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VISIONI SUL DOMANI

Agroalimentare, settore anticiclico. E il futuro passa dalla valorizzazione “cross-filiere”

Dal vino alla pasta, all’olio Evo e non solo, le riflessioni di Lorenzo Tersi, tra i massimi esperti di finanza applicata all’agroalimentare in Italia
FILIERE, LORENZO TERSI, LT WINE & FOOD ADVISORY, MERCATI, PANDEMIA, Italia
Vino e olio in Valpolicella, simbolo dell'incontro tra filiere del territorio

Anche in Pandemia, l’agroalimentare italiano, nel suo complesso, si conferma settore anticiclico. Con alcuni comparti che soffrono, ma non crollano, come quello del vino, e altri che addirittura crescono, come quello della pasta, del pomodoro e così via. E di conseguenza, si conferma anticiclica anche “la terra”, intesa come asset strategico e primigenio delle filiera agroalimentare. Con valori fondiari che tengono, grazie alla produzione di colture e materie prime che danno vita a prodotti ad alto valore aggiunto come quella della vite, nei territori più prestigiosi ed importanti del vino. Che ha percorso una strada che altre produzioni, come quella della pasta e dell’olio, ma anche dell’Aceto Balsamico di Modena Igp (e, soprattutto, dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena Dop), per esempio, valorizzando territori, produttori, varietà, in maniera sempre più “cross-filiera”, dove un prodotto diventa traino ed amplificatore del valore dell’altro, e, nello stesso tempo, dell’appeal del territorio. È il pensiero, in estrema sintesi, di Lorenzo Tersi, uno dei massimi esperti del settore mergers & acquisitions e della finanza applicata all’agroalimentare in Italia, alla guida di LT Wine & Food Advisory.
“La terra “respira”, anche in tempo di Covid.
Tutto il mondo, anche in questo periodo, ha riconosciuto quanta bellezza e ricchezza hanno prodotto i territori agricoli, del vino, dell’olio e non solo, in Italia. Valori fondamentali, che hanno raccolto anche tanti investimenti negli ultimi tempi, da parte di fondi e non solo, con la finanza che trova solidità nelle filiere produttive, con produzioni “storicizzate” come vino, olio, ma anche pasta, ma anche innovative, come avviene in Italia con la filiera dei kiwi, o in Calabria, dove si fa largo la coltura dell’avocado, per esempio”. E se sul tema della valorizzazione del prodotto legata la paesaggio e al produttore il vino è il caso più luminoso, soprattutto nei grandi territori, da Barolo a Montalcino, dalla Valpolicella a Bolgheri, per citarne alcuni, altre filiere, come detto, stanno seguendo la sua strada. “Prendiamo la pasta, settore che sviluppa un fatturato di 4,7 miliardi di euro, che proprio in tempo di Covid ha visto crescere i consumi del 24% nel mondo, del 28% in Italia. Spesso nei menù dei ristoranti si inizia a trovare il nome della varietà di grano utilizzato, come il celeberrimo Senatore Cappelli, per dirne uno, ma anche del produttore, accanto alla descrizione, o del luogo di provenienza, come Gragnano o Fara San Martino, per citarne alcuni famosi. Non solo, cambia anche la distribuzione, e così marchi di pasta che erano quasi esclusiva della ristorazione, ora si trovano anche nelle enoteche, nella gastronomia e anche in certa distribuzione moderna, ovviamente con posizionamento di prezzo diverso. E stessa cosa da qualche tempo sta accadendo per l’Olio Evo, per il quale si iniziano a raccontare varietà, talvolta i produttori, oppure le zone di origine anche molto specifiche, legate a brand collettivi, di territorio, come l’Olio del Sebino, ma che vanno anche oltre le Dop e le Igp, come succede con il Laudemio in Toscana, per esempio. Sono elementi di narrazione, appoggiati alla sostanza, ovviamente, che creano valore aggiunto e appeal, soprattutto se si riesce a raccontare le diverse filiere insieme, le une legate alle altre”.
È così che si valorizzano i territori, che poi diventano distretti. Con i borghi che ne sono architrave diffuso, che diventano sempre più attrattivi, da ogni punto di vista. “Territori in cui la terra produce eccellenze agroalimentari diventano spesso di grande appeal per la ricettività di alto livello, per l’occupazione, per la qualità della vita e non solo. E magari, visto il periodo che stiamo vivendo, anche per una rimodulazione dello stile di vita, con molti che stanno pensando a tornare dalle città ai piccoli borghi, portando anche competenze diverse e visioni diverse, che possono essere utili anche a proiettare questi borghi nel futuro. A patto che siano serviti a livello anche di infrastrutture. Come, per esempio, la Valpolicella, per dire un territorio, da dove in 15 minuti sei in centro in una città come Verona, hai un aeroporto vicino, alta velocità e così via. Altrimenti, se mancano servizi, diventano borghi esclusivi, da buon retiro, e quella è un’altra storia”.

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