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VINITALY 2026

Vini dealcolati, nel 2026 atteso un +90% della produzione italiana, con una quota export al 91%

L’Osservatorio Uiv-Vinitaly. Per i big del settore, il successo dei No-Lo italiani si gioca sul made in Italy e, in futuro, sui vitigni in etichetta

All’esordio della produzione in Italia, dopo anni di stallo legislativo, i produttori di vini No-Lo del Belpaese - che sino ad ora li producevano all’estero - si sono interrogati a Vinitaly 2026, che si chiude, oggi, a Veronafiere a Verona, sulle potenzialità future dei dealcolati made in Italy, in una tavola rotonda per la presentazione dello studio dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly. Il valore delle vendite in gdo dei no e low alcohol in Germania, Regno Unito e Stati Uniti, rileva lo studio, ammonta a poco più di 1,2 miliardi di euro, equivalente a 160 milioni di bottiglie commercializzate. Numeri ancora bassi, ma destinati a crescere su questi e altri mercati sui quali i No-Lo italiani - presenti per una quota di mercato pari al 2,5% - hanno scontato un gap temporale. E se l’opinione comune degli stakeholder è che, per superarlo, debbano giocare la carta della qualità distintiva, le produzioni delle imprese tricolori, che fanno o stanno organizzando linee di vini dealcolati, si annunciano in forte crescita: +90% di aumento produttivo previsto nel 2026, con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%).
“Ritengo che il driver della produzione italiana debba essere la qualità - ha sottolineato Fedele Angelillo, ad Mack & Schühle Italia Spa, con uno stabilimento di produzione in Puglia in procinto di partire con una potenzialità di 8 milioni di bottiglie - monitoriamo da due anni i prodotti a scaffale sui mercati internazionali e la loro qualità spesso lascia a desiderare. Molte volte accade che bevande che contengono tra gli ingredienti anche No-Lo vengano spacciate per vini dealcolati, confondendo i consumatori. Ecco che qualità e connotazione dei No-Lo come vino sono gli elementi su cui il comparto deve puntare. Crediamo fortemente che il segmento possa espandersi a queste condizioni su cui basiamo produzione e comunicazione, e quindi abbiamo investito in un grande impianto a partire dal maggio 2025 affrontando tutti i problemi autorizzativi, peraltro ancora in corso. Stiamo facendo molte sperimentazioni per arrivare a un prodotto in cui l’esperienza per il consumatore sia la più vicina possibile al vino tradizionale puntando, oltre che sulla qualità, sul made in Italy, e questo è il nostro obiettivo principale”. Le potenzialità del mercato sono confermate anche da Mionetto, player che ha maturato, producendo in Germania, una grande esperienza nella vendita soprattutto all’estero. “Il nostro Gruppo - ha raccontato Alessio del Savio, consigliere delegato e direttore tecnico dell’azienda del Gruppo tedesco Henkell-Freixenet - è presente con prodotti No-Lo, in particolare zero alcohol, in diversi Paesi Ue e da poco anche negli Stati Uniti. I mercati oggi veramente interessanti sono quelli tedesco, anglosassone, ormai consolidato, e a sorpresa quello polacco. Il consumo del prodotto no alcohol - ha proseguito, toccando la questione del “cannibalismo” dei No-Lo sul vino tradizionale - è attualmente abbastanza traversale e abbiamo notato che è ad appannaggio prevalentemente di consumatori diversi da quelli di vino tradizionale che qualche anno fa non pensavano di approcciarsi al vino. Un inizio che potrebbe portare anche ai prodotti tradizionali”. Affermazione condivisa anche da Angelillo che non ravvisa il problema, visto che anch’essi sono nell’alveo “vino”, e anzi sostiene che i No-Lo - rappresentando un nuovo segmento di mercato che sta crescendo - come è accaduto per la birra, attrarranno anche i giovani che non bevono vino che, come racconta l’indagine dell’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini - Uiv, hanno tra le priorità oltre che la salute e la “difesa” della patente di guida. Peraltro, ha aggiunto Angelillo, “i No-Lo assecondano la richiesta di vini con basso tenore alcolico e hanno un vantaggio fiscale circa le accise proporzionali al grado alcolico, in particolare in Uk”.
Se il mercato tedesco è decisamente decollato, quello statunitense registra un ottimo livello di curiosità. “In Usa domina un’etichetta, Stella Rosa (ndr: marchio di vini semi-dolci e frizzanti low alcohol di origine italiana) - ha illustrato Massimo Romani, ceo Argea, pioniera nella produzione di dealcolati con all’attivo numerosi marchi e cospicui investimenti sull’installazione di impianti per la dealcolazione in Italia - che dopo una crescita impressionante negli ultimi due anni ha subito una lieve flessione. In questo momento notiamo un maggiore interesse verso i no alcohol, che hanno ancora piccoli numeri, ma cresceranno anche se lentamente, vista la struttura molto lunga della catena distributiva Usa, mentre i low si sono stabilizzati e continuano ad avere un mercato molto importante. Noi vediamo bene nel mercato americano e ricordo che chi produrrà in Italia per esportare low alcohol sotto i 6 gradi negli Stati Uniti dovrà ottenere l’approvazione dell’Food and Drug Administration”.
I mercati internazionali sono molto affollati e per competere i vini No-Lo italiani, come ha sottolineato Angelillo, devono puntare a distinguersi proprio puntando sull’italianità. A questo proposito i player italiani dei No-Lo auspicano possa esserci una forte connotazione 100% “made in Italy” in etichetta. “Poter specificare le varietà italiane sull’etichetta - ha approfondito Romani - ne rafforzerebbe l’ancoraggio al Belpaese, considerando che citare le varietà internazionali è già possibile per legge”.
“Attualmente - ha risposto Paolo Castelletti, segretario generale Unione Italiana Vini - Uiv a questo proposito - la regolamentazione in Ue prevede i dealcolati a Indicazione geografica (Igt, Doc e Docg) e la Francia ci sta ragionando. In Italia il Testo Unico non permette di produrre No-Lo a Indicazione geografica, se non modificandolo. La filiera è abbastanza matura per inserire questa nuova categoria. Il tema dei vitigni vede oggi delle restrizioni piuttosto importanti per l’uso dei vitigni in etichetta perché si possono utilizzare solo i sette internazionali che sono consentiti per i vini generici. Quindi vedo difficile l’introduzione degli autoctoni in etichetta, visto che non sono proteggibili, come invece i nomi dei territori, tuttavia credo conferirebbe un importante valore aggiunto”.
Se la produzione in Italia sta per decollare, la ristorazione si affaccia timidamente allo proposta No-Lo, anche se la chef Cristina Bowerman, stella Michelin visionaria per natura, è stata pioniera introducendoli nel 2019 nella sua Glass Hostaria a Roma per preparare alcuni mocktail, cioè cocktail analcolici sofisticati (dall’unione dei termini “mock - finto - e “cocktail). “Anni fa di ritorno da Londra - ha raccontato Bowerman - ho iniziato a espandere la proposta dei cocktail con Vermouth e liquori senza alcol. Successivamente ci siamo guardati intorno per inserire anche dei vini, ma onestamente la qualità lasciava a desiderare e attualmente ne abbiamo in carta solo due. Registro che il consumo e la richiesta di No-Lo è aumentata vertiginosamente in particolare dopo il Covid. Ad oggi, ogni sera, almeno un paio di tavoli li richiedono e la mia esperienza racconta che non c’è da temere: vini tradizionali e dealcolati sono cose diverse. Riscontro un’analogia con i timori di caduta di spettatori nei cinema quando Netflix è arrivato in Italia. Non è accaduto, anzi in un primo periodo le presenze nelle sale sono aumentate. Offrire una differenziazione è importante per dare la possibilità a chi per qualsiasi ragione non vuole bere alcol e bere con gli altri. Addirittura negli Usa c’è chi per non sentirsi ai margini del gruppo finge di bere gin tonic, avendo nel bicchiere semplicemente acqua tonica, limone, e ghiaccio, e questo la dice lunga sul potere inclusivo che può avere il vino dealcolato. La particolare attenzione al cibo, all’alcol, alla nostra salute elementare, al nostro peso e perfino indossare abiti usati, per esempio, determinano oggi il profilo di una persona che tiene all’ambiente, che ricicla, e definiscono categorie diverse rispetto a quelle del passato. Una fluidità che include i vini dealcolati e sono contenta di sapere che arriveranno sul mercato ottimi vini No-Lo italiani, spero qualitativamente interessanti”.
“Il tema del gusto rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti - ha sottolineato a questo proposito Paolo Castelletti - una quota che sta via via diminuendo in maniera direttamente proporzionale alla qualità di produzioni che possono solo migliorare, e su questo l’Italia gioca la propria partita decisiva”. Diversamente che nella ristorazione italiana, negli Usa i No-Lo sono presenti. “Per facilitare i clienti che magari sono i soli al tavolo a non volere o non potere bere alcol - ha illustrato Romani - l’offerta è spesso al bicchiere o in mezze bottiglie. Dobbiamo essere noi produttori a trovare formati che rispondano a questa esigenza e che non si differenzino dai contenitori del vino tradizionale”. “Peraltro - ha aggiunto Angelillo a proposito dei contenitori - la lattina è per i dealcolati “insidiosa” non solo perché non identifica il prodotto come italiano, ma anche al punto di vista della qualità perché manca l’effetto protettivo dell’alcol e possono insorgere squilibri microbiologici”.
E se le scelte circa i contenitori sono ritenute tassative, la questione del posizionamento è dibattuta. Bowerman ritiene che il prezzo debba essere allineato con quello del vini tradizionali per applicare gli stessi ricarichi nella ristorazione. “Attualmente - concorda l’ad di Mack & Schühle Italia - i prezzi di vendita sono piuttosto elevati a causa degli alti costi di produzione che si auspica possano ridursi con ulteriori innovazioni tecnologiche. Anche su questi aspetti una strategia industriale comune sarebbe di grande aiuto. Credo che il posizionamento corretto dei deacalcolati sia lo stesso dei tradizionali, tuttavia dobbiamo fare i conti sui mercati con i competitor tedeschi e spagnoli che hanno enormi potenzialità industriali e vanno a scaffale con lattine a 49 centesimi. Inoltre oggi, insisto a sottolinearlo, i consumatori non distinguono ancora le differenze tra vini No-Lo e bevande a base di vino dealcolato con mosti succhi di frutta, e così via”.
Se French Blu, il marchio francese leader nel settore degli spumanti analcolici super premium”, fondato nel 2019 da Maggie Frerejean-Tattinger e dalla top model Constance Jablonski, sta creando una tenuta dedicata ai vini dealcolati la cui qualità parte da un vigneto - gestito in modo finalizzato a questi prodotti - in Italia Frizero srl, azienda in Valpolicella Classica, come prima azienda autorizzata in Italia, ha già iniziato a produrre, partendo da vini di territorio con una potenzialità ad oggi di 300.000 bottiglie, numeri scalabili, rivolgendosi per conto terzi a piccole e medie aziende. “Abbiamo accettato il rischio di installare un impianto in Italia forti dell’esperienza positiva di esportazione in Usa, Canada, Germania, Polonia dei nostri omonimi spumanti zero alcol - ha raccontato Armando Fumanelli, produttore in Valpolicella di vini tradizionali e socio Frizero. Li collochiamo nella fascia di prezzo premium uscendo a scaffale tra i 18 e i 23 dollari negli Stati Uniti dove abbiamo un mercato di nicchia molto ristretto che sta funzionando proprio grazie al forte collegamento del prodotto con il vino tradizionale. E questo conferma che la strada da intraprendere debba essere quella della qualità e dell’assimilazione con il vino tradizionale anche nei contenitori. D’altra parte non è un caso che French Bloom da diverso tempo abbia puntato sulla mezza bottiglia per affrontare il mercato iniziale in cui la domanda è ancora contenuta”.

Focus - Osservatorio Uiv-Vinitaly: nel 2026 atteso un +90% della produzione italiana di vini dealcolati, in particolare in Veneto. Cresce segmento “zero” in Usa, Uk e Germania, giù i “low”
Lo studio sui vini dealcolati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, presentato dal responsabile Carlo Flamini, e dibattuto nella tavola rotonda moderata dal direttore “Civiltà del Bere” Alessandro Torcoli, evidenzia che nel 2025 in Germania, Regno Unito e Stati Uniti i vini No-Lo (no e low alcohol) hanno realizzato un valore delle vendite nella grande distribuzione di oltre 1,2 miliardi di euro e l’equivalente di 160 milioni di bottiglie commercializzate. Numeri ancora bassi, ma che cominciano a rappresentare una fetta significativa di mercato anche per i vini dealcolati, segmento che vede quest’anno esordire la produzione nel Belpaese dopo anni di stallo legislativo.
L’Italia, che sino a ora destinava la produzione di dealcolati all’estero, parte quindi con l’handicap temporale e ciò si nota nelle quote di mercato - attorno al 2,5% - occupate soprattutto in Germania e Regno Unito, ma il contesto è destinato a cambiare. Secondo l’indagine sulla quasi totalità delle imprese tricolori che fanno o stanno organizzando linee di vini dealcolati, i numeri si annunciano in forte crescita: +90% di aumento produttivo previsto nel 2026, con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%). Già la metà del campione intende, inoltre, attivare la produzione in Italia. Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no alcohol (54%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno.
Tra i mercati tradizionali, prevale l’obiettivo Nordamerica (Usa e Canada), ma anche i Paesi Dach (Germania, Austria e Svizzera). Tra le piazze nuove ed emergenti, le risposte convergono su alcuni Paesi (Messico, Polonia, ma anche Cina) e areali, con in testa Medioriente e Africa.
Tornando alla domanda globale di No-Lo (che comprende anche i dealcolati), l’analisi dell’Osservatorio su base Nielsen-IQ e Iwsr rileva andamenti piuttosto diversificati, sia per titolo alcolometrico, sia per tipologia di prodotto, con gli alcohol free in marcia positiva rispetto agli arretramenti dei low alcohol. In particolare gli spumanti - nella categoria “zero” - dimostrano di intercettare meglio degli altri le dinamiche positive di mercato: in Uk (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Usa (+15%, con l’Italia a +200%).
Tra le motivazioni che spingono la scelta, sono stabili - e ancora maggioritarie - le risposte legate alla salute mentre crescono (quota al 35%) le ragioni legate all’aumento della qualità del prodotto e a una maggiore consapevolezza riguardo alla categoria nel suo insieme. La questione del gusto è ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti, di questo segmento di offerta che rimane aperto sia tra consumatori astemi - con i Gen Z (under 28 anni) che in Uk e negli Usa già li preferiscono alla birra - sia tra gli user enologici abituali, che in certe situazioni preferiscono non consumare alcolici.
Atteggiamenti questi che ancora non si riscontrano in Italia, con una domanda in cui è fortemente radicato il consumo tradizionale. Il mercato è ancora un terreno tutto da conquistare, rileva l’analisi: il 94% dei non consumatori di alcolici dichiara di non aver acquistato un no alcohol negli ultimi sei mesi, quota che sale al 98% tra i più giovani e scende all’89% tra i più maturi. Tra le motivazioni al consumo, la “guida” è al primo posto (50%, 56% tra i Gen Z). E anche guardando al fuori casa non è ancora scattata la scintilla. Il 71% dei ristoranti, interpellati dall’Osservatorio Fipe-Uiv “Vino & Ristorazione” in collaborazione con Vinitaly, dichiara di non essere interessato a inserire in carta i vini dealcolati, mentre solo il 3% dice di averli già in lista con successo.

Clementina Palese

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