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ENOLOGI

Vini senza frontiere: viaggio oltre limiti della viticoltura, tra Giappone, Russia e Portogallo

Storie di imprese vinicole con la vite coperta dalla neve, sotterrata per essere protetta dal gelo, e produzioni in anfora come nell’antichità

Il vino non conosce confini. E se li ha, li abbatte, attraverso la ricerca, la contaminazione tra saperi, l’incontro tra pratiche antichissime ed innovazioni, la tenacia e la visione di imprenditori e produttori che si innamorano di pagine di storia vinicola da portare nel presente e del futuro, o di idee che danno vita ad avventure nuove. È il senso del viaggio enologico, nel calice e nei racconti dei protagonisti, messo in piedi da Assoenologi, tra Giappone, Russia e Portogallo, nel Congresso di Matera, sul tema “Vino e cultura”. Ed è cultura, e non solo vinicola, scoprire che ci sono territori del vino dove la vigna, in inverno, viene sommersa da 2 metri di neve, con inverni rigidi che arrivano a -20 gradi sottozero, dove si pota camminando tra i filari imbiancanti, con le ciaspole. Come succede in Giappone, nella regione di Hokkaido, a Camel Farm Winery, cantina che fa parte di Camel Group, colosso giapponese del caffè (con 7.000 dipendenti e 400 negozi nel Paese), che ha un’anima italiana, voluta dal presidente Nobuo Oda, che, in visita a San Patrignano, si è ispirato al concetto di riscatto attraverso la produzione enoica dei ragazzi di “Sampa”, ha puntato sul riscatto vinicolo di un territorio. Chiamando alla sua corte il presidente degli Enologi Italiani, Riccardo Cotarella, costruendo una cantina che, dai macchinari alle botti, vede tutta tecnologia italiana, e che ha ricostruito i suoi vigneti su terreni in cui la vite era coltivata da mezzo secolo, tra i due fiumi Yoichi e Nobori. E dove ora si producono spumanti, ma anche vini bianchi fermi, da uve francesi e tedesche.
Ma si va anche dove l’inverno è ancora più rigido, e la vite viene allevata con il tronco sottoterra, e i tralci (che vengono sotterrati prima dell’inverno per difenderli dal gelo, e poi dissotterrati in primavera) corrono adagiati sui campi. Come in Russia, nella regione di Rostov, gran parte coperta dalla steppa, come ha raccontato, Maxim Troychuk, alla guida di Vedernikov Winery, che opera in condizioni estreme in una Regione, dove in realtà, le prime testimonianze della viticoltura sono già riportate dallo storico greco Strabone, vissuto tra il 62 avanti Cristo ed il 23 dopo cristo, e dove sulla riva destra del Don, la viticoltura è di lunga tradizione (tanto da aver dato vita alla denominazione russa “Don Valley”, ndr), mentre a Verdnikov, che è alla stessa latitudine della Valle della Loira, o di Washingon State, se ne trovano tracce dal 1756, anche se la viticoltura si vuole arrivata nel 1600, grazie ai Cosacchi. Qui si fa vino in condizioni estreme, inverni rigidissimi, che arrivano a -30 gradi, ed estati caldissime, che possono sfiorare anche in 40 gradi, coltivando varietà internazionali, come il Cabernet Souvignon, ma anche storiche ed autoctone, come il Krasnostop Zolotovskij, il Tsimlyanskij Chernij o il Sibirkovij. E dove si deve lavorare in vigna con due trattori lungo un unico filare, con una viticoltura eroica e costosa, da cui nascono vini che in Russia vengono considerati quasi “eventi”, con quotazioni stellari.
Ma c’è anche chi, in territori più tradizionali, sulla scia di scoperte archeologiche che riportano indietro la diffusione della viticoltura di milleni, ripercorre la storia, vinificando in anfore come quelle che ci hanno raccontato quella del vino, già prodotto 8.000 anni. Come fa il gruppo Herdade do Rocim, nella regione di Alentejo, nel sud del Portogallo, come spiegato dall’enologo Pedro Riberio, che vinifica i grappoli, di varietà autoctone come Anton Vaz, Perrum, Rabo de Ovelha, Mateùdo, tra le altre, tutti interi, in anfore di argilla, con il vino che si stratifica dopo 6 mesi (quando si crea uno strato di raspi, uno di bucce e poi il vino), e che viene coperto da olio di oliva per evitare un eccesso di ossidazione (con lo scambio di ossigeno già favorito dalla porosità delle anfore). Tante storie diverse che, come sottolineato dal presidente Riccardo Cotarella, ne raccontano una: “nel vino non esistono limiti, e l’uomo, con la ricerca, la conoscenza e la volontà, può assoggettare la natura e realizzare prodotti di qualità anche dove si ritiene che non sarebbe possibile”.
Ma si va anche dove l’inverno è ancora più rigido, e la vite viene allevata con il tronco sottoterra, e i tralci (che vengono sotterrati prima dell’inverno per difenderli dal gelo, e poi dissotterrati in primavera) corrono adagiati sui campi. Come in Russia, nella regione di Rostov, gran parte coperta dalla steppa, come ha raccontato, Maxim Troychuk, alla guida di Vedernikov Winery, che opera in condizioni estreme in una Regione, dove in realtà, le prime testimonianze della viticoltura sono già riportate dallo storico greco Strabone, vissuto tra il 62 avanti Cristo ed il 23 dopo cristo, e dove sulla riva destra del Don, la viticoltura è di lunga tradizione (tanto da aver dato vita alla denominazione russa “Don Valley”, ndr), mentre a Verdnikov, che è alla stessa latitudine della Valle della Loira, o di Washingon State, se ne trovano tracce dal 1756, anche se la viticoltura si vuole arrivata nel 1600, grazie ai Cosacchi. Qui si fa vino in condizioni estreme, inverni rigidissimi, che arrivano a -30 gradi, ed estati caldissime, che possono sfiorare anche in 40 gradi, coltivando varietà internazionali, come il Cabernet Sauvignon, ma anche storiche ed autoctone, come il Krasnostop Zolotovskij, il Tsimlyanskij Chernij o il Sibirkovij. E dove si deve lavorare in vigna con due trattori lungo un unico filare, con una viticoltura eroica e costosa, da cui nascono vini che in Russia vengono considerati quasi “eventi”, con quotazioni stellari.
Ma c’è anche chi, in territori più tradizionali, sulla scia di scoperte archeologiche che riportano indietro la diffusione della viticoltura di millenni, ripercorre la storia, vinificando in anfore come quelle che ci hanno raccontato quella del vino, già prodotto 8.000 anni. Come fa il gruppo Herdade do Rocim, nella regione di Alentejo, nel sud del Portogallo, come spiegato dall’enologo Pedro Riberio, che vinifica i grappoli, di varietà autoctone come Anton Vaz, Perrum, Rabo de Ovelha, Mateùdo, tra le altre, tutti interi, in anfore di argilla, con il vino che si stratifica dopo 6 mesi (quando si crea uno strato di raspi, uno di bucce e poi il vino), e che viene coperto da olio di oliva per evitare un eccesso di ossidazione (con lo scambio di ossigeno già favorito dalla porosità delle anfore). Tante storie diverse che, come sottolineato da Cotarella, ne raccontano una: “nel vino non esistono limiti, e l’uomo, con la ricerca, la conoscenza e la volontà, può assoggettare la natura e realizzare prodotti di qualità anche dove si ritiene che non sarebbe possibile”.

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