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LO SCENARIO

Valoritalia: i dati certificano le difficoltà del vino. Ma servono anche a capire come superarle

I numeri del Report 2026 del più grande ente certificatore del vino italiano: giù gli imbottigliamenti, soprattutto per vini rossi e Igp

Imbottigliamenti in forte calo per i vini Igp e per i rossi, mentre tengono meglio Dop, bianchi e bollicine; un filiera che vede al suo vertice una sempre maggiore concentrazione (in termini di aziende o gruppi produttivi, ma anche di denominazioni capaci di fare volumi significativi), a cui si aggiunge un tessuto frammentatissimo di micro aziende e micro zone o denominazioni; una sostenibilità, nelle sue varie declinazioni (ambientale, economica, sociale) che è sempre più un valore sui cui investire, piuttosto che un costo da sostenere, e che diventa elemento di competitività fondamentale in uno scenario di mercato sempre più complesso e in fase di contrazione: è la “radiografia” del settore vitivinicolo italiano dell’Annual Report 2026 di Valoritalia, il più grande ente di certificazione italiano - che con 219 denominazioni d’origine certificate e una rete di 37 sedi operative distribuite sull’intero territorio nazionale, copre oltre il 60% del vino di qualità prodotto in Italia - presentato ieri a Roma, “dall’unico ente di certificazione (guidato dal presidente Francesco Liantonio, che WineNews ha intervistato, e dal dg Giuseppe Liberatore) che ogni anno mette a disposizione di imprese, consorzi di tutela, istituzioni e media una fotografia completa e affidabile del vino di qualità italiano”.
In particolare, l’analisi di Valoritalia mette in luce e testimonia una fase molto delicata per il vino italiano, che riflette un evidente calo della domanda sui principali mercati internazionali. Infatti, dopo gli anni della crescita post pandemica, gli imbottigliamenti 2025 (che sono storicamente una cartina al tornasole del mercato, ndr) hanno subito una contrazione complessiva del -2,1% sul 2024, a cui è seguito un ulteriore calo del -5,4% nei primi 5 mesi 2026. Tuttavia, i dati mostrano anche andamenti differenziati in base alle diverse tipologie di prodotto e alle dimensioni delle denominazioni di origine. Nel 2025 i vini a maggiore valore aggiunto, Doc e Docg, hanno registrato una crescita media attorno all’1%; viceversa, gli Igt hanno subito una flessione del -11%. Con un trend, ha sottolineato il presidente Valoritalia Francesco Liantonio, opposto a quanto visto nel 2024. Sempre nel 2025 è proseguito il trend positivo di spumanti (+1,7%), rosati (+5,7%) e vini bianchi fermi (+6,3%), mentre i vini rossi hanno registrato una contrazione superiore al -13%.
I dati, confermano, inoltre, alcune caratteristiche strutturali che incidono direttamente sulle performance della filiera vitivinicola nazionale. Le denominazioni di dimensioni medio-grandi mostrano una maggiore capacità di resistere alle fasi di mercato più complesse, registrando variazioni meno marcate rispetto alla media generale. Al contrario, le micro-denominazioni risultano più esposte alle oscillazioni della domanda. Una dinamica che trova conferma anche osservando la dimensione dei consorzi di tutela: all’aumentare dei volumi commercializzati e della rappresentatività della filiera, migliorano, infatti, la capacità di risposta e le performance complessive delle organizzazioni consortili. Da queste evidenze, spiega Valoritalia, emergono alcune priorità strategiche per il futuro della viticoltura italiana: il rafforzamento e l’aggregazione dei consorzi di tutela, la necessità di differenziare le politiche pubbliche in funzione delle caratteristiche delle imprese e la capacità di rispondere all’evoluzione dei consumi senza rinunciare all’identità e ai valori del vino italiano.
Per Liantonio, va posta particolare attenzione su alcune evidenze, come la forte concentrazione della filiera: le prime 15 denominazioni rappresentano, infatti, l’81% dei volumi certificati, mentre i primi 14 consorzi di tutela ne coprono l’83%. Una dinamica che si riflette anche sul fronte delle imprese imbottigliatrici, dove le prime 5 aziende concentrano quasi il 19% dei volumi complessivi e le prime 40 superano il 55%. A questa concentrazione si affianca, però, una marcata frammentazione produttiva: oltre il 75% delle aziende imbottiglia meno di 500 ettolitri all’anno, confermando il ruolo fondamentale delle piccole e medie imprese nel preservare la ricchezza, la diversità e il radicamento territoriale che caratterizzano il patrimonio vitivinicolo italiano.
“In un momento di grandi sfide e di forte instabilità dobbiamo fermarci, analizzare i cambiamenti e imparare dagli errori - ha sottolineato Liantonio - la sostenibilità sta assumendo un ruolo sempre più centrale, diventando un fattore determinante sia per la competitività delle imprese sia per l’accesso ai mercati internazionali. Allo stesso tempo, però, dovremmo agire su un doppio binario: da un lato è necessario rendere più competitiva la filiera con politiche meglio attrezzate per cogliere le innegabili diversità che attraversano la nostra filiera, e che sappiano, cioè, interpretare i differenti bisogni di imprese e territori; dall’altro, dobbiamo trovare le giuste modalità per riequilibrare la ripartizione dei margini economici, soprattutto lungo la catena distributiva, e affrontare con coraggio il tema della sovracapacità produttiva, conseguenza di una contrazione dei consumi che si manifesta, ormai, da decenni a livello globale. Lavorando sui dati che abbiamo, che sono tanti, una mole enorme, che monitorano decine di migliaia di anagrafiche e milioni di movimenti, aggiornati in tempo reale, che sono fondamentali per prendere quelle decisioni strutturali che oggi più che mai per la filiera non sono più rinviabili. E che metteremo a disposizione di produttori, istituzioni, comunicatori”.
Per il dg Valoritalia, Giuseppe Liberatore, il settore sta attraversando una fase di profonda transizione. “Se nel 2025 gli imbottigliamenti hanno registrato una contrazione del -2,1%, i dati provvisori relativi ai primi 5 mesi 2026 indicano un’ulteriore flessione del -5,4%, evidenziando una fragilità strutturale soprattutto nelle realtà più piccole. Che il momento sia oggettivamente delicato lo confermano tutti gli indicatori che abbiamo preso in esame - dal numero di campioni inviati ai laboratori ai volumi imbottigliati - e che non fanno pensare ad una rapida inversione di tendenza. Grazie alla tecnologia, però, i consorzi hanno oggi la possibilità di adottare misure tempestive per regolare l’offerta, senza dover scontare quei ritardi nella disponibilità di informazioni che fino a ieri ne limitavano l’efficacia”. Tra questi, per esempio, c’è “Tessa”, la piattaforma sviluppata in collaborazione con Microsoft ed Eos che integra avanzati strumenti di Business Intelligence in grado di elaborare in tempo reale milioni di informazioni provenienti dai processi di certificazione, e che a breve, ha detto Liberatore, sarà in grado anche di elaborare modelli predittivi.
Ma anche, o soprattutto, con un mercato del vino in difficoltà, ogni elemento di competitività può diventare decisivo. E tra questi, sempre più, c’è la sostenibilità, secondo lo studio Nomisma Wine Monitor “Scenario di mercato e ruolo della sostenibilità per la crescita del vino italiano”, illustrato dal responsabile Denis Pantini. Che ha evidenziato come la sostenibilità stia assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle scelte dei consumatori e nelle strategie dei consorzi di tutela, anche alla luce del nuovo quadro normativo europeo che la riconosce come elemento integrante delle denominazioni Dop e Igp. “In uno scenario di mercato del vino dominato dall’incertezza, l’attenzione del consumatore verso la sostenibilità resta alta, sia nei confronti del prodotto che dell’azienda, che del territorio di produzione. Si tratta di un valore ricercato anche in ambiti direttamente collegati al vino come nel caso dell’enoturismo, tanto che 2 italiani su 3 la reputano importante anche nella scelta della meta delle proprie vacanze, confermando una volta di più il ruolo strategico che la sostenibilità può esprimere per l’intera filiera vitivinicola italiana”, ha commentato Pantini. Dal cui studio è emerso anche come i consorzi di tutela potrebbero avere un ruolo più proattivo, sia come attori chiave nella valorizzazione dei territori, sia nel supportare le imprese nei percorsi di sostenibilità. “Il prezzo in una fase difficile come questa è il primo criterio di scelta, con l’83%, il 100% italiano è al 74%, ma la sostenibilità è terza al 68%, in crescita di 13 punti sul 2020. E i margini di crescita sono ampi, perché se il 90% dei consumatori sa cosa dono Doc, Docg, Igt e Bio, meno di 1 su 2 - sottolinea Pantini - conosce qualche specifica certificazione. E se il consumatore rispetto ad un vino convenzionale riconosce un maggior prezzo al vino sostenibile, rispetto per ambiente, attenzione al territorio, sicurezza e controlli sono valori associati maggiormente ad un vino sostenibile. Che per il consumatore è soprattutto quello che non usa o limita gli agrofarmaci, se si parla di prodotto. Che è riduzione di scarti e consumi, ma anche sicurezza sul lavoro, se si parla di aziende. Che è tutela della natura, riduzione di agrofarmaci e meno consumo idrico, se si parla di territori”. E se si parla di quali soggetti garantiscono affidabilità e credibilità della certificazione, consorzi ed enti di certificazione, per in consumatori sono in testa.
“La sostenibilità può rappresentare una leva di crescita per il vino italiano di qualità. Il nuovo Regolamento Europeo sulle Indicazioni Geografiche prevede strumenti volontari che consentono alle denominazioni di raccontare e valorizzare le buone pratiche già diffuse nelle nostre filiere vitivinicole. Certificare questi percorsi significa offrire maggiore trasparenza al consumatore e rafforzare il posizionamento competitivo delle produzioni certificate sui mercati globali”, ha detto il presidente Nomisma, già europarlamentare ed ex Ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro.
“Il sistema delle Indicazioni Geografiche italiane sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Ai consorzi di tutela vengono affidate nuove responsabilità - ha aggiunto il presidente Federdoc, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi - che vanno dalla gestione dell’offerta alla sostenibilità, dalla digitalizzazione all’enoturismo. Per svolgere efficacemente queste funzioni occorrono strumenti adeguati: maggiore cooperazione tra consorzi, condivisione di competenze e servizi specialistici, investimenti nella digitalizzazione e risorse dedicate. Allo stesso tempo, è necessario riconoscere l’eterogeneità della filiera vitivinicola italiana. Accanto a grandi imprese esportatrici operano migliaia di piccole e medie aziende che rappresentano il presidio economico e culturale dei territori. Per questo non servono soluzioni uniformi, ma una strategia nazionale condivisa negli obiettivi e flessibile negli strumenti. La competitività del vino italiano si fonda sulla valorizzazione delle differenze. I consorzi di tutela sono un elemento essenziale di questa governance e devono essere messi nelle condizioni di continuare a svolgere il loro ruolo di tutela, sviluppo e crescita sostenibile delle denominazioni e dei territori. In questa fase la filiera deve dare segnali forti, come la sospensione delle autorizzazioni per i nuovi impianti, perchè l’1% all’anno vuol dire 6-7.000 ettari ogni anno che in questo momento non sembrano necessari. Vediamo come va il mercato e poi decidiamo, e nessuno meglio dei consorzi che funzionano ha la capacità, oltre che il dovere, di prendere certe decisioni. Ma si deve razionalizzare: delle 529 denominazioni che abbiamo, dobbiamo dirlo, non tutte hanno senso di esistere, e vale anche per i consorzi. Bisogna aggregare, unirsi, essere più efficaci, perché non possiamo permetterci di sprecare risorse. Per riequilibrare la domanda in Francia hanno investito tante risorse pubbliche per espiantare vigneti. Noi non siamo molto favorevoli a questa strada, soprattutto se queste eventuali risorse venissero distratte da voci come la promozione o gli investimenti”.
Che passano anche dalla certificazione della sostenibilità, materia in cui è diventato un riferimento il protocollo Equalitas che, come spiegato dal presidente Riccardo Ricci Curbastro, “ha costruito il proprio successo su 3 elementi-chiave: l’approccio di filiera, il rigore scientifico e l’affidabilità internazionale. Nato all’interno del settore vitivinicolo, lo standard è stato progettato per coinvolgere tutti gli attori della filiera, dai viticoltori ai consorzi di tutela, favorendo un percorso condiviso verso la sostenibilità. Il suo valore è stato riconosciuto anche a livello istituzionale: è stato l’unico protocollo privato coinvolto nella definizione dello standard pubblico di sostenibilità del vino, contribuendo con requisiti che sono poi confluiti nella normativa nazionale. La sua credibilità è stata ulteriormente rafforzata da benchmark e studi internazionali indipendenti, che lo collocano tra i sistemi più affidabili a livello mondiale. Grazie a questo riconoscimento, Equalitas è oggi accettato e valorizzato da importanti retailer internazionali e dai monopoli del Nord Europa e del Canada, offrendo alle aziende vantaggi concreti come un accesso più agevole ai mercati, la partecipazione ai tender internazionali e la riduzione degli audit. I numeri confermano questa crescita: circa 500 aziende sono già certificate e oltre 300 sono in fase di certificazione, per un totale che rappresenta circa il 20% della produzione vinicola italiana. Il modello si sta, inoltre, espandendo oltre i confini nazionali, con aziende già certificate in Spagna e nel Nord Europa, confermando la vocazione internazionale di Equalitas come riferimento per il vino sostenibile del futuro. Ma dobbiamo guardare oltre alla sostenibilità ambientale: quella sociale e del lavoro saranno sempre più importanti”.
La sostenibilità, infatti, come ha ribadito anche Liantonio, deve guardare a tutti gli aspetti. “Quella ambientale ormai è scontata, non si può produrre una bottiglia di vino e distruggere il territorio. Non avrebbe senso. Quella economia, poi, è fondamentale. Ma quella sociale, che vuol dire rispetto del lavoro, vuol dire distribuzione del reddito lungo tutta la filiera, e non con una parte che guadagna e una che soffre, è sempre più importante, e il vino in questo deve fare da pioniere come ha sempre fatto. La crisi c’è, ma si può superare solo se si investe nella dignità umana e se si lavora uniti”.
E in questo senso, “le certificazioni di turismo sostenibile o di comunità o territori sostenibili, potrebbero sicuramente essere un efficace strumento per accrescere il giro d’affari per le imprese agricole - ha aggiunto Letizia Cesani, in veste di direttore Coldiretti Toscana, ma già presidente del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, una delle città d’arte e del vino in assoluto più visitate in Italia - ma ciò che manca veramente alle certificazioni, che spesso si riducono ad essere aggravi burocratici per le aziende senza il giusto riconoscimento economico, è una adeguata promozione delle certificazioni stesse, e dei loro marchi, nei confronti del consumatore, così che possa fare una scelta di consumo consapevole riconoscendo anche il giusto valore aggiunto all’impresa che ha scelto di certificarsi. Si tratta di importanti operazioni di promozione che devono prevedere ingenti investimenti dei quali dovrebbero farsi carico anche le istituzioni territoriali”.
Giuseppe Blasi, capo Dipartimento delle Politiche Europee Internazionali e dello Sviluppo Rurale del Ministero dell’Agricoltura, ha sottolineato come sia fondamentale investire nella comunicazione, “perché dobbiamo raccontare che quello italiano è il vino più sostenibile del pianeta. Ma ancora manca una modalità unica di cerficazione, sulla quale tanto abbiamo lavorato, ma per la quale, ormai, forse siamo in grande ritardo, perchè nel frattempo hanno preso piede e campo diversi schemi di certificazione. Continuiamo a lavorarci, come facciamo in altre filiere che da questo punto di vista sono ancora più complicate. Per unificare le cose ognuno di noi deve fare un sacrificio, e fare delle scelte”. Per una filiera del vino sempre più sostenibile e certificata e, dunque, sempre più competitiva.

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