Il calo delle vendite di vino e degli alcolici, spinto anche dai nuovi stili di vita salutistici, si sta facendo particolarmente sentire anche in Francia, il Paese n. 1 al mondo in valore per quanto riguarda il vino. Una decrescita che ha portato alla ribalta, pur rimanendo ancora un fenomeno lontano dal potersi definire “di massa”, le bevande No-Lo, che accendono la curiosità, smuovono i consumi, ma si scontrano ancora con dei limiti, oggettivi e soggettivi: perché se la voglia di limitare i consumi di alcolici sta crescendo, i vini No-Lo, ad esempio, pagano la mancanza di visibilità nei punti vendita e soffrono di “preconcetti” sul gusto, tanto che i consumatori hanno bisogno di rassicurazioni. E poi c’è il prezzo, che rimane un ostacolo allo sviluppo del segmento, e una maggiore richiesta di chiarezza, da parte dei wine lovers, sul processo di vinificazione che frena la percezione del valore del prodotto.
Uno studio di FranceAgriMer, condotto da Ifop, fotografa un mondo in espansione, ma che ancora non appare pronto per il grande salto, pur con grandi potenzialità e un consumo destinato a crescere ancora. Nel 2025, il 72% degli intervistati ha dichiarato di aver consumato almeno una bevanda no o low alcol negli ultimi 12 mesi. Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato di aver iniziato a consumare bevande no (49%) e low alcol (45%) negli ultimi 2 anni. Pertanto, il consumo di bevande a basso contenuto alcolico e analcoliche è diffuso in Francia, sebbene sia relativamente recente. Le bevande a basso contenuto alcolico e analcoliche si stanno sviluppando, infatti, in un contesto favorevole alla crescita del segmento e questa tendenza sembra destinata a proseguire, poiché il 64% dei francesi intervistati ha dichiarato di prevedere un maggiore consumo di questi prodotti in futuro. Si tratta di una dinamica di mercato che, tuttavia, deve essere contestualizzata, poiché è trainata principalmente dal segmento della birra, considerato, nello studio, un prodotto a basso contenuto alcolico. La penetrazione di questi prodotti è, infatti, quasi 10 volte superiore a quella dei vini. La birra rappresenta il punto di ingresso per il segmento delle bevande No-Lo nelle abitudini di consumo: adottando i codici di marchi noti e offrendo nuovi gusti, la birra No-Lo attrae i consumatori.
Lo studio rivela che, per il 69% degli intervistati, il consumo di bevande No-Lo è un’alternativa al consumo tradizionale di alcolici, così come di bibite gassate e succhi di frutta. Offrono gusti più sofisticati e “festosi” rispetto alle bibite gassate, pur mantenendo i codici degli alcolici (nome, packaging, aromi). Alcuni marchi, provenienti dall’industria degli alcolici, sembrano essere diventati mainstream nella mente dei consumatori; non sono più associati al loro segmento di riferimento, ma sono identificati esclusivamente dal loro marchio.
Eppure, la definizione di bevanda low, sembra confusa per i consumatori. Ricerche qualitative evidenziano una soglia di tolleranza massima del 4% (gradazione alcolica) affinché una bevanda possa essere considerata a basso contenuto alcolico. Tuttavia, questa non corrisponde alla soglia di tolleranza tecnica per il basso contenuto alcolico in alcune bevande, in particolare nei vini. E ciò può spaesare i consumatori. Al contrario, le bevande no alcol hanno il vantaggio di una definizione chiara.
I consumatori scelgono le loro bevande in modo binario: con o senza alcol, a seconda delle circostanze e delle loro preferenze. Le occasioni e le motivazioni del consumo delle bevande No-Lo sono molteplici. L’assenza o il basso contenuto alcolico consentono una più ampia gamma di occasioni di consumo: basti pensare al bere da soli, durante il giorno, in contesti che richiedono attenzione (come mettersi guida e la presenza dei figli) o meno adatti al consumo di alcol (ad esempio battesimi, funerali). Le bevande No-Lo, vengono consumate sia durante incontri sociali e conviviali, sia in momenti più personali. Si consumano come aperitivo o durante i pasti, sia a casa che fuori. Le ragioni? Il desiderio di ridurre il proprio consumo di alcol, qualunque ne sia la ragione, è una delle principali motivazioni. Ma ci sono anche la curiosità di scoprire nuove bevande, motivi di salute, sociali o di sicurezza.
I consumatori di bevande No-Lo, dichiarano di acquistare questi prodotti principalmente in supermercati (88%), ristoranti (27%) e bar (23%), ma il 58% ritiene che una maggiore disponibilità ne incoraggerebbe il consumo. Anche il packaging è un fattore chiave nella scelta, rappresenta, infatti, un mezzo di comunicazione per le principali informazioni che i consumatori ricercano e quindi gli ingredienti e la composizione del prodotto, una chiara indicazione della sua analcolicità e il processo di dealcolazione. Ottenere visibilità attraverso la distribuzione del prodotto e un packaging accattivante sembra essere un criterio chiave per i consumatori di bevande No-Lo.
Per i consumatori, il vino, è considerato una bevanda, per sua natura, da leggera a moderatamente alcolica, simile alla birra. Quindi è già una bevanda con un contenuto alcolico relativamente basso rispetto ad altri prodotti della categoria. Pertanto, l’etichetta low alcol per il vino, afferma lo studio, appare priva di senso per i consumatori. Inoltre, guardando alla gradazione alcolica, una riduzione del 6% o dell’8% non è significativa in quanto cercano vino alcolico o analcolico. Il motivo principale per cui si consumano vini No-Lo non è il gusto, ma piuttosto il desiderio di limitare il consumo di alcol. Da questo punto di vista, i vini no alcol (per il 36%) offrono più vantaggi rispetto ai vini low alcol (22%). Ma tra le ragioni c’è anche la sicurezza, e quindi mettersi alla guida dopo una serata passata fuori (34% per i no e 25% per i low), e ovviamente contesti più adatti al consumo di questi prodotti, come la pratica sportiva e il lavoro. Il gusto si colloca solo al settimo posto tra le motivazioni al consumo, quindi non è un fattore “incoraggiante”.
Oltre ai dubbi, da parte dei consumatori, sulla qualità e sul gusto, i vini No-Lo soffrono di una mancanza di offerta e visibilità. Queste barriere al consumo sono amplificate per i vini analcolici. Tra le possibili soluzioni al problema, vengono citati la possibilità di degustare prima di procedere all’acquisto, la garanzia di un gusto simile al vino “classico”, un prezzo più attrattivo. Quindi, rassicurare i consumatori sul gusto del vino attraverso gli assaggi prima dell’acquisto e garantire un prodotto simile al vino tradizionale è la leva principale per rimuovere le barriere all’ingresso al consumo. L’attrattività del prezzo del prodotto si colloca al terzo posto, seguita da una più ampia varietà di offerta. La scarsa consapevolezza sui vini No-Lo è uno dei principali ostacoli individuati. Solo la metà dei consumatori di vini “tradizionali” e di bevande No-Lo diverse dal vino (principalmente birra No-Lo) ha familiarità con i vini no o low alcol. I supermercati rimangono il principale motore di conoscenza, davanti alle raccomandazioni e all’inclusione nelle carte dei vini dei ristoranti. Infine, le enoteche e le piattaforme online svolgono un ruolo minore, ma contribuiscono comunque alla crescente conoscenza dei vini No-Lo. Tuttavia, la loro visibilità in ciascuno di questi canali rimane bassa, secondo le interviste. Nei supermercati, lo spazio dedicato sugli scaffali o la promozione del prodotto sono ritenuti scarsi o inesistenti. Nelle enoteche e nei bar/ristoranti, la selezione non viene evidenziata spontaneamente.
I vini No-Lo oscillano tra incomprensione e bisogno di rassicurazione. Il metodo di dealcolazione non è ben compreso e viene percepito a prima vista come industriale, in contraddizione con il know how tradizionale associato ai vini classici. La complessità dei sapori, derivante dai vitigni e dai terroir, è considerata difficile da “riprodurre”. I consumatori ritengono, inoltre, che il gusto sarà diverso (più blando o più dolce) e, infine, cercano un packaging “rassicurante” che mantenga la forma classica della bottiglia, con informazioni sui vitigni e sulla tenuta, desiderano anche modernità e un’etichetta più contemporanea. Tra le sfide comunicative, c’è, infatti, quella di trovare il giusto equilibrio tra tradizione e modernità nel design del packaging che aiuterebbe a “rassicurare” i consumatori ed a differenziare il prodotto in modo più chiaro.
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