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LO SCENARIO

Dazi Usa, aspettando la Corte Suprema, c’è chi avvisa il vino di non farsi troppe illusioni

L’editoriale di Mitch Frank, Senior Editor “Wine Spectator”. Che mette in guardia su ulteriori aumenti dei prezzi nel 2026
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Il presidente Usa Donald Trump

Se cantine e wine merchant di tutto il mondo, soprattutto di Unione Europea e Stati Uniti e, più in generale, buona parte del commercio mondiale, guardano con interesse e speranza al pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla leggittimità del dazi applicati (e costantemente modificati, alzati, abbassati o minacciati) dal presidente americano Donald Trump, che, però, viene rinviata di giorno in giorno (secondo la Cnn la prossima data fissata è il 20 febbraio, in una vicenda iniziata a settembre 2025, ndr), c’è chi raffredda le speranze di novità positive in tal senso. Perché, mentre alcuni dei più importanti player del mercato del vino Usa hanno sottolineato, a WineNews, che difficoltà ci sono, ed evidenti, ma non si può parlare di crollo, Mitch Frank, Senior Editor della rivista americana “Wine Spectator”, nei giorni scorsi, ha scritto un editoriale che lascia poco spazio alle interpretazioni, in cui invita a “non aspettarsi un alleggerimento tariffario a breve termine” (“Don’t expect tariff relief anytime soon”). Ricordando le recenti minacce, in parte rientrate, annunciate dallo stesso Trump (dai dazi al 200% sullo Champagne per il “rifiuto” del presidente francese Emmanuel Macron di entrare nel “Board for Gaza”, all’aumento di quelli ad alcuni Paesi europei, per le cui merci, vino incluso, oggi pagano il 15%, per “l’affaire” Groenlandia).
Ma, soprattutto, secondo Mitch Frank (come del resto sostenuto da diversi imprenditori del vino italiano, come avevamo riportato qui), l’aspetto che preoccupa è che i consumatori di vino americano di fatto non hanno ancora fatto i conti con gli effetti delle guerre commerciali in atto: “durante il soggiorno a Davos, il Ceo di Amazon, Andy Jassy, ha detto a Cnbc che i prezzi di molti prodotti sulla piattaforma di vendita della sua azienda stanno aumentando a causa dei dazi statunitensi. La scorsa estate, i funzionari dell’azienda avevano negato che i consumatori americani pagassero di più a causa dei dazi sostenendo, invece, che i venditori stessero ingoiando il costo dei dazi. Questo sta iniziando a cambiare. Alcuni venditori stanno decidendo di trasferire quei costi più alti ai consumatori, ha detto Jassy a Cnbc. Alcuni decidono di assorbirlo per aumentare la domanda e altri fanno qualcosa nel mezzo”.
E la stessa cosa sta succedendo per il vino, perché se fino ad oggi, ricorda Mitch Frank, tutto sommato produttori e importatori hanno collaborato per ammortizzare almeno una parte dei costi dei dazi, consapevoli che non era il momento giusto per alzare i prezzi in una fase già di calo dei consumi, cosa che è stata possibile anche grazie alle grandi scorte tra fine 2024 ed inizio 2025, ora tutti sperano nell’annullamento dei dazi, assai improbabile, per evitare ulteriori aumenti di prezzo non più rinviabili, sia per i vini importanti, che per quelli americani che, comunque, vivono anche di importazioni per quanto riguarda tappi, bottiglie e così via. In un quadro in cui l’unica certezza è il fatto che di certezze non ne esistono. E questo, di certo, non favorisce il business e i consumi, del vino e non solo.

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