Continuano ad arrivare, a WineNews, contributi e spunti di riflessione sul presente e sul futuro del vino italiano, che vive una fase di profonda trasformazione interna al settore, che si mescola ad un più ampio e indecifrabile rimescolamento mondiale, tra asset geopolitici, cambiamenti culturali e climatici che impattano su ogni aspetto della vita. Tra queste riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultima riflessione sull’attualità del dibattito vitivinicolo, firmata dallo storico e sociologo Gianni Moriani, che sottolinea, come in questo momento, più che mai “il vino italiano ha bisogno di realismo, non di ideologia”, con la consapevolezza che non esiste una sola ricetta o una sola misura che vada bene per tutti i vini, tutte le aziende e tutti territori. Partendo dalla consapevolezza che “il vino italiano ha costruito il proprio successo proprio grazie alla sua straordinaria diversità”. Ed oggi “sarebbe paradossale affrontare una fase di trasformazione così complessa con strumenti che quella diversità finiscono per negarla”.
Focus - Il vino italiano ha bisogno di realismo, non di ideologia
Il dibattito che si è aperto nel comparto vitivinicolo rischia di essere raccontato come uno scontro tra chi vuole produrre meno e chi invece vorrebbe continuare a crescere. In realtà il problema è un altro: il vino italiano non è un sistema omogeneo e non può essere governato con regole uguali per tutti. I numeri dicono che il contesto è cambiato. Nel mondo si beve meno vino rispetto al passato. I mercati tradizionali, a partire dagli Stati Uniti e da molti Paesi europei, mostrano consumi in rallentamento, mentre cresce l’attenzione alla salute, diminuiscono le occasioni di consumo quotidiano e aumenta la sensibilità al prezzo. Le cantine italiane si trovano così con giacenze elevate e, in molte denominazioni, con una produzione che fatica a trovare sbocco sul mercato.
Ma questa è soltanto una parte della fotografia.
L’altra parte racconta una realtà molto diversa. Il Prosecco continua a rappresentare la locomotiva del vino italiano, con una domanda internazionale che rimane sostenuta e una quota di export superiore all’80%. Anche molti vini premium, soprattutto quelli fortemente legati ai grandi territori e alle denominazioni di maggiore prestigio, continuano a mantenere valore o addirittura a crescere. La crisi, quindi, non colpisce tutti allo stesso modo. Colpisce soprattutto quei segmenti nei quali l’offerta è aumentata più rapidamente della domanda o dove il prodotto è diventato facilmente sostituibile.
È proprio questa eterogeneità che dovrebbe guidare le politiche di settore.
Ha senso intervenire nelle denominazioni che presentano eccedenze strutturali, riducendo temporaneamente le rese, limitando nuovi impianti e favorendo una migliore programmazione produttiva. Sarebbe invece un errore applicare le stesse ricette ai territori che continuano a crescere sui mercati internazionali. Bloccare indistintamente l’espansione delle superfici significherebbe frenare proprio quelle produzioni che oggi generano reddito, investimenti ed export.
Il principio dovrebbe essere molto semplice: dove il mercato non assorbe il vino prodotto occorre riequilibrare l’offerta; dove invece la domanda continua a crescere bisogna consentire alle imprese di investire e di svilupparsi. È una logica di buon senso prima ancora che economica.
Per questo il confronto tra Unione Italiana Vini e Federvini non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione ideologica. Entrambe colgono un pezzo della realtà. Uiv richiama correttamente il rischio che l’eccesso di produzione distrugga valore e redditività. Federvini ricorda, altrettanto correttamente, che nessun settore può prosperare limitandosi a produrre meno: senza nuovi consumatori, senza promozione, senza comunicazione e senza capacità di valorizzare il prodotto, la riduzione dell’offerta rischia di essere soltanto un rinvio del problema.
Le due strategie non sono alternative. Sono complementari.
Il vero errore sarebbe costruire una politica nazionale partendo da una rappresentazione semplificata del comparto, come se esistesse un’unica "crisi del vino". In realtà convivono situazioni profondamente diverse: denominazioni in difficoltà accanto ad altre in piena espansione, vini che soffrono la concorrenza internazionale e vini che continuano a rafforzare il proprio posizionamento, territori che devono ridurre la produzione e altri che, al contrario, avrebbero bisogno di poter crescere.
Governare questa complessità richiede realismo.
Il realismo significa prendere atto che il mercato è cambiato e che non tutte le denominazioni avranno lo stesso futuro. Significa intervenire con strumenti differenziati, evitando sia l’illusione che basti aumentare continuamente la produzione, sia quella opposta che ridurre le superfici rappresenti una soluzione universale. Non è il momento delle contrapposizioni ideologiche né delle ricette valide per ogni territorio. È il momento di una politica fondata sui dati, capace di distinguere tra chi ha bisogno di contenere l’offerta e chi, invece, deve essere messo nelle condizioni di cogliere le opportunità che il mercato continua a offrire.
Il vino italiano ha costruito il proprio successo proprio grazie alla sua straordinaria diversità. Sarebbe paradossale affrontare una fase di trasformazione così complessa con strumenti che quella diversità finiscono per negarla.
Gianni Moriani
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