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VINO E LEGGE

Diritti di impianto dei vigneti, resta caldo il tema della liberalizzazione nella nuova Pac

Introdotto nel 2013, il sistema di autorizzazione termina nel 2030. Efow: solo il Parlamento Eu si è schierato, proponendo di prolungare fino al 2050
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Diritti di impianto dei vigneti, resta caldo il tema della liberalizzazione nella Pac

Rimane caldo il tema della liberalizzazione dei diritti di impianto. Attuata nel 2008 nella riforma del settore vitivinicolo da parte della Commissione Europea, aveva incontrato fin da subito l’opposizione del settore dei vini a denominazione, che aveva portato alla creazione di Efow, l’European Federation of Origin Wines, che tra le sue principali mission aveva inserito proprio quella di ristabilire il sistema dei diritti di impianto.
Tenendo fede all’impegno preso, dopo 3 anni di campagne pubbliche Efow e i suoi membri sono riusciti a convincere i responsabili politici nazionali ed europei dell’importanza di mantenere uno strumento di gestione relativo alla crescita dei diritti di impianto. Così, grazie al sostegno degli eurodeputati della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, di una piattaforma di Stati membri produttori di vino dell’area Ue e dell’allora Commissario per l’Agricoltura Dacian Cioloș, è stato introdotto nel 2013 un nuovo strumento nella riforma della Politica Agricola Comune (Pac): il sistema di autorizzazione di impianti viticoli, il cui regime dovrebbe terminare nel 2030.
Efow e i suoi membri, ritenendo la crescita sostenibile delle superfici vitate un elemento chiave nell’ottica della salvaguardia e dello sviluppo dei vini a denominazione, hanno sin dall’inizio della riforma auspicato il prolungamento del sistema vigente. Ma ad oggi solo il Parlamento Europeo si è apertamente schierato sulla questione, proponendo di mantenere il sistema attuale fino al 2050.


“Sono molto preoccupato per la mancata presa di posizione da parte degli Stati membri produttori - dichiara il presidente di Efow, Bernard Farges - a ottobre la presidenza tedesca del Consiglio dovrebbe chiudere i dibattiti sulla Pac e al momento nessuno, tranne il Parlamento Europeo, ha sollevato questa delicata questione. Vale la pena sottolineare che il settore attraversa un momento particolarmente difficile, dovuto alla crisi del Covid-19 e alle tariffe di ritorsione Usa. Anche per questo il comparto ha estremo bisogno di un segnale forte per poter ripartite e pianificare al meglio le prossime campagne. Ricordando a tutti che senza le denominazioni di origine non ci sarà futuro per la viticoltura europea”.

“È difficile comprendere i motivi per cui uno strumento come questo possa andare perduto nell’ambito della Pac - puntualizza il presidente di Federdoc e vicepresidente di Efow, Riccardo Ricci Curbastro - strumento che, giova ricordarlo, non ha implicazioni finanziarie, contribuisce a prevenire tanto le crisi di sovrapproduzione quanto i cali di qualità, è un baluardo che ci difende dalla perdita dei paesaggi naturali e ha un ruolo fondamentale nel mantenimento del delicato sistema delle piccole aziende a conduzione familiare. La gravità del momento impone di agire in fretta, non possiamo aspettare la relazione della Commissione Europea sul sistema che è prevista per il 2023 anche in considerazione del fatto che in quella data cambierà di nuovo la Commissione e anche il Parlamento e tutto questo rischia di creare un clima assolutamente insostenibile. Senza certezze non si investe e le denominazioni di origine per continuare a eccellere hanno bisogno di investimenti e di pianificazioni a lungo termine”.

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