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TRATTATI INTERNAZIONALI

Ceta ancora al centro del dibattito politico: punti di forza e di debolezza del trattato Ue-Canada

Nell’analisi di Raffaele Borriello (Ismea) possibilità e limiti di un accordo in vigore dal 2017 ma che l’Italia non ha ancora ratificato
AGRICOLTURA, CANADA, CETA, RAFFAELE BORRIELLO, TERESA BELLANOVA, TRATTATO, Italia
Il Ceta ancora al centro del dibattito politico

Neanche il tempo di cominciare che, per il neonato Governo Conte-bis, c’è già la prima grande questione da dirimere. Tutta politica, ma che riguarda da vicino il mondo dell’agroalimentare e del vino. Al centro, la ratifica del trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, che l’Italia ha messo in stand by sin dalla sua entrata in vigore, nell’autunno del 2017, con un fronte No Ceta stranamente compatto e trasversale, anche in Parlamento. Eppure, la stragrande maggioranza dei Paesi dell’Unione, compresi Spagna e Francia, che condividono esigenze ed obiettivi simili a quelli del Belpaese, ha deciso di ratificarlo. Anzi, da Oltralpe la Fevs, la federazione degli esportatori di vino, non vede l’ora, ricordando, dalle colonne del mensile “La Revue du Vin de France”, che il giro d’affari con il Canada in questo periodo è cresciuto del 6% a valore (40 milioni di euro di export in più) e del 4% a volume.
La preoccupazione, in Italia, riguarda la tutela delle produzioni locali, la remunerazione del lavoro agricolo, la trasparenza in termini di salute pubblica e filiera produttiva e tanti altri punti sensibili. In questo senso, a fare una sintesi dei punti di forza e di debolezza del Ceta, ci ha pensato, con un articolo firmato su “Il Sole 24 Ore”, il direttore generale dell’Ismea, Raffaele Borriello, che ha ricordato come “dal punto di vista dell’analisi economica, come vale del resto per tutti gli accordi di liberalizzazione commerciale, il Ceta è destinato a generare benefici ampi e diffusi, specie per i Paesi, come l’Italia, vocati all’esportazione e portati comprare all’estero materie prime da trasformare: meno dazi (si parla di un taglio del 98% dei diritti doganali, ndr) significa importazioni più a buon mercato e maggiori possibilità di accedere ai mercati esteri per lo sbocco delle proprie esportazioni. In più, il diffondersi di accordi di liberalizzazione può essere un antidoto alla globalizzazione “muscolare” alla Trump - scandita dai continui e repentini “stop and go” di minacce e riappacificazioni - nel cui ambito un Paese piccolo come l’Italia non può che affidarsi alla partecipazione cooperativa alla Ue e al rispetto degli accordi che essa sottoscrive”.
Punti di forza cui fanno da contraltare altrettante preoccupazioni, perché, scrive ancora Borriello, “sul fronte del commercio agroalimentare (che è solo una parte dell’accordo, ndr) l’accordo presenta non pochi punti sensibili e controversi: la poca trasparenza delle trattative, la mancata occasione di estendere la lista dei prodotti a indicazione geografica tutelati dall’accordo, le problematiche sulle barriere non tariffarie su salute, ambiente e lavoro, il rischio che esso possa generare un abbassamento degli standard di qualità e che dia sempre più diritto di cittadinanza a prodotti di Italian sounding che possono danneggiare il processo di valorizzazione del vero made in Italy (Parmesan, San Daniele canadese, etc)”.
Una situazione piena di contraddizioni, fatte esplodere in maniera roboante (tanto da meritare la prima pagina de “il Manifesto”) dalle dichiarazioni della Ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, che in un’intervista a Radio Capital si è invece schierata apertamente a favore del Ceta che, come ha ricordato, “è già in vigore, dobbiamo ragionare con i produttori non per fare chiacchiere ma per individuare se e dove ci sono criticità, sapendo che qui c’è una ministra che mette al centro la valorizzazione dell’eccellenza, delle nostre tipicità e dell’identità territoriale”. Insomma, limiti e benefici del libero mercato che, forse, meriterebbero un supplemento di trattativa in sede Ue ...

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