02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

Sette / Corriere Della Sera

L’allenatore sempre
in campo.
Anche tra i filari
Ha guidato tante squadre. Poi, nel 2003, ha compratola
terra, tre anni dopo ha piantatole prime viti, oggi produce
Valpolicella e Recioto. Aspettando che “maturi” l’Amarone ... Sempre caro gli fu quest’ermo
colle. E questa vigna, che è
come una figlia, infatti il nome
è formato dalle prime lettere di
quelli delle donne più importanti della sua
vita, Giulia e Valentina. La Giulia, l’azienda
vitivinicola di Alberto Malesani, è quassù,
sali da Montorio seguendo i tornanti dove i
filari, da una parte e dall’altra, circondano il
nastro d’asfalto, direzione Castello, alla chiesetta
svolti a sinistra e scendi leggermente.
Comune di Verona, località Trezzolano, 380
metri d’altezza. C’è un bel vento che spazza
le nubi, si vede il monte Baldo e più vicine
le alture della Lessinia. “Io sono nato proprio
qua sotto, a Montorio, e abito laggiù”,
indica un punto, più in là, nella pianura,
Alberto Malesani, 60 anni il 5 giugno, accarezzando
l’acciaio del cofano del suo trattore
Carraro. Forse, duemilacinquecento anni
fa, allo stesso modo Cincinnato sfiorava con
delicatezza il legno del suo aratro. Eccolo, il
Cincinnato del pallone italiano, con tante
storie da raccontare. Di calcio, certo, perché
è uno dei tecnici più conosciuti e girovaghi:
Chievo, Fiorentina, Parma, Verona, Modena,
Bologna, Genoa, Panathinaikos, Siena, Empoli,
Palermo, Sassuolo, ultimo domicilio
conosciuto. “Sono arrivato che cominciava
un ciclo terribile, mi hanno esonerato quando
c’erano le partite che potevamo giocarci”. Lo dice senza polemica, non è il tipo.
Alberto Malesani non è il primo allenatore/
giocatore/dirigente a mettere su una vigna,
ma nessuno però l’ha mai curata e la cura
personalmente come lui, fino a consegnare
di persona i cartoni con le bottiglie. Gli
altri ci mettono il nome, talvolta la faccia. Si
fanno fotografare con il bicchiere in mano
per la pubblicità. Poi spariscono lasciando
a parenti, amici, lavoranti la cura delle viti.
Alberto, invece, lo trovi sempre. Sale qui
anche la domenica, quando non lo richiamano
in qualche stadio, a curare la vigna, a
strappare le erbacce, a sistemare il deposito,
a controllare che nulla turbi il riposo delle
botti, a finire i lavori della bella casa che forma
il corpo centrale dell’azienda. “Abbiamo
spostato tutto noi”, afferma. Lui, le sue figlie Giulia e Valentina, l’enologo Lorenzo
Caramazza, bravo e competente, e Giacomo,
Il giovane apprendista di bottega che
gli dà ima mano. Un pezzo alla volta, tra una
panchina e l’altra. Con Alberto c’è un feeling
immediato, c’è un’elettricità coinvolgente.
“È un signore, mi ha incastrato con l’amicizia
”, racconta Lorenzo Caramazza, enologo
di lunga militanza ed esperienza.
La terra, gli amici e la diversità . Spesso,
anche a Parma dove ha raccolto i suoi più
importanti successi, lo hanno accusato di
tornare troppo spesso a Verona o di non
avere il sacro fuoco di certi suoi colleghi,
quelli che pensano, masticano, vivono con
Il pallone venticinque ore al giorno. Ma
l’amore per questa terra e per gli amici di
una vita rappresenta proprio la sua diversità,
quella di un allenatore per cui Il mestiere
è importante, ma mai a scapito di un antico
legame, con gli uomini e/o con la terra. Un
tema che ritorna sempre, nella sua etica.
Una volta, in un’intervista, fece questo paragone:
“Io vengo da un mondo dove devi
rimboccarti le maniche, dove ogni mattina
devi portare a casa un raccolto. Ho sempre
lavorato perché mi piace farlo. Ho sempre
faticato perché senza fatica non so stare.
Nel pallone è lo stesso: ogni domenica devi
portare a casa un raccolto”. Mentre racconta,
qui tra le botti, nella zona degustazione,
affetta una strepitosa soppressina della
Lessinia, un bel salame che stava appeso al
muro con tanti suoi fratelli. Alberto è sempre
stato un allenatore sui generis. Quando
si rivelò, alla Fiorentina, si presentava in
panchina con i bermuda (era settembre,
faceva ancora caldo) e così gli chiesero se
avesse anche i pantaloni con le “pene”. Ce
li aveva, ce li ha, ma preferisce una comoda
tuta, anche perché deve andare in campagna.
Ha comprato queste terre nel 2003. “E
nel 2007 abbiamo messo le vigne”. La bella
Valentina lo corregge: “No, 2006, era l’anno
della mia laurea”.
Sono 9 ettari, con 60/70 quintali di grappoli
per ettaro, “che poi si riducono con
l’appassimento perché facciamo tutto in
cassetta”. La produzione, al massimo, sarà
di 40 mila bottiglie, adesso è al 50%, 20
mila. Parliamo di Valpolicella doc e di Valpolicella
Superiore: quest’ultimo si chiama
il Rientro. Il nome, Alberto l’ha preso dal
calcio. “Perché nel mio mestiere l’ho usato
tante volte, perché è fondamentale: senza
giocatori che rientrano non vai da nessuna
parte”. Quando hanno fatto la prima degustazione,
Alberto ha detto al suo enologo:
“Senti come rientra...”. Ecco qua: il “Rientro”. Terzo vino: Il Recioto, per molti Il vero
vino di Verona, vino da dessert, ma non
solo. L’Amarone viene da qua. “Dal recioto
“dimenticato”, perché non hanno bloccato
la fermentazione. Io mantengo inalterato il
discorso dell’appassimento, le nostre uve
sono queste”.
La grande attesa. L’Amarone sarà Il cerchio
del sogno che si chiude. A proposito, in
questo momento riposa in barrique. È quello
del 2012 che verrà presentato al Vinitaly
2015 e sarà pronto per la tavola nel settembre
2015: 4.000 bottiglie. “Nel 2013 saranno
6.000”, aggiunge Caramazza. L’Amarone è
Il vino da cui tutto è partito. Come spesso
succede quando si cerca di realizzare un sogno
c’è un momento da cui tutto parte. “Il
mio primo bicchiere è stato un bicchiere di
Amarone: è nato tutto da lì. Mi sono sempre
detto: prima o poi voglio fare lAmarone. E,
ormai, ci sono quasi arrivato”. Le terre dove
è cresciuto. La seduzione
e le esperienze
in Francia. Alcune
unendo l’utile al dilettevole.
“Come quella
volta che con il Parma
giocammo a Bordeaux
e andai a visitare una
cantina e scoprii che,
sulle ostriche, bevevano il vino rosso”.
La Francia ha un’importanza capitale. Alberto
è andato a lezione dai francesi. Si
dichiara innamorato dello “champagne
umile, ma non per fare lo sbruffone, per
esperienza, per averlo provato”. Champagne
a due ruote, pedali e maison poco conosciute,
ma di grande pregio. “lo e i miei
amici abbiamo preso le bici e siamo andati
a girare nella zona di Reims”. Visitando
quelle cantine, vedendo la cura che gli artigiani
della Champagne mettevano nel creare
il vino più famoso del mondo. Confessa:
“Se avessi potuto l’avrei fatta là, la cantina,
dove c’è una grande scuola e soprattutto un
sistema che noi non abbiamo. Là ci sono
piccole cantine accanto alle grandi maison,
diverse eppure rispettate. Non c’è invidia,
non ci sono ripicche, ognuno fa il suo e un
buon prodotto trascina l’altro. Sono stato
anche alle vendemmie. È come deve essere
prodotto il vino. Il vino, per me è nobile e povero. Per tradizione
e cultura, deve essere
aggregante, prima
per chi lo produce e
dopo per chi lo beve”.
Il vino, con le parole e
con l’entusiasmo di Alberto
Malesani diventa
coinvolgente, come
una squadra che gioca un bel calcio. “Il vino rispecchia
l’essere umano. Io giro tra le viti
e ogni volta mi sorprendo a scoprire
che ogni piantina è diversa
dall’altra. Sono separate da 70
centimetri, eppure sono diverse.
È un mondo bellissimo”.
Tutto biologico, tutto naturale.
Ha preso un altro ettaro di
vigneto. “Quello della Scaglia
Bianca. Ci darà soddisfazione”.
La passione per la terra adesso
si declina anche nell’olio d’oliva
che assaggiamo con il pane
fresco e i grissini. La soppressina
della Lessinia se n’è andata
in fretta. Questo è solo l’aperitivo perché il
pranzo (molto in là, alla spagnola) ci aspetta
giù, a Verona, in uno degli “uffici” cittadini
di Malesani, l’enoteca Zero 7. L’altro è il
Pompiere, dietro piazza delle Erbe, che ha
preso il nome dal vigile del fuoco che lo fondò
e forse anche perché spegne ogni appetito
con i suoi taglieri di salumi e formaggi
e i suoi risotti. A questo punto, dopo tanto
rosso, ci vogliono un po’ di bollicine. Uno
champagne, ovviamente. Alberto Malesani
vede lontano: <4’ra trent’anni sarà una grande
azienda, ma io non ci sarò. “Ci saremo
noi”, lo prende in giro Valentina.
Il calcio gli piace sempre, ne parla con passione,
ha ancora voglia di allenare e se lo
chiameranno Cincinnato mollerà l’aratro
e si siederà in panchina. Ma la sua fortuna
è che il calcio non è mai stato totalizzante
nella sua vita. È uno dei pochi allenatori con
cui puoi andare a cena senza che ti rovini la
digestione con tattiche e rimpianti. Quando
venne esonerato dal Parma non rilasciò interviste,
dando appuntamento a tutti a fine
campionato. Dove? In un ristorante di pesce
di Verona, l’Oste Scuro. Con Alberto la compagnia
è assicurata e la buona tavola una
garanzia. È contento di quello che ha fatto,
di quello che è, di dove vive. “Nel calcio mi
mancano lo scudetto e la Champions League.
Li vincerò con il vino”. E qui, per vincere,
non serve la tattica. Basta la passione.

Copyright © 2000/2018


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2018

Pubblicato su

Altri articoli