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OLTRE LE QUERELLE

“Sistema” Prosecco, locomotiva del vino italiano, in cerca di una nuova sinergia tra denominazioni

Tra Prosecco Doc, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e Asolo Prosecco Docg, si muovono 750 milioni di bottiglie per oltre 3,5 miliardi di euro
ASOLO, CONEGLIANO VALDOBBIADENE, PROSECCO, PROSECCO DOC, vino, Italia
I vigneti di Conegliano Valdobbiadene, del Prosecco Doc e di Asolo

Dal 2009, quando il mondo Prosecco ha trovato la sua nuova formula, con l’istituzione della Doc Prosecco, della Docg Conegliano Valdobbiadene Prosecco e della Docg Colli Asolani Prosecco o Asolo Prosecco (così come da decreto del 17 luglio 2009), il grande territorio veneto, allargato al Friuli Venegia Giulia per comprendere la frazione di Prosecco, nel Comune di Trieste, ancoraggio geografico per la tutela delle denominazioni Europee (che proteggono l’origine del vino, e non il vitigno), è diventato locomotiva economia dell’Italia enoica, traino dell’export (che continua a crescere a doppia cifra anche nel 2022) e non solo. Le tre denominazioni, guardando ai dati di “Cantina Italia”, mediamente rappresentano il 10% delle scorte di cantina di vino dop italiane. Un volume di fuoco che, nel 2021, ha sfiorato i 750 milioni di bottiglie (di cui 627,5 di Prosecco Doc, 100 di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e 21 di Asolo Prosecco), per un giro d’affari complessivo stimato in oltre 3,5 miliardi di euro. Con i valori complessivi cresciuti in tutte le tre denominazioni. Ma come accaduto in tanti territori, una crescita così repentina e tumultuosa, in poco più di un decennio, non è stata e non è semplice da governare, anche a livello comunicativo, perchè intorno al nome “Prosecco”, che ormai è un brand di caratura mondiale, famoso quanto lo Champagne e spesso diventato, non per sua volontà, sinonimo di spumante made in Italy, si articolano realtà anche molto diverse.
C’è il sistema di Conegliano e Valdobbiadene, con le sue Colline Patrimonio Unesco, la sua viticoltura eroica, le “Rive”, che la raccontano al meglio, ed il “cru” di Cartizze, fazzoletto di terra da cui nascono poche bottiglie di bollicine che ormai hanno quotazioni pari a tanti grandi rossi italiani. C’è la grande Doc “di pianura”, locomotiva che, con la forza dei numeri, ha diffuso nel mondo, come non mai, il nome “Prosecco”. E c’è “l’enclave” Docg di Asolo, che ormai da tempo ragiona con numeri da grande denominazione, e protagonista di una crescita qualitativa sempre più testimoniata dalla critica internazionale. Tre realtà diverse, eppure legatissime (sono tantissime le cantine ed i produttori che insistono sulla Doc e in almeno una delle due Docg, se non in entrambe), capaci, spesso, di muoversi unite soprattutto sul fronte della tutela internazionale (come racconta il caso, ancora non chiuso, del “Prosek” croato). Ma i cui territori e Consorzi, non raramente, sono agitati da polemiche interne, come successo di recente, sull’utilizzo di questo o quel termine, come “Superiore” o di questo o quello strumento, nel racconto delle denominazioni e così via (come “Anteprima Prosecco”, marchio che il Consorzio Prosecco Doc ha ritirato, ndr). Talvolta, da osservatori, difficili da comprendere, tanto da sembrare dettate più da “fughe in avanti” di qualche singolo, che da reali esigenze o difficoltà.
Questo non vuol dire, ovviamente, che non sia positiva una discussione virtuosa su una diversa e migliore organizzazione della comunicazione, magari anche regolamentata dall’interno, in maniera condivisa, in un percorso comune che, dalla stragrande maggioranza dei produttori, è voluto ed auspicato. A beneficio di un “sistema Prosecco” che riunisce centinaia di aziende, viticoltori e produttori di vino, che portano nel mondo, con successo, la bandiera del made in Italy.

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