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BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA

Nessun potere, per quanto pervasivo, può controllare tutta la vita delle persone, a partire dal cibo

Dal carcadè alle banane dell’Impero, in “Il fascismo delle cose”, Emanuela Scarpellini racconta consumi e quotidianità nel Ventennio più nero d’Italia
AUTARCHIA, BENITO MUSSOLINI, BIBLIOTECA ENOGASTRONOMICA, CIBO, CONSUMATORI, EINAUDI, FASCISMO, ITALIANI, POTERE, VITA, Non Solo Vino
Il libro di Emanuela Scarpellini

Che cosa può raccontare una tazza di carcadè sulla storia di un Paese? Apparentemente poco. Eppure, a volte, sono proprio gli oggetti più comuni, quelli che passano quasi inosservati, a custodire le tracce più profonde di un’epoca. Un’abitudine alimentare, una bevanda, un francobollo, un capo d’abbigliamento possono diventare strumenti attraverso cui una società si racconta, ma anche attraverso cui il potere cerca di orientare comportamenti, gusti e scelte quotidiane. Da qui prende forma il libro “Il fascismo delle cose. Oggetti e consumi nel Ventennio” di Emanuela Scarpellini, storica dei consumi e della cultura materiale, che sceglie di osservare il fascismo non attraverso i grandi eventi, le adunate o i discorsi di Benito Mussolini, ma attraverso ciò che gli italiani acquistavano, mangiavano, indossavano e utilizzavano ogni giorno.
Il risultato è un viaggio nella vita quotidiana del Ventennio più nero della storia d’Italia che attraversa moda, alimentazione, cura del corpo, pubblicità, collezionismo e consumi, mostrando come il regime cercasse di costruire consenso anche attraverso una propaganda meno appariscente ma capillare e costante. Tra gli esempi più significativi raccontati nel volume (Edizioni Einaudi, maggio 2026, pp. 400, prezzo di copertina 29 euro), c è proprio il carcadè, bevanda ottenuta dai fiori di ibisco, che il fascismo promosse negli anni dell’autarchia come alternativa a tè e caffè. Ma non solo, perché insieme alle banane provenienti dalle colonie e ad altri prodotti presentati come simboli dell’Impero, il carcadè doveva raccontare agli italiani i benefici dell’espansione coloniale e dell’autosufficienza economica. Dietro un semplice infuso si nascondeva, quindi, un preciso progetto politico.
Ma uno degli aspetti più interessanti del libro è che questa storia non viene raccontata come un percorso lineare, perché tra le intenzioni del regime e la realtà esisteva, infatti, un terzo protagonista: il consumatore. Le persone continuavano a scegliere, adattare, accogliere o rifiutare ciò che veniva proposto. Molte campagne ebbero risultati parziali, altre fallirono, altre ancora furono reinterpretate in modi imprevedibili. Ed è forse qui che il libro trova la sua riflessione più attuale: nessun potere, per quanto pervasivo, riesce a controllare completamente la vita delle persone. Tra propaganda e realtà esiste sempre uno spazio in cui si muovono desideri, abitudini e preferenze individuali. E a volte la storia di un’epoca non si nasconde nei grandi eventi, ma nelle piccole scelte quotidiane di chi continua, semplicemente, a decidere personalmente cosa mettere in tavola.

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