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L’INTERVISTA

Alessandro Profumo: “se fossi un manager del vino? Per primo analizzerei il valore del territorio”

WineNews a “tu per tu” con uno dei dirigenti d’azienda italiani più affermati, oggi a vertici di Rialto Venture Capital, tra finanza e agricoltura
ALESSANDRO PROFUMO, FINANZA, INVESTIMENTI, MARKETING TERRITORIALE, RIALTO VENTURE CAPITAL, Italia
Alessandro Profumo

C’è il vino “morbido” con le sue note, profumi e colori, che dialoga con il cibo e unisce le persone a tavola, e che racconta il territorio, la sua storia, la sua cultura, la sua natura e la comunità in cui nasce; e c’è anche il vino “rigido”, quello che attrae investimenti ed acquisizioni, per le valutazioni immobiliari e le quotazioni di ettari e terreni. Che non si misura solo in calici, ma in rendimenti finanziari, e che, in quanto asset strategico, attira anche banche, gruppi assicurativi e fondi di investimento di vario genere (sempre più interessati al mondo del vino, soprattutto a partire da questi ultimi anni, ndr). Un tema, affrontato spesso da WineNews, e sul quale abbiamo raccolto le riflessioni di Alessandro Profumo, tra i top manager italiani più affermati, già guida di banche come Unicredit e Monte dei Paschi di Siena, ma anche di aziende come Leonardo, e oggi a vertici di Rialto Venture Capital.
Alessandro Profumo spiega perché, e in che maniera, il vino è sì un asset strategico per l’Italia e come il territorio sia l’elemento che funge da “architrave”, inteso sia come origine ed unicità, come “brand” sinonimo di qualità della produzione e bellezza paesaggistica, ma anche come valore immobiliare a livello di business. Tanto che, alla domanda sull’aspetto che andrebbe ad analizzare per primo se fosse il manager di un’azienda vinicola (in realtà la sua famiglia produce già vino con la cantina Mossi 1558 nei Colli Piacentini del figlio Marco Profumo, ndr), il presidente Rialto Venture Capital non ha esitazioni: “per prima cosa andrei ad analizzare il valore del territorio - dice - perché il valore del vino è legato al valore del territorio”.
Non a caso, accanto alle aziende storiche che investono nella produzione di vino anche in più regioni, oltre ai privati che entrano nel mondo del vino e puntano su determinati territori, da quelli a più alta vocazione a quelli emergenti (Toscana, Piemonte e Puglia, per esempio, sono quelli nel mirino dei super ricchi del mondo), da tempo, ormai, anche i gruppi finanziari e assicurativi sono attratti dal valore del territorio e dal vino come asset: “un po’ è marketing, un po’ è business”, riconosce Profumo, che cita l’esempio dell’Agricola San Felice, di proprietà del Gruppo Allianz, e che ha investito nei tre territori del vino più prestigiosi della Toscana: Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri. Ma ci sono anche le realtà del Gruppo Unipol con Tenute del Cerro, tra Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino, la Val di Cornia e il Sagrantino di Montefalco, delle Assicurazioni Generali con Le Tenute del Leone Alato, e tenute tra Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Piemonte e Toscana, oppure, fuori dall’Italia, quelle internazionali di Axa Millesimes del Gruppo Axa tra Bordeaux, Borgogna, Napa Valley e non solo. Senza dimenticare che le banche, oltre ad offrire servizi di agribusiness, nel tempo, hanno finanziato e sviluppato partnership con varie aziende vitivinicole italiane, da Feudi di San Gregorioa Terra Moretti, da Piccini 1882 a Terre Cevico, da Cirelli La Collina Biologica a Velenosi, per citare le ultime case history. Quindi ci sono anche aziende quotate in Borsa, come Italian Wine Brands e Masi Agricola.
“Il vino è un business legato, appunto, al valore della terra e può rappresentare un investimento immobiliare”, continua Profumo. Perché investire nel vino non vuol dire solo, e “soltanto”, monitorare gli indici del Liv-Ex e comprare una bottiglia dall’auspicata rendita futura (in un mercato soggetto, come tutti, alle fluttuazioni), ma significa anche investire in beni immobili di pregio. E il “mattone” nel caso del vino risponde al nome, non solo delle cantine, ma anche e soprattutto dei vigneti: secondo gli ultimi dati Crea sui valori fondiari, i più preziosi sono quelli del Barolo, che possono arrivare fino a 2,3 milioni ad ettaro, seguiti da quelli a Doc della zona del Lago di Caldaro, in Alto Adige (da 600.000 euro a 1,1 milioni di euro ad ettaro), e della Doc Bolgheri (da 250.000 a 1 milione di euro ad ettaro), che ormai ha raggiunto le stesse quotazioni, sempre in Toscana, di Montalcino e dei suoi vigneti a Brunello di Montalcino (si tocca 1 milione di euro ad ettaro). Per una compravendita nel 2024, spiega Crea, sostanzialmente stabile con una lieve prevalenza della domanda sull’offerta, per un aumento del prezzo medio dei terreni agricoli che è stato dell’1%, intorno ai 22.400 euro ad ettaro. “Se pensiamo al valore di un ettaro di Sangiovese per produrre Brunello di Montalcino piuttosto che al valore di un ettaro nel Piacentino c’è un differenziale spaventoso. È ovvio che se si chiudono questi differenziali si possono anche avere dei rendimenti importanti”, conclude Alessandro Profumo che, però, avverte: “bisogna fare tanto marketing territoriale, avere il senso della comunità”, e per prima cosa “produrre del buon vino”.

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