Gli italiani amano mangiare al ristorante, non solo perché apprezzano il buon cibo accompagnato da un’ottima bottiglia di vino, ma a conferma anche di come la tavola rappresenti nella nostra cultura il cuore della convivialità e dello stare insieme. Lo racconta un’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio sui consumi delle famiglie italiane tra il 1995 e il 2026, 30 anni in cui, di pari passo con i cambiamenti socio-economici vissuti dal nostro Paese, si è speso di più per servizi e tempo libero, come andare a mangiare al ristorante (con una spesa aumentata del +25,3%), e di meno per i beni tradizionali, come l’alimentazione domestica (-3,5%), anche, e soprattutto, in un’ottica di risparmio.
Nel 2025 la spesa pro capite reale per consumi ha raggiunto i 23.261 euro (era di 19.3877 nel 1995), con un aumento di 314 euro sul 2024, un livello superiore tanto allo scoppio della pandemia da Covid, ma anche al picco del 2007 (22.975 euro), anno di inizio della grande crisi finanziaria globale. Tuttavia, la ripresa della domanda, favorita anche dalla progressiva crescita dell’occupazione e dei redditi, non ha consentito il pieno recupero dei livelli di consumo per tutti i segmenti di spesa.
Sono tecnologia, telefonia e informatica a guidare la classifica delle abitudini di consumo degli italiani, grazie ad una crescita “monstre” della spesa pro capite, pari a quasi il 3.200% sul 1995. Molto sostenuti anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero, in particolare per i servizi culturali e ricreativi cresciuti del 137%. A parte questi due comparti, poche altre voci mostrano segnali strutturali di espansione: è il caso della ristorazione (+25,3%) e delle spese per viaggi e vacanze (+17,2%) che, comunque, non sono ancora tornate sui livelli pre-Covid.
Ed anche a causa delle dinamiche demografiche e della crescita dei pasti fuori casa è in leggera flessione l’alimentazione domestica (-3,5% negli ultimi tre decenni), mentre tra i segmenti meno dinamici si confermano l’abbigliamento e le calzature (+6,2%), la cui domanda appare oggi più orientata verso capi a minore valore intrinseco (il cosiddetto fast fashion), e quello dei mobili e oggetti per la casa (+5,9%).
La domanda di beni tradizionali rimane, dunque, contenuta nel 2026, indice di un atteggiamento di prudenza delle famiglie dettato prevalentemente dall’incertezza che caratterizza l’attuale contesto economico. Discorso a parte per l’energia domestica (-37,4%) in consistente contrazione per comportamenti di consumo più attenti, ma anche grazie ad un crescente utilizzo di prodotti e sistemi a risparmio energetico.
Nel complesso, l’Ufficio Studi Confcommercio stima per il 2026 una crescita del Pil dello 0,9%, dei consumi dell’1,2% e un’inflazione media del 2,7%, pur prevedendo un secondo semestre meno dinamico del primo.
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