubinetto del credito. Dice il prefetto Morcone: “Non possiamo permettere che un’azienda rischi di scomparire dopo essere stata tolta dalle mani della mafia. Che segnale diamo?”. Per questo l’agenzia vuole creare un fondo di garanzia che sostenga le iniziative degli amministratori giudiziari nei momenti più difficili e difenda i posti di lavoro di chi con le cosche non c’entra nulla. Per creare il fondo sono già stati avviati i contatti sia con l’Abi, l’associazione delle banche italiane, sia con la Fondazione per il Sud, che raggruppa le fondazioni bancarie. Non solo. L’idea è quella di accompagnare le aziende nella prima parte del loro percorso di risanamento fino a quando saranno in grado di camminare da sole. A svolgere questo
ruolo di “tutor” potrebbero essere le grandi associazioni del settore, da Confindustria a Confcommercio, passando per la Lega nazionale delle cooperative. E magari qualche personaggio conosciuto, come Gianfranco Vissani, che ha già dato la sua disponibilità, visto che i boss si sono occupati anche di ristorazione. Ma a volte sono le stesse amministrazioni pubbliche a complicare le cose. Toscana e Sicilia stanno litigando sulla gestione della tenuta di Suvignano, 680 ettari vicino a Siena, 13 case coloniche, una chiesa, 1.800 pecore e 200 maiali, naturalmente di cinta senese. La Toscana dice che la tenuta è nel suo territorio,la Sicilia ribatte che i soldi sono stati tolti ai suoi cittadini visto che il tutto era di Vincenzo Piazza, il tesoriere di Bernardo Provenzano. “Riusciremo a trovare un accordo, è una piccola rivendicazione”, minimizza Morcone che da prefetto di lungo corso ha una certa esperienza nel ramo. Certo, serve diplomazia per mettere tutti d’accordo. Ma non solo: ecco il messaggio che il direttore dell’agenzia spedisce a Vittorio Sgarbi, sindaco del paesino siciliano di Salemi: “Ci aspettiamo che decida rapidamente la destinazione dei 70 ettari confiscati alla mafia sul suo territorio. C’è da tempo una richiesta fatta dalla Fondazione San Vito onlus di don Francesco Fiorino. Quanto tempo dobbiamo aspettare ancora?”. Per aiutare questi progetti di rinascita ci sono 91 milioni di euro a disposizione. Finora ne sono stati utilizzati 24. Gli altri aspettano uomini (e idee) di buona volontà.

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