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Sette / Corriere Della Sera

Una nuova cantina da archistar per dare più energia al vino ... Dopo oltre 600 anni la nobile famiglia fiorentina trasferisce gran parte dell’azienda in un nuovo edificio. Un tempio interrato con opere d’arte en plein air ... A Bargino in Chianti dai Marchesi Antinori ... I n questa stagione le belle giornate sono addirittura spettacolari, in Chianti: fra foliage toscano, le vigne spogliate dall’uva che segnano il profilo delle colline, i contadini attorno agli olivi con le reti a completare la raccolta che porta all’olio “novo”. Poco dopo il Bargino, a mezz’ora da Firenze, sulla strada che da San Casciano va verso Colle Vai d’Eisa, l’antica Cassia, un lungo muro di cotto rossastro è stato tirato su dalla parte sinistra. Sopra, sale il declivio coperto di filari. E continua fino alla cima del colle. Solo spostandosi un po’ verso la valle si scorge la striscia fine di una vetrata, poco sopra la mezza costa. Una fessura, che non altera il paesaggio. L’unico indizio che lì sotto sorge una struttura enorme: l2mila metri quadri di cantina, altri 6.6oo di uffici, un’area aperta al pubblico di altri 8mila. E la Cantina del Chianti Classico, dalla fine di ottobre il nuovo cuore di un’azienda secolare, quella dei marchesi Antinori, “‘vinattieri” da ventisei generazioni. 11 segnale, anche, di una svolta “verde”: “Meglio, diciamo sostenibile”, precisa Albiera Antinori, figlia di Piero, l’uomo che negli ultimi decenni ha rilanciato l’azienda portando sul mercato etichette dal successo mondiale come Solala e Tignanello: “Nel senso che non ci limitiamo a puntare sul risparmio energetico ma badiamo anche ad altri aspetti: quello estetico, quello ambientale e anche la vivibilità del luogo di lavoro perché non bisogna dimenticare che qui sono impiegate centoventi persone”. Barricaie in profondità. Una struttura imponente che viene a sostituire la cantina storica degli Antinori, nel cuore di San Casciano, che produrrà 2,5 milioni di bottiglie e che è stata progettata dall’architetto Marco Casamonti, fondatore dello studio Archea Associati e recente autore (per l’editore Motta) di un volume intitolato proprio Cantine. Lì vengono illustrati e raccontati le numerose incursioni nel settore delle cosiddette archistar, in Italia e nel mondo: per restare solo in Toscana, c’è La Petra di Mario Botta per li gruppo Moretti, Rocca di Frassinello disegnata da Remo Piano per Paolo Panerai, Campo di Mare a Castagneto Carducci progettata per i Folonari da Jean-Michel Wilmotte, Ca’ Marcanda di Giovanni Bo per Gaja e, ancora in fase progettuale, Campo di Sasso di Lodovico Antinori, fratello di Piero, uno degli ultimi lavori di Gae Aulenti. Strutture affascinanti, monumenti per un turismo in gran crescita, quello eno-gastronomico. Ma il Bargino degli Antinoti è qualcosa cli diverso: minimo l’impatto esterno, le volte e i volumi giganteschi sono tutti scavati nel cuore della collina, sopra i tre livelli del complesso il terreno — quattro ettari — continua a essere coltivato a vite e olivi. “La vigna soprastante fa sì che ci sia una minore dispersione di temperatura”, osserva Albiera, forte anche dell’adesione alla Carbon Foot Print, la certificazione ministeriale che calcola il carbonio disperso nell’ambiente: “Tornando alla nostra attenzione per li risparmio energetico, teniamo conto che le barricale in profondità permettono di dover usare meno energia per mantenere la temperatura costante. Di sicuro, la stessa superficie di edificio costruita, con pannelli isolanti fuori terra, come capannone in un’area industriale, consumerebbe molto, molto di più”. Meta d’elezione. Albiera, delle tre figlie di Piero, è quella che segue da vicino le strutture dell’azienda, negli ultimi dieci armi ha curato la creazione di almeno sette nuove cantine: “All’inizio curavamo solo gli aspetti tecnico-funzionali, poi siamo passati a tener conto anche della combinazione fra questi e l’estetica. Ora stiamo facendo un passo ulteriore puntando ai massimi livelli di sostenibilità. Certo, bisogna combinare esigenze diverse, col proprietario che si trova spesso in mezzo fra l’enologo e l’architetto”. Bargino, ovviamente, diventerà un’altra delle mete d’elezione per i turisti del vino. Qui, se ne prevedono centomila l’anno e infatti è stata molto curata anche la parte didattica e dell’accoglienza: c’è un ristorante, le sale di degustazione, un notevole auditorium, e poi libreria, installazione cli arte contemporanea, biblioteca e una raccolta cli documenti antichi, pitture e modellini a illustrare la storia e la realtà attuale dell’azienda. “La cantina è aperta al pubblico. Anche se, a differenza della maggior parte dei casi, qui non c’è interferenza fra visitatori e processi di lavorazione”, spiega Albiera, guidando per il labirinto sotterraneo, fra corridoi sospesi sopra le botti e la cantina dove invecchia il vinsanto che dà l’idea cli entrare in un tempio zen. I materiali impiegati per costruire la cantina si riducono a quattro: vetro, legno, cotto in due gradazioni di colore e acciaio korten, quello rossiccio e non trattato lisciando la superficie. È quel che ha colpito una signora del paese, quando - primi fra tutti - gli abitanti del Bargino sono stati invitati a visitare la cantina: “Tutto bello, bellissimo. Perccato sia già arrugginito”.

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