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FUTURO ENOICO

Ian D’Agata: non basta il nome, il vino italiano sui mercati maturi deve puntare sulla qualità

A WineNews, l’anima di Collisioni Wine & Food, tra Cina, Usa, Uk, climate change e la competizione con il resto del mondo
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Ian D'Agata, anima del Progetto Vino di Collisioni

Non basta il nome, o la fama, non è sufficiente l’etichetta, il vino italiano, se vuole crescere ancora sui mercati più solidi, e quindi più scafati, “deve andare all’estero con vini che parlino dei nostri territori e che siano ben fatti. Non basta più dire Chianti Classico o Valpolicella, bisogna parlare innanzitutto di qualità. Molti vini che portano questi nomi prestigiosi, non solo all’altezza di quello che dovrebbero essere. Per conquistare mercati avveduti, che oggi bevono Barolo ma un domani possono benissimo innamorarsi dello Chablis, o dei vini della Loira, o del Pinot Nero del Central Otago”. È il cuore del messaggio che Ian D'Agata, editor di Vinous e Decanter, ed a capo di Collisioni Wine & Food, ha affidato a WineNews, da Barolo, nei giorni del Festival Agrirock. Un concetto forte, che mette il Belpaese enoico di fronte ad una realtà decisamente più complessa di quanto si possa immaginare a prima vista.
“Su mercati maturi come Uk e Usa - dice l’italian editor di Vinous - ci sono problemi un po’ più delicati da gestire: hanno una grande conoscenza dei vini di buona qualità di tutto il mondo. Ed in questo senso, non tutti i vini italiani sono all’altezza, ci sono tanti Chardonnay, ad esempio, che non reggono il confronto con gli Chardonnay del resto del mondo. E questo non vuol dire essere critici, ma realisti: dobbiamo andare all’estero con vini che parlino dei nostri territori e che siano ben fatti. Di fronte, abbiamo consumatori avveduti, che conoscono l’offerta del resto del mondo, e se vogliamo continuare a vincere nuove fette di mercato non possiamo pensare di affidarci solo ai nomi. A Washington come a Toronto, a San Francisco come a Montreal non hanno bisogno di bere un vino italiano dal grande nome, ma scarso, perché possono bere tranquillamente vini di Borgogna, Cile, Australia, Nuova Zelanda, tutti fanno qualità e dobbiamo farla anche noi. Penso che ormai tutti riconoscano l’Italia come un Paese che produce grandissimi vini, anche se l’egemonia della Francia è difficile da scalfire, ma con alcune sue produzioni l’Italia è sullo stesso livello. Il prezzo - ricorda Ian D’Agata - è una leva importante per tutti, non solo per il vino italiano: siamo in un momento economicamente non facile, e dal 2008 in poi non è che ci sia stata questa grande ripresa, per cui è molto importante offrire vini al giusto prezzo, 5-8 euro, la fascia più popolare”.
Diversa la situazione che riguarda la Cina,
“un mercato difficile, ma destinato a diventare sempre più semplice. Oggi comandano i consumatori più anziani ed abbienti, senza una grande cultura del vino, che si fidano essenzialmente delle etichette e della fama di un prodotto, quindi bevono Champagne, Franciacorta e Trentodoc, e soprattutto rossi, da Bordeaux a Barolo al Brunello di Montalcino. È una generazione ormai persa - racconta Ian D’Agata - ed è difficile far cambiare loro idea. Invece, i giovani, che sono tantissimi e sempre più interessati al vino, sono loro su cui dobbiamo fare la corsa. Sono giovani che amano il Trebbiano Abruzzese, il Pampanuto, il Semidano, la Freisa, lo Schioppettino ed il Grignolino, sono curiosi, poi ovviamente esiste un palato cinese, che magari predilige i tannini del Sagrantino di Montefalco. Però, qualcosa si muove e si evolve, sono convinto che si tratti di un mercato importante - aggiunge Ian D’Agata - e su cui dobbiamo avere pazienza e la volontà di seguirlo, alla fine conquisteremo quote importanti, ma dobbiamo insistere adesso, in tempi di vacche magre”.
Messo da parte il mercato, altro argomento, letteralmente, “caldo”, è l’impatto del riscaldamento globale sulla viticoltura, che negli ultimi millenni di rivoluzioni climatiche ne ha vissute e superate, ma non per questo può vivere tranquilla. “Di fronte al riscaldamento globale ci sono delle zone, storicamente fredde, che ne trarranno beneficio, penso all’Alto Piemonte, dove il Nebbiolo non maturava sempre bene. Tante altre zone hanno vissuto dei miglioramenti, ma la cosa fondamentale è adattare l’agricoltura ai cambiamenti climatici. Ci sono zone come l’Alsazia che, in teoria, non dovrebbero più poter produrre vini bianchi ed invece, grazie alla viticoltura, si producono alcuni tra i migliori al mondo. Ci riusciremo anche noi - si augura il direttore del Progetto Vino di Collisioni - anche in zone calde, magari piantando altre varietà e usando tecniche adeguate. Per quanto riguarda i vitigni resistenti, non voglio sembrare contro la tecnologia, ma il problema è che in questo momento non danno ancora vini interessanti. Bisogna migliorare, come in tante altre cose, però dire oggi che i vitigni resistenti possono dare vini buoni come il Sangiovese, il Nebbiolo, il Nerello Mascalese, non è possibile”.
Chiosa, inevitabile, sulle contaminazioni di Collisioni, e su un modo di raccontare il vino ancora tutto da costruire, facendo incontrare esperienze e mondi diversi. “Io penso che l’unione faccia la forza, in questo mestiere c’è posto per tutti, da chi fa le degustazioni canoniche a chi punta su commistioni tra cinema e vino, o teatro e vino, che hanno grande appeal tra i giovani: mentre li educhiamo al consumo, dobbiamo ricordare che il vino fa parte della nostra cultura, e questo vale anche per il cibo, siamo italiani anche perché mangiamo Amatriciana e Cotoletta alla Milanese, e beviamo Negramaro e Nero d’Avola. Se le uniamo alle altre eccellenze, dal cinema alla moda alla musica al teatro riusciamo ad avvicinare più persone alla grande enogastronomia italiana”.

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