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Su origine dei prodotti alimentari serve etichettatura comune a tutti i Paesi dell’Ue, per tutelare consumatori e produttori. Nel Workshop Assolatte è l’opinione condivisa con Federalimentare e con Commissario Agricoltura del Parlamento Ue De Castro

Il bisogno di un’etichettatura degli alimenti chiara che tuteli la salute del consumatore e che sia allo stesso tempo di supporto alle imprese italiane per il commercio dei loro prodotti, è un’esigenza che riguarda l’Europa intera, non solo l’Italia. Il rischio che regole differenziate e incoerenti confondano gli utenti e mettano in situazione di svantaggio i produttori italiani rispetto a quelli esteri è tangibile ed è trapelato chiaramente nel workshop economico organizzato da Assolatte, l’associazione italiana lattiero-casearie, negli interventi di Federalimentare, della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo e di Assolatte.
“Federalimentare intende impegnarsi assieme a tutte le forze che condividono lo stesso principio - ha affermato Luigi Scordamaglia, presidente Federalimentare - affinché si giunga nel più breve tempo possibile ad una disciplina europea sull’origine di tutti i prodotti alimentari. Solo ciò consentirà di porre fine a regole incoerenti e differenziate da Paese a Paese che non tutelano il nostro consumatore né le nostre aziende nei confronti dei prodotti finiti provenienti da altri Paesi senza alcuna indicazione e che finiscono sugli scaffali italiani. L’atteggiamento pilatesco di una Commissione incapace di svolgere il proprio ruolo su questa materia deve finire”.
Anche Paolo De Castro ha confermato che l’attuale spezzettamento legislativo non aiuta il mercato alimentare: “le normative nazionali sull’obbligo di origine in etichetta sono utili come sprone, come sollecitazione a che l’Europa faccia. Ma se diventano una regola sono un problema e oggi assistiamo appunto a una proliferazione - ha sostenuto de Castro - con oltre 8 diversi Paesi che hanno introdotto norme nazionali una diversa d’altra. Le varie normative nazionali sull’etichettatura stanno mettendo in discussione il mercato unico europeo e devono essere rapidamente sostituite da un Regolamento europeo valido per tutti. Bisogna che il Consiglio europeo dei Primi Ministri si attivi e arrivi a definire una proposta legislativa”.
Assolatte, dal canto suo, augurandosi che si possa trovare presto una soluzione corale e condivisa fra le varie istituzioni in gioco, ha denunciato le difficoltà incontrate dalle aziende lattiero-casearie quando il 19 aprile 2017 è entrato in vigore il decreto che ha introdotto in Italia l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte. “La proliferazione di iniziative nazionali circa la regolamentazione dell’etichettatura di origine - ha riferito Giuseppe Ambrosi, presidente Assolatte - sta diventando deleteria per il mercato europeo: bisogna fare squadra con le istituzioni nazionali e comunitarie per far sì che si arrivi presto ad una normativa armonizzata. Siamo a favore della trasparenza e della corretta informazione di tutti i consumatori e per questo stiamo lavorando affinché l’origine in etichetta diventi un obbligo europeo, ma abbiamo forti perplessità - ha ammesso Ambrosi - sulla normativa italiana che ha introdotto l’indicazione dell’origine del latte in etichetta, una fuga in avanti che mette a dura prova la competitività delle aziende italiane e rischia di confondere i consumatori”.

Il problema riguardo al decreto, secondo Ambrosi, è duplice: riguarda sia le conseguenze del decreto, che la sua attuazione. “L’obbligo infatti non si applica alle aziende degli altri Paesi, che possono continuare a portare in Italia i loro prodotti senza dare alcuna indicazione. Riteniamo che la norma così com’è penalizzi fortemente le aziende che producono in Italia, compromettendo la competitività dei nostri prodotti lattiero caseari. Il quadro è ancor più sconcertante se si guardano le tempistiche e le modalità di uscita della norma. Il Decreto è apparso fin da subito poco chiaro ed è stato necessario pubblicare diverse circolari interpretative che non hanno sciolto tutte le riserve. Le aziende hanno avuto solo tre mesi di tempo per adeguare le confezioni: un tempo troppo breve per smaltire i prodotti in magazzino che ha portato ad un aumento sensibile degli sprechi. In più gli sforzi fatti e i costi sostenuti sono vani considerando la temporaneità della norma: le disposizioni contenute nel decreto si applicano solo per tre anni”.

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