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IN MONGOLIA

Allarme suoli nel mondo, il degrado accelera, mentre le soluzioni restano indietro

Alla Cop17 la Fao lancia il rapporto 2026 e una guida globale per fermare erosione, desertificazione e perdita di fertilità dei terreni

Il degrado dei suoli continua ad aggravarsi in gran parte del pianeta, mentre le pratiche già disponibili per proteggerli e ripristinarli faticano ancora a diffondersi con la rapidità necessaria. È il monito lanciato dalla Fao alla Cop17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla Desertificazione (Unccd), che si è svolta a Ulaanbaatar, in Mongolia, dove sono stati presentati il rapporto “Lo stato delle risorse del suolo nel mondo” 2026 e la nuova guida “Suoli vivi, terre produttive, paesaggi resilienti: guida per evitare, ridurre e invertire il degrado dei terreni agricoli e del suolo” elaborata congiuntamente con l’Unccd.
L’aggiornamento del rapporto globale pubblicato nel 2015 dal Global Soil Partnership della Fao, realizzato dall’Intergovernmental Technical Panel on Soils-Partenariato mondiale per il suolo con il contributo di oltre 290 esperti di 75 Paesi e basato sulla letteratura scientifica prodotta tra il 2015 e il 2025, evidenzia una situazione preoccupante. Oltre la metà delle valutazioni regionali e subregionali analizzate segnala, infatti, una bassa o molto bassa adozione delle pratiche di gestione sostenibile del suolo; il 58% indica un peggioramento dal 2015 e solo il 10% registra progressi.
Secondo la Fao, i suoli sostengono oltre il 95% della produzione alimentare mondiale, ospitano il 59% della biodiversità globale e rappresentano il secondo più grande serbatoio di carbonio del pianeta dopo gli oceani. Eppure, le pressioni continuano a crescere: dal 2015 la popolazione mondiale è aumentata di 800 milioni di persone, mentre la superficie raccolta delle principali colture si è ampliata di 80 milioni di ettari, pari al +24%. Urbanizzazione, pratiche agricole non sostenibili, attività industriali, conflitti e inquinamento stanno contribuendo alla perdita delle funzioni vitali del suolo. “Oggi abbiamo a disposizione prove molto più solide sulle pressioni che gravano sui suoli del mondo e sulle pratiche in grado di proteggerli e ripristinarli. Tuttavia, questo rapporto mostra chiaramente che le soluzioni già collaudate non vengono ancora adottate con la rapidità e la diffusione necessarie. La priorità, ora, è fornire a Paesi agricoltori e altri utilizzatori del territorio le conoscenze, le competenze e gli incentivi di cui hanno bisogno per mettere queste soluzioni in pratica”, dichiara la vice dg Fao Beth Bechdol.
Tra le 7 principali minacce individuate ci sono erosione, perdita di carbonio organico, diminuzione della biodiversità del suolo, gestione inadeguata dei nutrienti, salinizzazione, inquinamento e impermeabilizzazione legata all’espansione urbana. L’erosione viene identificata come la minaccia più grave e interconnessa: nell’81% delle valutazioni delle 7 regioni esaminate la sua gestione è giudicata scarsa o molto scarsa e il 65% segnala un deterioramento dal 2015. La Fao sottolinea che i processi di degrado tendono ad alimentarsi reciprocamente: l’erosione, ad esempio, rimuove lo strato fertile superficiale, riduce carbonio e nutrienti, compromette l’infiltrazione dell’acqua e aumenta il rischio di alluvioni e siccità.
Per l’Italia, il rapporto “Lo stato delle risorse del suolo nel mondo” 2026 delinea un quadro particolarmente delicato, tipico dell’area mediterranea. La perdita media di suolo dovuta all’erosione idrica è stimata sulle 8,4 tonnellate per ettaro all’anno, con punte molto più elevate in Calabria, dove la media raggiunge 30,6 tonnellate per ettaro all’anno e attorno al 13% del territorio è interessato da fenomeni di erosione molto severa, con perdite comprese tra 75 e 300 tonnellate per ettaro all’anno. Anche l’erosione causata dalle lavorazioni agricole presenta valori superiori a 5 tonnellate per ettaro all’anno soprattutto in Sicilia e lungo l’Appennino. Sul fronte del carbonio organico, i terreni forestali italiani presentano uno stock medio di 132 tonnellate di carbonio per ettaro, i prati e pascoli 91 tonnellate e i terreni coltivati 54 tonnellate, ma la Fao evidenzia l’assenza di dati nazionali di monitoraggio sufficienti per definire una tendenza nel tempo. Analoga carenza riguarda la biodiversità del suolo, mentre a livello europeo si stima che il 62% dei suoli possa essere considerato non sano in base alla sovrapposizione dei diversi processi di degrado.
Tra le criticità segnalate per l’Europa occidentale figurano anche gli eccessi di azoto e fosforo derivanti dalla fertilizzazione, che possono contribuire all’eutrofizzazione delle acque e alle emissioni inquinanti, mentre nel Sud Europa cresce la preoccupazione per la salinizzazione dei terreni, fenomeno favorito dall’interazione tra siccità, irrigazione, evaporazione e insufficiente drenaggio. Un’altra minaccia particolarmente rilevante è l’impermeabilizzazione del suolo: nell’Unione Europea le superfici sigillate rappresentano il 4,2% del territorio secondo la valutazione Fao e sono considerate una delle principali fonti di perdita irreversibile delle funzioni del terreno.
La crescente attenzione verso la salute del suolo trova applicazione concreta anche nel settore vitivinicolo. Come abbiamo riportato su WineNews, negli ultimi anni il mondo del vino ha progressivamente spostato il proprio focus dalla sola qualità dell’uva e della vite alla tutela del terreno, riconosciuto come elemento essenziale del terroir, della biodiversità e della resilienza produttiva. In occasione del World Living Soils Forum, promosso da Moët Hennessy, divisione Wines & Spirits del gruppo Lvmh, ricercatori, imprese, istituzioni e operatori del settore hanno ribadito il ruolo strategico della rigenerazione dei suoli per affrontare cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e gestione delle risorse idriche.
Per accelerare i progressi, il rapporto Fao individua 5 priorità: rafforzare governance e quadri normativi, promuovere formazione e scambio di conoscenze, migliorare il monitoraggio attraverso dati e indicatori armonizzati, potenziare gli incentivi all’adozione delle pratiche sostenibili e favorire processi decisionali inclusivi e multidisciplinari. Tra le tecniche già validate figurano riduzione delle lavorazioni, gestione integrata dei nutrienti, diversificazione delle colture, colture di copertura, ammendanti organici e agroforestazione, tutte misure capaci di mitigare le minacce ai suoli mantenendo o migliorando la produttività agricola.
La guida “Suoli vivi, terre produttive, paesaggi resilienti: guida per evitare, ridurre e invertire il degrado dei terreni agricoli e del suolo” accende i riflettori su una delle principali sfide ambientali e produttive del nostro tempo: il degrado dei terreni agricoli, responsabile di oltre il 60% del deterioramento del suolo causato dall’attività umana. Secondo il documento, a livello globale oltre 1,6 miliardi di ettari risultano degradati per effetto delle attività antropiche, di cui ben 1,04 miliardi destinati all’agricoltura. Le conseguenze sono già evidenti: 1,7 miliardi di persone vivono in aree in cui la perdita di produttività è direttamente collegata al degrado del territorio.
Eppure, invertire la rotta è possibile. La guida evidenzia che il recupero anche solo del 10% dei terreni seminativi degradati potrebbe garantire una produzione alimentare sufficiente a nutrire ogni anno 154 milioni di persone. Una prospettiva particolarmente rilevante considerando che, secondo le stime Fao e Unccd, entro il 2050 la produzione alimentare mondiale dovrà aumentare del +50% dai livelli del 2012 per soddisfare la crescente domanda globale. Per raggiungere questo obiettivo saranno necessari investimenti per almeno 2.600 miliardi di dollari entro il 2030, destinati al ripristino di oltre un miliardo di ettari di territorio e al rafforzamento della resilienza alla siccità.
Al centro della strategia proposta c’è il principio della Land Degradation Neutrality (Ldn), la neutralità del degrado del suolo, che punta a mantenere stabile o addirittura aumentare nel tempo la quantità e la qualità delle risorse territoriali indispensabili al funzionamento degli ecosistemi, alla produzione agricola e alla sicurezza alimentare. Un traguardo che richiede non solo il recupero delle aree degradate, ma anche la prevenzione di nuovi fenomeni di deterioramento. Per la Fao, il degrado dei suoli non è un processo irreversibile, ma il margine di tempo per intervenire si sta rapidamente riducendo. I suoli sani devono essere considerati asset strategici e le conoscenze scientifiche già disponibili devono tradursi in azioni concrete. La sfida passa da un approccio integrato che metta insieme agricoltura, gestione delle risorse idriche, tutela della biodiversità, pianificazione territoriale, governance e strumenti finanziari, con l’obiettivo di garantire nel lungo periodo sicurezza alimentare, resilienza climatica e sviluppo sostenibile.

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