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EFFETTO COVID

Dalla ristorazione alle fiere, Italia impantanata nella gestione dei ristori alle imprese

Aefi (Associazione delle fiere italiane): “le fiere tedesche ristorate superando il “de minimis”. Allarme “shopping” sui nostri asset”
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Maurizio Danese, presidente di Aefi e di Veronafiere

Nella gestione della pandemia, che ha colpito duro tanti settori e tanti Paesi, a fare la differenza è la gestione dei ristori. Ed oggi il Belpaese, a rispetto di altri Paesi, arranca. Lo dice la ristorazione italiana che, fatte le dovute proporzioni dimensionali, impallidisce davanti ai 25 miliardi di dollari per la piccola e media ristorazione stanziati dagli Usa guidati da Joe Biden (misura eccezionale, pensata per i locali indipendenti e le catene con meno di 20 filiali in tutto il Paese, che garantisce sovvenzioni fino a 5 milioni di dollari per i singoli ristoranti, bar, catering, birrerie e sale degustazioni, e fino a 10 milioni per i gruppi). Lo dicono, ancora una volta, come già riportato più volte da WineNews, le fiere italiane, piattaforme strategiche per il made in Italy nel mondo, wine & food inclusi, che ancora senza ristori per il mancato superamento del “de minimis” europeo, superato invece dalla Germania, ora temono l’assalto delle fiere tedesche. A ribadirlo ancora una volta l’Aefi, l’associazione delle fiere italiane guidata da Maurizio Danese, che è anche presidente di Veronafiere.
“La Germania ha dimostrato che è possibile superare il “de minimis” - la norma di Bruxelles sugli aiuti di stato che in Italia sta rendendo sostanzialmente inefficaci i contributi in favore delle fiere internazionali italiane - in ragione di quanto contenuto nel trattato stesso relativamente agli “eventi eccezionali” quali appunto la pandemia. L’articolo (107, paragrafo 2, lettera c) che permetterà alla Germania di stanziare entro giugno sussidi per 642 milioni di euro ai propri organizzatori fieristici, non è certo una novità per Aefi, l’Associazione esposizioni e fiere italiane, che dall’estate scorsa ha inutilmente cercato di superare l’impasse attraverso numerose richieste sul tema al precedente Governo”, sottolinea una nota.
Per il presidente Danese, “che il sistema fieristico sia il comparto italiano che ha pagato il prezzo più alto alla crisi non è una novità, ma al di là di dichiarazioni di sostegno e l’attivazione di 408 milioni di euro a fondo perduto praticamente inutilizzabili, con appena il 4% di erogato, nulla è stato fatto per risolvere il problema. Il Governo non ha mai dato seguito alla nostra richiesta di derogare la norma sugli aiuti di stato e la conferma arriva ora dal commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che ascrive di fatto agli Stati la decisione su quanto fatto in materia di sussidi. In pratica - ha aggiunto Danese - Berlino ha smascherato l’immobilismo di Roma a Bruxelles e a farne le spese non saranno solo le fiere italiane, alle prese con cali di fatturato attorno all’80%, ma tutto il sistema produttivo del made in Italy che dalle manifestazioni genera un volume d’affari di 60 miliardi di euro l’anno. Lo scenario che si profila è sempre di più quello di un risiko fieristico distorto, in cui le realtà liquide tedesche faranno incetta di asset italiani virtuosi ma finanziariamente spossati dalla pandemia. Una dinamica beffarda se consideriamo che a giugno scorso nel Patto per l’export le fiere italiane sono state identificate tra i 6 pilastri del made in Italy, in considerazione del ruolo strategico che svolgono a favore dell’internazionalizzazione e della promozione del prodotto Italia. Per questo - ha concluso il presidente Aefi - ci rivolgiamo al nuovo Governo affinché possa aiutarci a recuperare il tempo perduto, prima che non si riveli già scaduto”.
Il fatturato delle fiere italiane nel 2020 è crollato, ricorda ancora Aefi, da 1 miliardo a 200 milioni di euro. I 408 milioni di euro di sussidi così concepiti risentono del fatto che i beneficiari potranno attingere a un massimo di 1,8 milioni di euro per effetto del regime “de minimis” normato da Bruxelles. Un limite per i grandi player di fiere internazionali (in primis, i poli di Milano, Verona, Bologna e Rimini), che hanno accusato contrazioni del fatturato per 500 milioni di euro.

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