Con sei tra le più importanti filiere dell’agroalimentare italiano - Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, pasta (Barilla), pomodoro (Mutti e Rodolfi), latte (Parmalat) e alici (Delicius, Rizzoli e Zarotti) - la “Parma Food Valley” ha registrato nel 2023 un fatturato al consumo di oltre 11 miliardi di euro. Un territorio che fa dell’export un fiore all’occhiello: circa 5 miliardi, pari al 44% del fatturato complessivo, derivano dalle esportazioni, con gli Stati Uniti che registrano la maggior crescita nell’ultimo anno (+21,7%). E tra i 5 prodotti gastronomici che meglio rappresentano il nostro Paese nel mondo, il 27% degli italiani cita spontaneamente una filiera della “Parma Food Valley”, all’interno di un territorio conosciuto dal 43% degli intervistati. E, in generale, più del 50% riconosce il valore di eccellenza dei suoi prodotti. Sono alcuni degli spunti emersi da una ricerca Ipsos su “Parma Food Valley,” il territorio rappresentato da Fondazione Parma Creative City of Gastronomy Unesco, costituita nel 2017, a seguito della nomina di Parma a Città Creativa Unesco per la Gastronomia.
Secondo i dati pubblicati da Upi (Unione Parmense degli Industriali), basati sui report Istat dei valori alla produzione, quello ducale rappresenta il 5% dell’intero export alimentare italiano, cifra che sale al 32% se riparametrata sull’Emilia-Romagna. E in una situazione geopolitica minacciata dai dazi, è possibile analizzare anche i Paesi più importanti. Se Francia e Germania sono ai primi due posti, nell’ultimo anno sono stati proprio gli Stati Uniti a registrare la maggior crescita sull’export con un +21,7% rispetto al 2023, seguiti dal Canada (+21,1%), Spagna (+19,1%) e Regno Unito (+15%). Più in generale, dal 2015 l’export della Parma Food Valley è sempre cresciuto, arrivando in 10 anni a sfiorare il +100%. Infine, dal punto di vista occupazionale l’agroalimentare parmense può vantare 1.052 aziende sfiorando i 15.000 addetti.
All’interno della “Parma Food Valley” le due Dop - 3,05 miliardi per il Parmigiano Reggiano; 1,7 miliardi per il Prosciutto di Parma - e Barilla (4,9) rappresentano la fetta maggiore, seguiti dal pomodoro (quasi 800 milioni di euro), latte (720) e alici (135 milioni), in un settore di cui Parma è leader e che attraverso le tre aziende rappresenta più del 70% delle acciughe consumate in Italia.
All’interno dello studio, Ipsos ha intervistato anche gli chef di 13 ristoranti stellati (suddivisi tra Nord, Centro e Sud) come punto di riferimento del “fine dining” per la parte qualitativa della ricerca. Giuseppe Causarano, una stella con il Votavota di Ragusa, e Davide Oldani (2 Stelle al D’O di Cornaredo) hanno enfatizzato: “solo in Italia ci poteva essere una Food Valley di questo tipo, dal prodotto fresco alla produzione industriale di grande qualità. Siamo un grande popolo che lavora per la valorizzazione della qualità dei nostri prodotti in Italia e nel mondo”. Una conferma arrivata anche dagli oltre 1.200 intervistati: negli aspetti più rilevanti a guidare gli acquisti, il 63% mette al primo posto la qualità e il 52% il gusto. Ma nella ricerca emergono anche punti di miglioramento. E tra questi c’è il focus principale di Fondazione Parma Creative City of Gastronomy Unesco, ovvero promuovere la conoscenza di “Parma Food Valley”. Pur avendo prodotti unici in tutto il mondo, più della metà degli intervistati non conosceva il brand.
“La ricerca Ipsos offre degli spunti interessanti per valorizzare ancora di più “Parma Food Valley” - afferma Massimo Spigaroli, presidente Fondazione Parma Creative City of Gastronomy Unesco - in un momento simile, caratterizzato anche a livello internazionale da una conflittualità politica ed economica, è ancora più importante sottolineare l’importanza di un ente che invece è stata capace di fare sistema. Attraverso questa occasione lavoreremo ancora di più per far conoscere l’eccellenza dei nostri prodotti, in una valorizzazione in grado di far crescere consorzi, aziende e territorio”.
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