02-Planeta_manchette_175x100
Consorzio Collio 2026 (175x100)
LO SCENARIO

Meno aziende, ettari e lavoratori: oltre un secolo di rivoluzione dell’agricoltura italiana

L’analisi dei dati Istat: dall’Unità d’Italia ad oggi, la popolazione attiva in agricoltura è passata dal 70% al 3% del totale
AGRICOLTORI, AGRICOLTURA, AZIENDE AGRICOLE, ISTAT, STORIA ITALIANA, SUPERFICIE AGRICOLA, Non Solo Vino
Un secolo di rivoluzione dell’agricoltura italiana nei dati Istat (ph: ChatGpt)

Meno aziende agricole, ma più grandi (sebbene ancora molto inferiori per dimensioni alla media europea), meno ettari coltivati, meno manodopera, con la meccanizzazione che ha sostituito quasi 9 persone su 10, in un Paese sempre più trasformatore ed esportatore e sempre meno produttore di materia prima: è la fotografia di un secolo di evoluzione dell’agricoltura italiana dell’Istat, che evidenza dati che fanno capire la portata di una rivoluzione profondissima che ha cambiato il volto del Paese.
Basti pensare al tema dell’occupazione: nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, “le persone in condizione professionale attive nel settore primario (agricoltura, foreste e pesca) erano 10,8 milioni (su una popolazione sui 26 milioni di abitatni) e 9,4 milioni nel 1931; già nel 1961 erano solo 5,7 milioni, scese fino a 1,6 milioni nel 1991 e ad appena 800.000 nel 2024. In rapporto alla popolazione attiva totale, quella impegnata in agricoltura è diminuita dal 70% a poco più del 3%”, spiega l’Istat.
Una diminuzione legata in gran parte alla meccanizzazione, sottolinea ancora l’Istituto, che evidenzia anche come “nel 1930 in Italia operavano 4,2 milioni di aziende agricole, con una superficie agricola totale di 26,3 milioni di ettari. Il primo Censimento agricolo ufficiale del 1961 rilevò un contesto molto simile a quello del 1930, ma già tra 1961 e 1970 le aziende si riducono da 4,3 a 3,6 milioni, diminuendo poi fino a 2,8 milioni nel 1990 e a 1,1 milioni nel 2023. Le superfici si sono ridotte meno, fino ai 15,9 milioni di ettari attuali, e tra il 1930 e il 2023 la dimensione media aziendale è più che raddoppiata (da 6,3 a 14,1 ettari)”.
Di pari passo, è diminuita anche la superfice agricola totale, ed in particolare, nei 90 anni tra il 1930 ed il 2020, si sono persi 10,4 milioni di ettari (per arrivare, oggi, a 12,3 milioni di ettari), con una riduzione che ha riguardato soprattutto le aree montane, dove si sono ridotte di quasi due terzi (passando in quota dal 35,5% al 21,4% del totale), e in misura minore le aree collinari, mentre le zone pianeggianti hanno perso appena 400.000 ettari; in connessione con l’orografia, le flessioni più rilevanti hanno caratterizzato il Nord-Ovest (da 6,2 a 2,5 milioni di ettari) e il Sud (da 7,0 a 4,2 milioni)”.
Guardando in particolare allo spopolamento delle aree montanee, legato anche a fattori geografici (isolamento e clima), sociologici (invecchiamento della popolazione) ed economici (scarsa redditività), questo, ribadisce l’Istat, “rappresenta un rischio rilevante, perché spesso comporta la chiusura di molte attività, degrado idrogeologico, minore biodiversità delle produzioni e perdita dell’identità culturale del territorio montano”. Anche se, va detto, spesso il ritirarsi dell’agricoltura ha portato al forte recupero del patrimonio boschivo.
Ancora, guardando ai numeri, dall’analisi Istat emerge che, tra i Paesi Ue, nel 2020, “l’Italia occupava la quinta posizione per dimensione della superficie agricola utilizzata (Sau), preceduta da Francia, Spagna, Germania e Polonia, e - dopo l’Austria - è il Paese che nell’arco di 60 anni ha registrato la maggiore contrazione della Sau, oltre il 53%, seguita dalla Spagna col 46% (in Francia la flessione è stata del 23% e in Germania meno del 5%): una realtà, questa, che per Italia e Spagna compendia lo sviluppo più tardivo delle attività non agricole e lo sfruttamento più ampio, in passato, di terre marginali”. Ma nonostante questo processo che ha concentrato le superfici agricole su un numero sempre minore di aziende, la dimensione media di un’azienda agricola italiana resta piccola, pari a 10,6 ettari di superficie agricola utilizzata, quasi 6 volte meno della Germania e 7 volte meno della Francia.
A cambiare, però, è stata anche la “demografia” alla guida delle aziende agricole: la percentuale di quelle guidate da un “capo azienda” donna è cresciuta leggermente (dal 29,2 al 32,9%), mentre l’incidenza di quelle legate da giovani è scesa dal 10,3% al 7,9% del totale, a causa dell’invecchiamento che si è accompagnato ad un finora scarso ricambio generazionale. Ancora, “le strategie aziendali tendono sempre più ad esternalizzare le funzioni: se nel 2000 solo 14,8 giornate di lavoro su 100 svolte nelle aziende agricole derivavano da manodopera non familiare, nel 2023 tale quota era quasi raddoppiata (27,5%)”.
In ogni caso, sotto la spinta della crescente sensibilità a temi come la sostenibilità ambientale e la crescita ambientale, è cresciuto il settore del bio, tanto che, tra il 2000 e il 2024, spiega l’Istat, “le aziende biologiche sono passate dal 2,25 al 7,4% del totale, e la quota delle superfici agricole biologiche sul totale delle superfici coltivate è cresciuta dal 7,9% al 19,5%. L’Italia si sta, così, avvicinando all’obiettivo dell’Unione Europea di raggiungere almeno il 25% della superficie coltivata con metodo biologico entro il 2030. Nell’Ue, nel 2024 l’Italia era al quarto posto per quota di superficie agricola biologica sul totale, con una quota (e superficie) più che raddoppiata rispetto al 2012”.
Ma in estrema sintesi, sottolinea ancora l’analisi Istat, “dal secondo dopoguerra, l’agricoltura italiana è passata da un sistema manuale e di sussistenza a un modello industriale e intensivo, fino all’attuale attenzione per qualità, tecnologia e sostenibilità”. E dopo una fase iniziale di forte crescita della produttività, molte produzioni agricole hanno iniziato a diminuire, soprattutto dagli Anni Duemila. Tra le cause principali ci sono i cambiamenti climatici, la concorrenza internazionale, la riduzione delle superfici coltivate, la perdita di fertilità dei terreni e i bassi guadagni dei produttori. Le coltivazioni hanno avuto andamenti diversi: sono diminuite, per esempio, le produzioni di frumento, patate, granturco, pere, olive e pesche, mentre riso, pomodoro, mele e arance hanno mantenuto risultati migliori. Anche la produzione di carne, dopo una forte crescita fino agli Anni Ottanta, è diminuita per bovini, suini e ovicaprini; al contrario, la carne avicola continua a crescere. La produzione di latte è, invece, aumentata costantemente, arrivando a 14 milioni di tonnellate nel 2024, insieme ad una forte crescita della produzione di formaggi.
Infine, sebbene l’Italia abbia storicamente importato più prodotti agricoli e zootecnici di quanti ne esportasse, la forza dell’industria di trasformazione alimentare ha migliorato la situazione: dal 2018 il saldo commerciale dell’intero settore agroalimentare è positivo. Ma nello scenario di un’Italia agricola completamente diverso, come del resto lo sono tutti gli altri settori produttivi, ed il mondo in generale, rispetto ad un secolo fa.

Copyright © 2000/2026


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026

Altri articoli