Una strategia per difendere i prodotti agroalimentari italiani dall’Italian Sounding e uno strumento per valorizzare e vendere meglio il made in Italy nei mercati di tutto il mondo, senza dimenticare il tema della salute e del benessere, argomenti centrali nel dibattito odierno, ma anche il contesto attuale dove le tensioni internazionali e commerciali, con il calo del potere di acquisto e l’aumento dei prezzi, rischiano di diventare un ostacolo per il consumatore nell’accedere a prodotti di qualità elevata. Il riconoscimento della cucina italiana a Patrimonio Immateriale Unesco, dopo il verdetto di dicembre 2025, è stato analizzato a 360 gradi dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, dalla presidente Coop Italia, Maura Latini, dal presidente Coldiretti, Ettore Prandini, e dal vicepresidente di Confagricoltura, Giordano Emo Capodilista, ospiti, tra gli altri, al “Forum in Masseria” n. 6, la rassegna economica e politica organizzata da Bruno Vespa e Comin & Partners in programma fino ad oggi a Masseria Li Reni, a Manduria, il cuore produttivo enoico del decano del giornalismo italiano (ma anche “vigneron” da oltre dieci anni con il progetto “Vespa Vignaioli”), nel panel “La cucina italiana patrimonio Unesco: identità e valori dell’Italia nel mondo” moderato dal giornalista stesso.
“Un patrimonio eccezionale, non solo italiano, ma di tutti - ha detto il Ministro Francesco Lollobrigida - da preservare e conservare e dove tutti i settori sono importanti: dalla trasformazione alla distribuzione, dall’agricoltura alla pesca all’allevamento. E che significa proteggere i nostri prodotti dalle imitazioni, raccontare le differenze tra come produciamo noi in Italia e come avviene, invece, in altri Paesi e a favorire la diffusione del made in Italy in tutto il mondo. Una cucina che ha vinto anche perché sinonimo di corretto stile di vita e paradigma del benessere. Sul tema degli aumenti sugli scaffali dico che se parliamo di prezzi perdiamo in partenza, dobbiamo raccontare la filiera. Faccio l’esempio del Parmigiano Reggiano: in Usa il “parmesan” costa di meno, ma nonostante questo il Parmigiano Reggiano negli States è in crescita perché il consumatore americano percepisce la differenza sui due prodotti”.
Ma far capire questa distinzione, soprattutto nella Grande distribuzione organizzata, non è semplice: “i consumatori spesso sono alla prese con difficoltà economiche - ha spiegato Maura Latini, presidente Coop Italia - e se da un lato normalmente questi s’indigna per lo sfruttamento dei lavoratori e la scarsa qualità del prodotto, al tempo stesso davanti allo scaffale il prezzo più basso è un punto di attrazione. Bisogna partire da questo elemento reale, perché altrimenti non riusciamo ad intervenire davvero sul come fare a far comprendere la differenza tra acquistare un prodotto o un altro. Che vuol dire raccontare le filiere e spiegare che dietro a quel prodotto c’è una produzione italiana e che, quindi, possiamo contribuire tutti al volano economico del Paese”.
Ma anche il tema della salute è sempre più fondamentale: “noi dobbiamo anche ridurre la spesa per la sanità - ha aggiunto Lollobrigida - ma non vogliamo tagliare i medici. Vanno ridotti i pazienti. Quindi bisogna raccontare bene che quello che mangi ti fa vivere meglio. E niente si avvicina al benessere come il modello alimentare italiano”.
Ma, ha incalzato Vespa, cosa manca per portare questo riconoscimento al punto massimo? “La pianificazione - secondo il presidente Coldiretti, Ettore Prandini - l’Italian Sounding è un problema, ma dobbiamo essere bravi noi a portare i nostri prodotti dove c’è l’Italian Sounding. Il riconoscimento Unesco è a difesa della nostra identità, biodiversità e cultura, ma va coltivato anche tramite l’insegnamento della cucina e del valore del cibo fin dalle mense scolastiche. Lo stesso vale per il vino: bisogna educare. Non può essere che un prodotto con una storia millenaria come il vino, con il suo radicamento nel territorio, nell’identità e nella cultura, possa essere cancellato e sostituito dalle mode dei cocktail”.
Infine, il tema della speculazione economica sui prodotti agroalimentari, tornato centrale ancora una volta nel dibattito all’indomani della scoppio della guerra in Iran: “è facile scaricare tutte le colpe sul comparto agroalimentare, ma nessuno parla del tema della fragilità dei nuclei familiari - ha affermato Prandini - quando si parla dell’aumento del costo della vita la prima fotografia è sempre sul carrello della spesa: servirebbe, però, spiegare quali sono gli aumenti che la filiera stessa ha subito negli anni. Poi sì, su alcuni singoli prodotti i settori della trasformazione e distribuzione possono avere un vantaggio, però è altrettanto vero che se vogliamo crescere dobbiamo dare il giusto valore economico a tutta la filiera produttiva. Un modo per ridurre i costi a mio avviso sarebbe investire sulla logistica e sui trasporti: non solo su gomma, ma anche mare e rotaie che sono valorizzati pochissimo”.
Concorda con Prandini anche Maura Latini: “la catena che va dalla produzione alla distribuzione è molto affollata, andrebbe semplificata e anche in parte riorganizzata: dai costi molto alti dell’energia a quelli dei trasporti - ha detto la presidente Coop Italia - la guerra in Ucraina ha lasciato il 20% di inflazione sul carrello della spesa e per vendere bisogna stare sul mercato. Ma se i prodotti costano troppo la gente compra meno e allora si vendono meno volumi. C’è necessità di trovare meccanismi per rendere più efficiente la filiera produttiva con risorse da mettere a disposizione della produzione, ma anche del potere d’acquisto dei consumatori”.
Per Confagricoltura, invece, occorrono interventi simili a quelli presi durante la pandemia da Covid-19: “serve più mutualismo in Europa per condividere i rischi, come misure di finanziamento di un debito comune europeo - ha concluso il vicepresidente, Giordano Emo Capodilista - e magari è anche il momento di cambiare le cose in Europa: non si può rimanere bloccati in 27 Paesi perché uno si oppone. Questo non può funzionare mai, soprattutto in tempi di crisi”.
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