“Siamo nati sotto la stella del cambiamento, dal desiderio di ribaltare il modo semplicistico e banalizzante in cui si trattava il cibo e di sfidare una concezione performativa del tempo. Un approccio che era dirompente 40 anni fa e che è attuale ancora oggi. Carlin non avrebbe voluto che tenessimo il lutto: Slow Food è viva ed è pronta a raccogliere la sua eredità”. Con queste parole la presidente Slow Food Italia, Barbara Nappini, ha presentato, oggi a Torino, l’edizione n. 16 di “Terra Madre Salone del Gusto”, dal 24 al 27 settembre nella prima capitale italiana, ricordando i 40 anni di storia che il movimento della Chiocciola, nato nel 1986 a Bra, nelle Langhe poetiche e contadine, celebra in questo 2026, e l’eredità culturale e politica del suo fondatore Carlo Petrini, che ha fatto del cibo buono, pulito e giusto per tutte e tutti - con progetti rivoluzionari che vanno dall’Arca del Gusto ed i Presìdi Slow Food alle comunità di Terra Madre, dall’Università di Scienza Gastronomiche di Pollenzo agli Orti nelle Scuole ed in Africa, dall’Alleanza Slow Food dei Cuochi allo stesso Salone del Gusto, a 30 anni dalla prima edizione nel 1996 - una missione condivisa da milioni di persone nel mondo. Come Satish Kumar, attivista, educatore e scrittore noto per il suo impegno nei movimenti per la pace, l’ecologia e la sostenibilità, Alice Waters, cuoca e saggista, attivista per l’educazione alimentare, Raj Patel, economista e analista dei sistemi alimentari globali, Eric Schlosser, scrittore e giornalista d’inchiesta, i biologi marini Roberto Danovaro ed Helen Scales, il filosofo Tommaso Greco, l’attrice Lella Costa, lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari (con il quale WineNews aveva parlato proprio del grande lascito di Petrini), l’attore e cantautore Moni Ovadia, il musicista, autore e fondatore dei Subsonica Max Casacci, l’attore e comico Paolo Hendel e il maestro panificatore Fulvio Marino. E che saranno tra le voci del più importante evento mondiale dedicato al cibo ed alle politiche alimentari, promosso da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura ed Ismea, con il claim “Biodiversity - Be Diversity” per esprimere il valore della biodiversità declinata in tutte le sue dimensioni: naturale, agricola, gastronomica, culturale e sociale.
“Quarant’anni fa nasceva Slow Food perché Carlin Petrini, quando tutto andava verso la banalizzazione e omologazione, ha incarnato la diversità e proposto di accogliere e leggere la complessità a partire da un elemento quotidiano: il cibo - ha sottolineato Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia - quell’approccio dirompente ha provocato una rivoluzione gioiosa. Oggi, tra i compiti più ardui che ci ha lasciato c’è la realizzazione di 18 “Atlanti dell’Arca del Gusto”, uno per regione. Questi volumi raccontano cibi che rischiano di essere dimenticati, storie di comunità e territori, consuetudini e saperi popolari. Ma al contempo sono esperienze universali. In questa doppia valenza, locale e universale, è condensata la preziosità di quest’opera, che riafferma il valore della diversità. “Biodiversity - Be Diversity (Sii diversità)” è la nostra esortazione a trasformare le differenze in una leva attiva di crescita”.
“Quando arrivai a Terra Madre per la prima volta, nel 2008, non conoscevo Torino né il Piemonte -ha ricordato Edward Mukiibi, presidente Slow Food - oggi, grazie a questa esperienza condivisa da migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo, questi luoghi sono diventati simboli internazionali di cultura del cibo, sostenibilità e cooperazione. Qui si incontrano contadini, pescatori, cuochi, popolazioni indigene e attivisti che spesso lavorano in contesti molto diversi ma affrontano sfide comuni. Terra Madre crea connessioni tra queste comunità, rende visibili le loro esperienze e trasforma le loro conoscenze in una forza collettiva capace di incidere sul futuro. Questa è la sua vera forza: cambiare le persone e, attraverso le persone e le comunità che costruiscono insieme nuove soluzioni, cambiare il mondo”.
E nel 2026, l’evento di Slow Food rafforza ulteriormente il proprio legame con Torino, coinvolgendo il cuore della città-salotto d’Italia lungo la direttrice che collega Piazza Carlo Felice a Piazza Vittorio Veneto, passando per Via Roma, Piazza San Carlo, Piazza Carlo Alberto, Piazza Castello, Palazzo Reale, Musei e Giardini Reali, e tracciando un percorso che coinvolge musei, palazzi aulici e luoghi dell’arte, della cultura e della storia. Una scelta che punta a integrare sempre più Terra Madre nel tessuto urbano, valorizzando gli spazi esistenti come luoghi di incontro, confronto e partecipazione. Per Alberto Cirio, presidente Regione Piemonte, e l’assessore all’Agricoltura regionale Paolo Bongioanni, “anche questa edizione di Terra Madre sarà un’occasione in cui riflettere e divertirsi, scoprire cibi e star bene. Il pensiero va naturalmente a Carlin Petrini che ha avuto questa intuizione geniale e rivoluzionaria. Grazie, Carlin, per avere aperto per primo una porta che poi in tanti abbiamo provato ad attraversare. Abbiamo il compito impegnativo di raccogliere questo testimone. L’edizione 2026 di Terra Madre nelle vie e piazze del centro storico di Torino sarà funzionale a coinvolgere il tessuto commerciale cittadino e contemporaneamente a dare al Piemonte quella dimensione internazionale che la nostra regione merita, ma che non viene ancora pienamente percepita. A fare da apripista nel mondo al nostro turismo sono i nostri vini e le nostre straordinarie produzioni agroalimentari: il riso, la carne, i latticini, la Nocciola Tonda Gentile, eccellenza riconosciuta a livello planetario. Nello Spazio Piemonte in Piazza Castello li presenteremo e li faremo degustare in un palinsesto con più di 40 appuntamenti, e sarà dedicato alla grande tradizione dei nostri maestri panificatori e fornai, che offriranno un’esperienza di conoscenza e degustazione straordinaria”. Per Stefano Lo Russo, sindaco della Città di Torino, “anche quest’anno Terra Madre Salone del Gusto, punto di incontro delle comunità del cibo di tutto il mondo, sarà l’occasione per la nostra città per consolidare il suo impegno nel promuovere un sistema alimentare sostenibile ed equo. Lo faremo, a 40 anni dalla nascita di Slow Food, nella memoria e nel solco della strada tracciata sin qui da Carlin Petrini, facendo tesoro del suo insegnamento su come il cibo racconti meglio di tutto chi siamo e quale mondo vogliamo costruire. Le politiche alimentari sono una priorità strategica per il futuro e questa edizione sarà anche l’occasione, attraverso gli Stati Generali della Cooperazione internazionale degli enti locali che saranno ospitati al Museo Nazionale del Risorgimento, per valorizzare il lavoro che come amministrazione comunale portiamo avanti attraverso numerosi progetti di cooperazione internazionale e per rafforzare partenariati territoriali capaci di generare cooperazione, inclusione, cultura di pace e biodiversità”. “Terra Madre Salone del Gusto - ha aggiungo Domenico Carretta, assessore ai Grandi Eventi della Città di Torino - rappresenta un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria, il cibo è un linguaggio universale capace di unire ciò che la geografia e la storia a volte tentano di separare. È un grande spazio di accoglienza nel quale le diversità non sono barriere, ma ricchezza comune da custodire, un ecosistema umano, alimentato dall’impegno e dalla visione di figure chiave come Carlo Petrini, a cui va il pensiero e il grazie della città”.
Focus - “Terra Madre Salone del Gusto” 2026: gli eventi da non perdere per Slow Food
Nel 2026, a 30 anni dalla prima edizione del Salone del Gusto (nel 1996, ndr), Terra Madre Salone del Gusto 2026, l’evento principe di Slow Food e del cibo buono, pulito e giusto, anima il centro di Torino: una grande esposizione vede protagonisti i Presìdi Slow Food, i prodotti dell’Arca del Gusto e le comunità che ogni giorno li custodiscono e valorizzano; spazi importanti sono dedicati alle reti tematiche (Slow Grains, Slow Mais, Slow Beans, Slow Rice e Slow Olive), ma anche alla rete Slow Food dei castanicoltori, al Presidio dei prati stabili e dei pascoli e all’universo delle Terre Alte. Il cuore dell’evento è il grande Mercato dei produttori, che riunisce centinaia di espositori, testimoni della biodiversità di tutte le regioni d’Italia e di diversi Paesi del mondo. Al centro dell’evento, come sempre, le conferenze, che spaziano tra diversi temi d’attualità - dall’alimentazione alla sostenibilità, dall’agricoltura alla giustizia sociale, fino alle politiche del cibo - affiancate dai Laboratori del Gusto e dagli appuntamenti con le cuoche e i cuochi dell’Alleanza Slow Food.
E per celebrare i 40 anni di Slow Food, le Gallerie d’Italia ospitano un programma di incontri con attori, scrittori, contadini, cuochi, giornalisti, scienziati e filosofi. E poi, ancora, le attività educative pensate per grandi e piccini, le iniziative che mettono al centro il mondo delle api e degli impollinatori, lo spazio delle Slow Food Coalition dedicate al vino, al caffè, al cacao e ai sidri e, immancabile, l’Enoteca di Terra Madre.
Terra Madre è, ancora una volta, insomma, il punto d’incontro della rete globale di Slow Food, con oltre 1.500 produttori, cuochi, pescatori, allevatori, agricoltori, studiosi, giovani e attivisti provenienti da tutto il mondo. Negli stessi giorni, l’Assemblea dei Partecipanti della Fondazione Slow Food Ets riunisce a Torino delegati da oltre 120 Paesi, offrendo uno spazio di confronto, partecipazione politica e costruzione condivisa del futuro della rete.
Focus - “Biodiversità, la battaglia del secolo per assicurare un futuro alla nostra specie” di Carlo Petrini (tratto dal volume “Terrafutura - dialoghi con Papa Francesco dell’ecologia integrale”, Slow Food Editore-Giunti, 2020)
Quando usiamo il termine biodiversità senza ulteriori aggettivi ci riferiamo all’insieme del patrimonio genetico presente sul nostro pianeta, ovvero alla enorme varietà di organismi viventi sulla Terra. Un termine purtroppo salito agli onori della cronaca in modo sempre più trasversale, in quanto emblema di un modello di sviluppo e di produzione umana distruttivo verso l’ambiente che la ospita. Secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il Cibo e l’Agricoltura, dal 1900 a oggi abbiamo perso oltre il 70% della biodiversità agricola complessiva, ovvero più di due terzi di tutte le specie animali e vegetali storicamente usate dall’uomo per alimentarsi. A ritmi altrettanto sostenuti e allarmanti procede l’erosione della biodiversità delle specie non agricole e non allevate, promettendo un mondo in cui la povertà genetica sarà il tratto distintivo del nostro esistere. Non è un caso che per questo periodo storico si sia tornati a utilizzare un’espressione come “estinzione di massa”, solitamente rivolta a ere geologiche passate (per intenderci, l’ultima estinzione di massa risale a 65 milioni di anni fa ed è quella che interessò i dinosauri). Questa volta però, fatto completamente inedito, responsabile unica della tragedia è l’attività umana. Lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali agisce infatti su due canali primari: da un lato erode gli ecosistemi, occupa spazi vitali storicamente fuori dalla portata dell’uomo antropizzandoli e rendendoli non più adatti alla sopravvivenza di alcune specie che vi prosperavano (e favorendo pericolosissimi salti di specie, come abbiamo drammaticamente vissuto nel caso del Coronavirus, originato proprio dall’improvvisa convivenza forzata tra specie selvatiche e domestiche); dall’altra, il modello produttivo industriale e post-industriale è responsabile dell’emissione di quantità enormi di gas serra che portano il clima a mutare (e il pianeta a riscaldarsi) modificando in maniera irreparabile l’habitat naturale di numerose specie che, dunque, finiscono per estinguersi.
Negli ultimi tre decenni, quindi, la parola biodiversità è diventata cruciale per promuovere un modo diverso di gestire il rapporto tra la specie umana e l’ambiente che la ospita. Perdere la biodiversità della Terra non è un’opzione praticabile e, se non si inverte la rotta, non ci aspetta altro che un disastro senza precedenti, in cui l’ultima vittima di quest’ultima estinzione di massa sarà proprio homo sapiens. Questo è il mantra di tutte le associazioni e i movimenti ambientalisti, consapevoli che la biodiversità rappresenta il più grande patrimonio naturale in grado di garantire la sopravvivenza dell’umanità. Su questo punto non c’è dubbio, e tutta la comunità scientifica concorda nell’individuare questa come la battaglia del secolo per assicurare un futuro alla nostra specie.
Il concetto di biodiversità culturale forza la mano dal fronte strettamente scientifico a quello sociale e indica tutta la straordinaria varietà di modi di vivere degli esseri umani sul pianeta. Dalle lingue parlate alle espressioni di spiritualità, dalle forme artistiche fino al modo di amministrare la giustizia, dall’organizzazione dei riti di passaggio fino alla gestione degli scambi di beni. Questa nuova categoria concettuale è importante perché ci aiuta ad analizzare quanto stiamo perdendo e stiamo sacrificando. Il modello di sviluppo turbocapitalista occidentale, infatti, non si è limitato allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali: al contrario, ha imposto un modello di civiltà e socialità monocromatico che ha progressivamente marginalizzato e penalizzato tutto ciò che non vi si conformava completamente. In questo modo quei gruppi e quei popoli, in primis gli indigeni, che praticano un concetto differente di comunità e di socialità, oltre che di economia, hanno visto progressivamente contrarsi, spesso violentemente, i propri spazi vitali e culturali. Così si sono perse lingue parlate da millenni, usi e costumi, modelli di scambio basati sulla reciprocità e sul dono, approcci alla natura equilibrati e durevoli. Si è arrivati a quella cultura dello scarto spesso citata da Papa Francesco come una delle eredità più pericolose del momento storico attuale. Le diseguaglianze sociali sono in costante crescita in tutto il mondo e grida vendetta il divario tra i pochi ricchi privilegiati che godono di benessere economico, libertà di movimento, accesso alla cultura, alla salute e alla conoscenza e la grande massa di diseredati impoveriti e costretti a pagare il prezzo più alto, oltre che dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche degli sconquassi ambientali.
Sulla base di queste premesse poggia il concetto di “ecologia integrale”, ampiamente sviscerato nell’Enciclica Laudato si’ e che possiamo riassumere nella formula “non c’è attivismo ambientalista senza attivismo sociale”. Nella sostanza, non è possibile affrontare con decisione le enormi questioni della salvaguardia ambientale se non le connettiamo strettamente alla questione della diseguaglianza sociale ed economica. Per farlo, però, bisogna tornare a monte, ovvero alla biodiversità culturale. Intesa non solo nella sua accezione semantica, quanto piuttosto come elemento politico centrale, come progetto di nuovo umanesimo, nuovo paradigma da inseguire e da sposare. […]
C’è poi un elemento in più che dovrà tornare a essere patrimonio di tutti […]: la spiritualità. Per troppo tempo in Occidente, dalla tradizione illuminista in poi, abbiamo nutrito l’illusione che l’uomo potesse prescindere dalla spiritualità perché guidato dalla scienza, dal progresso tecnologico, dalla mera ragione. Si è trattato di un errore madornale, perché abbiamo confuso la spiritualità con la religione, abbiamo pensato che tutto ciò che non riguarda il mondo materiale fosse il retaggio di un passato oscurantista e ci siamo preclusi un elemento cardine della definizione di ciò che è umano, ovvero lo slancio verso qualcosa di altro da noi, la ricerca di un disegno universale, di una connessione tra tutti gli esseri umani e tra gli umani e il loro ambiente. La spiritualità è invece un elemento profondamente umano, ne costituisce l’essenza tanto quanto la sessualità, la volontà, il desiderio, lo slancio vitale, la ragione. Da questo punto di vista sono profondamente convinto che la strada per ricostruire un nuovo umanesimo e un nuovo modo di abitare questo pianeta da fratelli non possa prescindere da un’ardente coltivazione della spiritualità. […]
La biodiversità culturale ci insegna a leggere le vicende del mondo con un approccio aperto e umile, a cogliere l’immensità di ciò che modi di vivere diversi dal nostro possono insegnarci e di come la diversità sia la forza per disegnare il nostro futuro. Accanto a questi due punti fermi, spiritualità e intelligenza affettiva potranno costituire le altre due gambe in grado di sostenere il tavolo di un futuro promettente e giusto per tutti. Penso agli innumerevoli esempi luminosi che ci circondano e ci mostrano che si può fare. Penso a quelle donne e a quegli uomini che hanno praticato simili valori e ne hanno fatto una bandiera. […] Penso a Olivia Arévalo Lomas, leader indigena peruviana che si è battuta fino alla morte per proteggere il proprio habitat, guidata dalla sicurezza che la fratellanza umana non potrà essere piegata dagli interessi economici di una multinazionale. Penso a tutti coloro che ogni giorno si impegnano per garantire assistenza all’umanità dolente che è costretta a scappare dalle proprie terre e a cercare un futuro per sé e per le proprie famiglie. La biodiversità culturale va preservata e va adottata come paradigma politico per il futuro di tutti, perché è da quella base che si può costruire un mondo degno e, finalmente, giusto.
Albert Einstein, colui che per molti è l’emblema stesso del pensiero scientifico e dell’uomo di scienza, ha scritto: “l’uomo che non ha gli occhi aperti al mistero, passerà attraverso la vita senza vedere assolutamente nulla”. Il più grande mistero del nostro mondo è la pluralità e la profondità dell’essere umano.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026