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RISTORANTI E BAR

I ristoratori allo Stato: sicurezza e protocolli economicamente sostenibili per ripartire davvero

Fipe e Unione Italiana Food (Uif) fanno la conta dei danni e chiedono l’appoggio del Governo: a rischio 1,25 milioni di lavoratori
DPCM+, FIPE, GOVERNO, PROTOCOLLI SICUREZZA, RIAPERTURA, RIPARTENZA, RISTORAZIONE, UNIONE ITALIANA FOOD, Italia
La ristorazione vuole ripartire

La chiusura prolungata di bar e ristoranti sta determinando un grave danno a migliaia di imprese dell’indotto, prime tra tutte alcune categorie del food che hanno nei pubblici esercizi il loro unico canale di distribuzione. I dati dell’Unione Italiana Food (Uif) non lasciano spazio a dubbi: solo nei primi due mesi di chiusura di bar, ristoranti e mense, servizi di catering, le aziende che fanno parte delle categorie rappresentate dall’Unione Italiana Food (Uif), hanno registrato una contrazione dei fatturati superiore ad 1 miliardo di euro. Destinato a raggiungere quota 4 miliardi sul 2020. Per questo l’Uif ha deciso di appoggiare la battaglia condotta fino a questo momento da Fipe/Confcommercio, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, che, da settimane, chiede tempi certi e rapidi per la riapertura in sicurezza del settore.
Una crisi drammatica che si somma a quella dei pubblici esercizi: la perdita stimata per il settore nel 2020 è di 34 miliardi di euro, con 50.000 imprese che potrebbero non riaprire e 350.000 posti di lavoro a rischio.
“Ora basta - dice il dg Fipe, Roberto Calugi - non possiamo più aspettare. Non soltanto chiediamo al Governo di anticipare i tempi e riaprire i pubblici esercizi, ma pretendiamo di sapere quali saranno le modalità. I nostri imprenditori chiedono regole certe per potersi organizzare: distanze minime, materiali per la cessione delle bevande e degli alimenti, percorsi e luoghi da organizzare all’interno dei locali. Ogni giorno perduto, rappresenta un danno irreparabile”.
Nel prossimo Dpcm, che vedrà prevedibilmente la luce a metà settimana, ci saranno con ogni probabilità le tre linee guida già previste per le riaperture del 4 maggio: distanze, livello di predisposizione al contagio e accesso del pubblico. Dalla messa in pratica di questi punti, si può immaginare una deroga comunale all’uso del suolo pubblico e dei parcheggi, proprio per garantire le distanza di sicurezza. Mascherine, gel disinfettante e guanti saranno obbligatori per tutto il personale, mentre ai clienti non sarà misurata la temperatura all’ingresso.
“I casi sono due: o si riaprono i locali, dando ai ristoratori la possibilità di lavorare in sicurezza, con protocolli organizzativamente praticabili ed economicamente sostenibili, seppur con capienze ridotte, oppure è preferibile tenere tutto chiuso. A quel punto lo Stato dovrà in qualche modo aiutare 1,25 milioni di persone che dovranno vivere sulle sue spalle, almeno fino quando il Coronavirus sarà stato vinto”. Così Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe >(Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi), commenta le indiscrezioni sule misure di distanziamento tra i tavoli che il Governo sarebbe pronto a prendere prima di autorizzare la riapertura dei Pubblici Esercizi. “Noi ristoratori crediamo che si possa riaprire garantendo la sicurezza sanitaria dei nostri avventori e quella economica degli imprenditori senza le esagerazioni che circolano. Per questo abbiamo promosso un protocollo sanitario per il settore, redatto con il contributo di un virologo, e lo abbiamo trasmesso al governo. A distanza di 10 giorni non abbiamo ancora ricevuto nessun riscontro, anche se sollecitato. È inaccettabile questo modo di operare, sbagliato nel metodo, perché vengono imposte regole calate dall’alto, senza un costruttivo confronto con la categoria. E sbagliato nel merito, perché impone procedure lontane dalle realtà del settore che dovrebbe applicarle”.
Forte la preoccupazione espressa da Mario Piccialuti, direttore di Unione Italiana Food (Uif): “nonostante spesso si pensi che tutto il settore dell’alimentare abbia avuto buoni risultati perché non ha subito le chiusure, molte aziende del settore hanno visto però chiudere il loro unico canale distributivo: pensiamo alle torrefazioni, che non hanno la distribuzione nei supermercati e negozi di alimentari, o alla cioccolateria di alta gamma, i gelati, le croissanterie industriali, i surgelati e così molti altri. Stiamo ancora contando i danni, pesantissimi, che abbiamo accusato dalle mancate vendite del periodo pasquale, con colombe (-33 milioni di euro) uova di cioccolata (-88 milioni di euro) in perdita fino al 40%. Decine di aziende hanno da mesi interrotto completamente la loro attività perché non hanno sbocco sul mercato se i pubblici esercizi rimangono chiusi: ristorazione, bar, catering, oltre ad offrire servizi a tutti i loro clienti, rappresentano anche un canale di vendita indispensabile per l’economia dell’alimentare. Abbiamo retto molto a lungo, non riusciremo oltre”.
Oltre a chiedere una riapertura rapida dei pubblici esercizi, le due Associazioni invitano il governo a dettare regole uniformi su tutto il territorio nazionale, per evitare che ciascuna Regione adotti un’ordinanza differente.
“Ben vengano le ripartenze diversificate a seconda dell’incidenza dei contagi - precisano Calugi e Piccialuti - ma tutte le Regioni devono attenersi a linee guida comuni. Altrimenti sarebbe il caos. I casi sono due: o si riaprono i locali, dando ai ristoratori la possibilità di lavorare in sicurezza, con protocolli organizzativamente praticabili ed economicamente sostenibili, seppur con capienze ridotte, oppure è preferibile tenere tutto chiuso. A quel punto lo Stato dovrà in qualche modo aiutare 1,25 milioni di persone che dovranno vivere sulle sue spalle, almeno fino a quando il Coronavirus sarà stato vinto”.

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