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CORSA A OSTACOLI

Green Pass: in cantina e al ristorante, quanti problemi per i turisti stranieri

L’allarme dello Studio Giuri: senza QR Code, per chi arriva dall’estero serve traduzione giurata della certificazione in inglese, francese o spagnolo
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Green Pass in cantina

Mancano pochi giorni all’entrata in vigore del decreto legge n. 105, approvato il 23 luglio scorso, che vincolerà l’accesso a molte attività, al chiuso e all’aperto - dai musei ai concerti, dalle partite di calcio ai ristoranti - all’esibizione del Green Pass, che certifica la vaccinazione (almeno con la prima dose), la negativizzazione al Covid-19 negli ultimi sei mesi o la negatività ad un tampone nelle 48 ore precedenti, e anche per il mondo del vino si prospetta un vero e proprio percorso ad ostacoli. Non tanto, e non solo, come WineNews ha raccontato qualche giorno fa, per le numerose cancellazioni arrivate alle aziende, con picchi del 30% delle visite e delle degustazioni in cantina saltate, ma anche per un iter all’entrata che appare tutt’altro che semplice. Se per gli enoturisti italiani l’esibizione del Green Pass sarà sufficiente, per chi viene dall’estero potrebbe esserci qualche ostacolo in più. Che si somma, inevitabilmente, ad una situazione di per sé complessa. Come racconta, a WineNews, l’avvocato Marco Giuri, alla guida dello Studio Giuri di Firenze, tra i maggiori esperti in Italia di legislazione del vino e della ristorazione: “c’è grande confusione, anche sul fronte del Ministero della Sanità. La grande discrimine dovrebbe essere tra Paesi Ue e Paesi extra Ue”.

Per chi arriva da un Paese dell’Unione Europea, infatti, “con il Green Pass europeo, attraverso il QR Code, non ci dovrebbero essere problemi. Il problema nasce nel momento in cui il turista si presentasse senza QR Code, o nel caso in cui il sistema italiano non lo riuscisse a leggere. La legge dice che in sostituzione è sufficiente esibire il cartaceo, e questo, finora, ci ha lasciato abbastanza tranquilli. C’è un però, prettamente linguistico: un documento, redatto dall’autorità sanitaria di un Paese come Finlandia o Olanda, giusto per fare un esempio, ha bisogno di essere tradotto in una delle lingue ufficialmente riconosciute dall’Unione Europea, ossia inglese, francese o spagnolo. A dirlo - spiega Marco Giuri - è una circolare (la n. 34414 del 30 luglio 2021), pubblicata dal Ministero della Salute, che dice che la certificazione vaccinale deve essere o in italiano, o in inglese, o in francese o on spagnolo. Se non è in una di queste lingue, ci deve essere la traduzione giurata, quindi certificata, alla partenza o all’arrivo, che attesti il contenuto del Green Pass, e quindi i dati anagrafici, l’avvenuta vaccinazione, la data della vaccinazione e i dati identificativi di chi ha rilasciato il certificato. L’altra cosa assurda è che se invece si tratta di una persona guarita dal Covid-19, la traduzione giurata ci vuole a prescindere, anche in presenza di documentazione digitale”.

Come detto, però, c’è ancora incertezza, “bisogna capire se questa regola, presente nella circolare del Ministero della Sanità, sia da applicare solo ai Paesi extra Ue - Usa, Giappone, Australia, Canada - o a tutti i Paesi stranieri. Ad oggi, sembra sia da applicare a tutti i Paesi stranieri, ma anche se così non fosse, nel caso in cui si presenti - restando sull’esempio di prima - un turista finlandese senza QR Code, o non funzionante, o ci fidiamo del cartaceo, o è un nodo difficile da sciogliere. In questa cornice, poi, resta l’impossibilità per i russi di entrare in Italia, se non con un tampone, perché il vaccino Sputnik non è tra quelli riconosciuti dall’Ema, tra cui rientrano invece Comirnaty (Pfizer-BioNtech), Spikevax (Moderna), Vaxzevria (AstraZeneca) e Janssen (Johnson & Johnson). C’è ovviamente la possibilità che il russo sia guarito, e in quel caso ci vuole la traduzione giurata della documentazione. Sarebbe stato utile, almeno a livello Ue, un ideogramma comune, presente sul cartaceo, per validare la documentazione Covid in tutta l’Unione Europea anche senza QR Code. Ultimo tema importante - conclude l’avvocato fiorentino - le disdette di chi ha già prenotato e pagato, perché si rischiano di aprire contenziosi, per quanto il prezzo medio della visita non sia altissimo, ma rischia di rivelarsi come un’ulteriore bega, per le aziende del vino, da gestire. Di certo c’è una gran confusione, ed il problema è per molti, dai ristoranti agli alberghi, dalle piscine alle cantine, dai teatri ai musei: ci sta che da qui al 6 agosto cambi qualcosa, ma per il mondo del turismo non sarà semplice”.

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