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GEOPOLITICA

Ucraina, nei colloqui telefonici tra Erdogan e Putin i corridoi per liberare l’export di grano

Da Kiev il 10% degli scambi mondiali di grano, da cui dipende la sicurezza alimentare di Paesi come Egitto, Libano e Yemen
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Un campo di grano in Ucraina (ph Polina Rytova via Unsplash)

Con l’Ucraina che rappresenta da sola il 10% degli scambi mondiali di grano, l’apertura di corridoi di pace per l’export rappresenterebbe un segnale importante per frenare la corsa dei prezzi dei cereali, e rifornire i Paesi più poveri, dove la chiusura degli scali rischia di provocare rivolte e carestie. Così la Coldiretti commenta il nuovo colloquio telefonico tra il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha avuto tra gli argomenti caldi la creazione di corridoi sicuri per esportare il grano ucraino attraverso il Mar Nero. In questo modo - sottolinea la Coldiretti - si potrebbe liberare anche lo spazio nei centri di stoccaggio per accogliere i nuovi raccolti di grano in arrivo tra poche settimane, stimati in calo di circa il 40% rispetto alle attese, a causa della guerra. Proprio dai suoi scali l’Ucraina commercializzava prima della guerra il 95% del grano prodotto, secondo il Centro Studi Divulga

Peraltro, il blocco delle spedizioni dai porti del Mar Nero a causa dell’invasione russa ha alimentato l’interesse sul mercato delle materie prime agricole della speculazione, che si sposta dai mercati finanziari ai metalli preziosi come l’oro, fino ai prodotti agricoli, dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta, e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato, che trovano nei contratti derivati “future” uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto, a danno degli agricoltori e dei consumatori.

In questo scenario, il rischio carestia riguarda in particolare quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione, e risentono quindi in maniera devastante dell’aumento dei prezzi dei cereali causato dalla guerra. L’inevitabile indebolimento della produzione agricola ucraina e la paralisi dei porti del Mar Nero hanno sottratto - rileva Coldiretti - un bacino cruciale per l’approvvigionamento alimentare di vaste aree del pianeta. Russia e Ucraina rappresentano, sommate, poco più del 30% delle esportazioni di cereali, oltre il 16% di quelle di mais e oltre il 75% di quelle di olio di semi di girasole.

Tra i più dipendenti dalle esportazioni cerealicole russe e ucraine, ci sono il vicino Egitto che importa il 70% dei cereali dai porti del Mar Nero, il Libano circa il 75% e lo Yemen poco meno del 50%, e la situazione non è molto diversa in Libia, Tunisia, Giordania e Marocco. In molte di queste aree l’esposizione alle fluttuazioni di mercato si combina con l’incremento del costo statale dei sussidi per l’acquisto del cibo, che in questi contesti risulta una pratica molto diffusa. Il rischio - evidenzia Coldiretti - è che con l’aumento dei prezzi e della spesa pubblica, la coperta risulti sempre più corta e fette sempre più ampie della popolazione possano restare senza protezione, scatenando rivolte e proteste come quelle che hanno scosso lo Sri Lanka.

A livello globale la produzione mondiale di grano per il 2022/23 è stimata in calo a 769 milioni, per effetto della riduzione in Ucraina con un quantitativo stimato di 19,4 milioni di tonnellate, il 40% in meno rispetto ai 33 milioni di tonnellate previsti per questa stagione, ma anche negli Stati Uniti (46,8 milioni) e in India (105 milioni), secondo l’analisi della Coldiretti sugli ultimi dati dell’International Grains Council, che evidenzia invece una crescita del 2,6% della produzione di grano in Russia per raggiungere 84,7 milioni di tonnellate delle quali la metà destinate all’esportazione (39 milioni di tonnellate).

Un’emergenza mondiale che riguarda direttamente anche l’Italia, un Paese deficitario, che importa addirittura il 62% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti, il 35% del grano duro per la pasta e il 46% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame. In Italia il raccolto di grano è previsto quest’anno in forte calo e dovrebbe attestarsi attorno ai 6,5 miliardi di chili a livello nazionale su una superficie totale di 1,71 milioni di ettari coltivati fra grano duro per la pasta (1,21 milioni di ettari) e grano tenero per pane e biscotti (oltre mezzo milione di ettari).

“Bisogna invertire la tendenza ed investire per rendere il Paese il più possibile autosufficiente per le risorse alimentari facendo tornare l’agricoltura centrale negli obiettivi nazionali ed europei”, dice il presidente Coldiretti, Ettore Prandini, sottolineando che “nell’immediato occorre salvare le aziende agricole da una insostenibile crisi finanziaria per poi investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità ma serve anche contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica e le Nbt a supporto di produzioni e biodiversità contro i drammatici effetti dei cambiamenti climatici”.

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