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CINEMA

Dalla zuppa di Circe ai fiori di loto di Calipso: il cibo e il vino nell’“Odissea” di Nolan

Nell’opera di Omero si contano quasi 200 pasti. Il regista semplifica, ma ne conserva il significato simbolico 
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Nell’“Odissea” di Nolan anche cibo e vino tra i protagonisti (ph. ChatGPT)

C’è la zuppa che la maga Circe serve agli uomini di Ulisse e che loro mangiano, voraci, senza sapere che contiene la pozione magica che li trasformerà in maiali; ci sono i fiori di loto che la ninfa Calipso offre ad Ulisse, durante i lunghi anni in cui lo tiene nella sua isola, e che fanno perdere all’eroe la memoria ed il senso di sé; ci sono i banchetti rumorosi dei Proci, a base di succulenti carni arrostite e vino a fiumi, allestiti da una sempre più disillusa Penelope; c’è l’ottimo formaggio che prepara Polifemo nella sua grotta, grazie al latte di quelle pecore e capre alle quali Ulisse e ai suoi uomini si mescoleranno per uscire dall’antro, dopo aver accecato il gigante: nell’“Odissea” del regista Christopher Nolan - il kolossal che sta riempiendo le sale cinematografiche di tutto il mondo e che, in poche settimane, è già salito nella top 10 dei film con i maggiori incassi della storia - il cibo ed il vino sono tra i protagonisti, insieme ai grandi attori che Nolan ha scelto per interpretare la pellicola ispirata al celebre poema di Omero, da Matt Damon a Tom Holland, da Anne Hathaway a Zendaya, da Robert Pattinson a Charlize Theron, e molti altri. 
Del resto nell’opera di Omero si mangia e si beve in continuazione: gli studiosi hanno contato quasi 200 pasti disseminati lungo i 24 libri del poema. Il cibo, nel testo omerico, non è mai un semplice dettaglio di ambientazione, ma rappresenta una misura della civiltà. Nolan sceglie di non replicare pedissequamente l’abbondanza gastronomica del poema, ma riduce, seleziona, trasforma. Eppure, proprio in questa operazione di sottrazione, conserva, e anzi amplifica, il significato simbolico che il cibo porta con sé in Omero.
La sequenza più intensa, da questo punto di vista, è senza dubbio quella ambientata sull’isola di Eea, regno della maga Circe, interpretata dall’attrice Samantha Morton. Nel poema originale, gli uomini di Ulisse - guidati da Euriloco - vengono accolti nel palazzo della maga con un banchetto a base di formaggio, farina, miele e vino, in cui viene versata una pozione che li trasforma in porci. Nolan riscrive la scena: il pasto diventa una sorta di zuppa rituale, servita in un’atmosfera ambigua sospesa tra seduzione e minaccia. La regia indugia sulla fame vorace dei marinai, che si abbandonano al cibo con un’ingordigia crescente mentre il loro corpo muta progressivamente in quello di animali, con l’intervento di Circe, che li plasma. È un momento in cui la voce della maga, che considera la trasformazione come fosse la rivelazione di una verità già presente negli uomini, restituisce un’interpretazione più cupa e psicologica rispetto alla favola omerica: l’appetito smodato diventa lo specchio di ciò che quegli uomini erano già, prima ancora di bere la pozione. Il banchetto, che nella tradizione greca è il gesto di ospitalità per eccellenza (il principio della “xenia”, l’ospitalità sacra protetta da Zeus), si rovescia così nel suo contrario: diventa la trappola che punisce chi non sa più distinguere il limite tra fame e bramosia.
Un secondo asse tematico riguarda l’episodio dei Lotofagi, il popolo che nutre i naviganti con il fiore di loto capace di far dimenticare la patria e ogni desiderio di ritorno. Nel poema originale si tratta di un episodio breve ma potentissimo, una delle allegorie più limpide dell’intero viaggio: non è una droga qualunque, è la messa in scena dell’oblio come minaccia più insidiosa della morte stessa. Nolan fonde questo episodio con la figura di Calipso, la ninfa che trattiene Ulisse per molti anni sulla sua isola, e trasforma il fiore in uno strumento di sospensione della memoria che pervade l’intero incontro tra i due personaggi. La scelta narrativa è significativa: nel film, il rischio più grande per Ulisse non è mai soltanto quello fisico. È la possibilità di smarrire la propria identità, di dimenticare chi è e da dove viene. Il cibo, ancora una volta, funziona come soglia simbolica: chi mangia il loto smette di essere un viaggiatore diretto verso casa e diventa un naufrago della propria stessa coscienza.
Se nell’opera di Omero Ulisse scende nell’isola dei Ciclopi con otri pieni di vino come dono per gli uomini che lo avrebbero ospitato, Nolan mette, invece, l’accento sull’ottimo formaggio che Polifemo prepara nella sua grotta, custodito in canestri intrecciati, e che Ulisse e i suoi uomini assaggiano con piacere, senza sapere che è stato prodotto da un gigante. Solo quando il ciclope, alla fine della giornata, torna preceduto dal suo gregge e comincia a mangiarli, Ulisse e i suoi uomini si rendono conto della situazione e, dopo averlo accecato, scappano il giorno dopo confondendosi in mezzo alle pecore e alle capre. 
Se nella parte “fantastica” del film il cibo è dunque legato alla metamorfosi e all’oblio, nella parte “umana” ambientata a Itaca il vino assume un ruolo altrettanto carico di tensione. Il palazzo di Ulisse è occupato dai Proci: qui il film restituisce la funzione conviviale e narrativa del vino nella cultura greca antica: nelle sale della reggia di Itaca, un cantore, interpretato dal rapper Travis Scott, intrattiene i commensali durante i banchetti raccontando le gesta di Ulisse nella guerra di Troia. È un dettaglio che rimanda ad una funzione arcaica ma sempre attuale della tavola: il vino come catalizzatore della memoria collettiva, il momento conviviale come spazio in cui si tramandano storie e si costruisce l’identità di una comunità. Qui i Proci mangiano e bevono ingordamente le carni arrostite e il vino fornito da Penelope, e sempre il cibo è al centro della richiesta di Ulisse, che, travestito da mendicante (nessuno lo riconosce, tranne il figlio Telemaco e il cane Argo), gira con un piatto intorno al banchetto, chiedendo ai Proci i loro avanzi. Prima di rivelarsi e ucciderli tutti. 
Ma cosa mangiavano davvero gli antichi Greci, al di là della trasfigurazione mitica e cinematografica? Gli studi storici restituiscono un quadro ben più frugale e ripetitivo di quello immaginato dal cinema epico. Alla base dell’alimentazione quotidiana c’erano i cereali, che da soli coprivano secondo le stime i due terzi del fabbisogno calorico complessivo: orzo soprattutto, più economico e facile da coltivare, e frumento, considerato più pregiato. Con questi cereali si preparava un'enorme varietà di pani e focacce: le fonti antiche ne elencano decine di tipi diversi. Il più diffuso era la maza, una sorta di focaccia d’orzo impastata con olio, spesso arricchita con coriandolo o sale, alimento popolare per eccellenza tra le classi meno abbienti, tanto che l’espressione “mangiare solo orzo” era usata da Aristofane come equivalente della nostra “dieta di pane e acqua”.
Accanto ai cereali, la triade alimentare greca si completava con l’olio d’oliva e il vino, entrambi considerati doni divini. Il vino accompagnava praticamente ogni pasto, ma veniva sempre diluito con acqua: consumarlo puro era considerato un segno di barbarie o di dissolutezza. I legumi, come lenticchie, ceci e fave, fornivano la principale fonte di proteine vegetali per la popolazione. 
Da notare come, a differenza di quanto prevede la Dieta Mediterranea nella sua visione più attuale (fu teorizzata per la prima volta, negli Anni Cinquanta del Novecento, dal fisiologo americano Ancel Keys, che, con la moglie Margaret, studiò le abitudini alimentari delle popolazioni del sud Italia), tra gli antichi Greci era del tutto assente la verdura, quasi impossibile da coltivare in una terra da sempre particolarmente arida. La carne restava un alimento raro, per lo più legato a contesti religiosi e sacrificali, e riservata ad occasioni speciali o a chi poteva permettersela. Chi viveva vicino al mare integrava la dieta con pesce e frutti di mare, spesso conservati sotto sale o affumicati.
Questo regime è ben lontano dai sontuosi banchetti raccontati da Omero e reinterpretati sul grande schermo da Nolan: la tavola degli eroi omerici, con le sue carni abbondanti ed i suoi vini generosi versati senza risparmio, era già ai tempi di Omero un’immagine idealizzata, quella di un’aristocrazia guerriera, più che lo specchio realistico delle abitudini quotidiane della Grecia antica. Proprio nell’“Iliade” e nell’“Odissea”, i guerrieri greci sono descritti come grandi mangiatori di carne e vino: si tratta della cosiddetta “dieta degli eroi”, che simbolicamente conferiva forza e prestigio, anche per differenziarsi da quella della popolazione comune, che era appunto semplice e frugale. 

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