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CULTURA

Da Vigna Barberini, la storia del vino nell’antica Roma tra archeologia e viticoltura

Il vigneto impiantato sul Colle Palatino, nel cuore del Parco Archeologico del Colosseo, entra a far parte degli “Itinerari di Iter Vitis”

Il vigneto di Vigna Barberini, impiantato sul Colle Palatino, nel cuore del Parco Archeologico del Colosseo, entra ufficialmente a far parte degli “Itinerari di Iter Vitis”, gli itinerari culturali del Consiglio d’Europa nati per promuovere e preservare il patrimonio tangibile e immateriale europeo del vino e della viticoltura. Nell’area di Vigna Barberini, così denominata dall’omonima famiglia romana che, nel XVII secolo, ne deteneva la proprietà, due anni fa sono state messe a dimora le barbatelle della varietà Bellone, un vitigno antichissimo e autoctono, che lo storico Plinio il Vecchio chiamava “uva pantastica”, coltivato ancora oggi nelle province di Roma. Ad accogliere Vigna Barberini negli “Itinerari Iter Vitis”, una tavola rotonda che ha messo al centro, a ritroso, la storia del vigneto, dall’impianto nel 2020 alla vigna maritata settecentesca, dalla genomica dei vitigni antichi alle tracce archeologiche della produzione del vino a Roma e dintorni.

Archeologia e ricerca alla base delle relazioni scientifiche, come quella del professore Osvaldo Failla dell’Università di Milano, che ha riepilogato le ultime scoperte nell’ambito della biologia molecolare grazie alle quali è stato possibile assegnare con una certa precisione i nomi di vitigni antichi o autoctoni. “Il primo centro di domesticazione della vite è stato, con tutta probabilità, l’Asia Minore e non il Caucaso come si pensava fino a qualche tempo fa. Proprio dalla convivenza, in alcuni casi anche lunga, nella stessa area di vite selvatica e vite domesticata sono nati quegli incroci che oggi possiamo definire autoctoni, in quanto originatisi in un determinato luogo”.

Alla dottoressa Rita Volpe, archeologo di lungo corso, è toccato il compito di contestualizzare il mito della Roma produttrice di vino. Se, infatti, banalmente si pensa alla diffusione della viticoltura tramite la dominazione Romana, in pochi hanno contezza delle tracce, importanti, della viticoltura dentro e intorno a Roma. “Sono molti i “marcatori archeologici” relativi alla coltivazione della vite e alla produzione di vino rintracciati nelle campagne di scavo, dentro e intorno a Roma. Dall’uso degli antichi torchi, probabilmente condivisi tra produzione di vino e di olio, alle famose “canalette” scavate nel tufo e in prima battuta assimilate appunto a canali di drenaggio. Grazie all’analisi degli autori antichi si è invece arrivati a concludere che queste tracce parallele, a volte sovrapposte ma con orientamento diverso a testimonianza di come lo stesso campo vedesse un “reimpianto” della vite, non erano altro che i “sulci” citati da Catone. La vite ha bisogno di terreno da esplorare con le proprie radici, sul suolo tufaceo che circonda Roma questo però era al massimo di 50 cm, e quindi i Romani avevano studiato la possibilità di scavare queste trincee parallele dove la vite poteva essere coltivata con successo”, ha spiegato la dottoressa Rita Volpe. Altre testimonianze sono relative ad una villa in zona Tor Vergata, dove è stato possibile ricostruire una capacità di stoccaggio di 100.000 litri di vino, una quantità impressionante per l’epoca.

Il Parco archeologico del Colosseo non è solo un sito archeologico ma anche una grande area verde che comprende il Foro Romano ed il Palatino e si estende per oltre 40 ettari nel cuore della città di Roma. Un “parco naturale” che, nella sua toponomastica, conserva a tutt’oggi delle aree denominate “vigna”, ovvero orti, nel senso più esteso del termine; inoltre indagini archeologiche e carte storiche ben documentano la presenza di vigneti. Da qui l’idea di impiantare una piccola vigna sul Colle Palatino: “Vigna Barberini”, dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà, nel 2020, grazie alla collaborazione dell’Azienda Agricola Cincinnato, che ha curato la messa a dimora delle barbatelle di Bellone, varietà nota anche come Cacchione, un vitigno antichissimo e autoctono che lo storico Plinio il Vecchio chiamava “uva pantastica” nella sua opera enciclopedica Naturalis Historia, e coltivato ancora oggi nelle province di Roma e di Latina.

“La vite e la sua coltivazione - ha commentato Alfonsina Russo, dg Parco archeologico del Colosseo - rappresentano da sempre un simbolo di identità, capace di plasmare il territorio quanto la cultura di un popolo. Un valore che la nostra istituzione condivide da sempre e che costituisce un elemento fondante del nostro modo di operare nell’ambito della valorizzazione del patrimonio del PArCo. Entrare a far parte dell’itinerario Iter Vitis - prosegue Alfonsina Russo - rappresenta per noi motivo di grande orgoglio perché testimonia con efficacia l’impegno profuso dal PArCo, fin dalla sua istituzione, nella tutela e nella valorizzazione del proprio straordinario patrimonio verde”.

“Il progetto di Vigna Barberini rappresenta una scelta coraggiosa e lungimirante”, chiosa Emanuela Panke, presidente Iter Vitis Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa. “La produzione vitivinicola è sempre stata un simbolo identitario del continente Europa, il savoir faire alla base di questa produzione ha contribuito nei secoli alla costruzione della cittadinanza europea delle regioni e dei popoli. Oggi, Vigna Barberini esprime un concetto più che mai attuale, da veicolare come prezioso strumento di diplomazia culturale e di coinvolgimento delle nuove generazioni in dinamiche di tutela del patrimonio. Iter Vitis - conclude Emanuela Panke - è orgoglioso di accogliere Vigna Barberini tra suoi membri e di premiare il Parco archeologico del Colosseo con l’Iter Vitis Award come migliore pratica legata all’archeobotanica”.

Focus - Gli Iter Vitis Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa”

La viticoltura ha lasciato tracce importanti in relazione alle diverse forme di pratica vitivinicola e alle tipologie del paesaggio viticolo e dei territori pubblici e privati, dove è importante preservare le buone pratiche per la loro conservazione, promozione e mantenimento delle tecniche tradizionali.

La creazione di una banca dati dei vigneti storici è importante non solo per la conoscenza del loro viaggio in Europa, ma anche per ripristinare la loro storia, antica e contemporanea, come fondamento essenziale di una politica di rispetto della qualità del patrimonio vitivinicolo europeo.

I punti fondamentali del programma di Iter Vitis consistono in:

Salvaguardare la biodiversità vitivinicola, proponendo la qualità della vita nelle aree rurali come modello per il futuro e contribuendo allo sviluppo locale sinergizzando la fruizione tradizionale del paesaggio e l’approccio turistico al territorio e seguendo logiche di integrazione, partecipazione e sostenibilità.

Sviluppare incontri educativi e culturali per organizzare scambi in vista di una migliore conoscenza del fenomeno e della sua importanza nella cultura europea.

Migliorare il coordinamento operativo della rete di città, regioni e strade del vino attraverso strumenti di cooperazione e scambio di conoscenze e tecnologie e attraverso migliori processi di gestione e diffusione.

Sviluppare attività di ricerca e studio e campagna di comunicazione scientifica, culturale, artistica, sociale, economica e turistica tra città e paesi partecipanti attraverso progetti e iniziative in grado di promuovere la conoscenza dei territori vitivinicoli e una migliore diffusione dell’identità e dell’immagine culturale europea.

Evidenziare l’importanza di proteggere vigneti e paesaggi dalla globalizzazione, in linea con le linee guida della Convenzione Europea del Paesaggio, dell’Unesco e della Carta di Fontevraud per il paesaggio vitivinicolo.

Ad oggi fanno parte di Iter Vitis 25 Paesi, negli anni Iter Vitis ha dimostrato di essere anche un valido strumento di diplomazia culturale promuovendo progetti di cooperazione e dialogo tra Paesi teatro di conflitti politici ed etnici, come nel Caucaso, nei Balcani e in Medio Oriente.

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