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ANALISI

Il 2022 del vino italiano nel mondo secondo i numeri di Nomisma Wine Monitor

Il mercato segna un calo dei volumi, e nuovi record dei valori. Il fuori casa erode quote alla Gdo, ma, nel 2023, cresceranno solo Asia e Africa

Il mercato mondiale del vino, nel 2022, ha registrato un calo generalizzato delle importazioni, in termini di volumi, cui ha fatto da contraltare una crescita dei valori, pur con qualche eccezione. Come raccontano i numeri (presentati, oggi, a Bologna, da Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor, dal “Forum Wine Monitor” n. 9), gli Usa, tra gennaio e novembre 2022, segnano una crescita delle importazioni enoiche, a valore, del 18,1%, la Gran Bretagna del +28,4%, il Canada del +16,2%, il Giappone del +22,5%, la Corea del Sud del 19,2%, mentre la Germania, un po’ a sorpresa, segna un calo del 4,4%, e la Cina, che continua nel suo trend negativo iniziato ormai nel 2018, ben prima che la pandemia di Covid investisse il mondo e che l’invasione russa dell’Ucraina ne sconvolgesse gli equilibri politici ed economici, con una spirale inflattiva che si sta già facendo sentire sul settore.

L’Italia, intanto, ha chiuso il 2022 con un nuovo record dell’export, a 8 miliardi di euro, e sui mercati principali conferma performance in linea con il dato generale, se non meglio. In Usa cresce del 16,2%, nel Regno Unito del 32,7%, in Canada del 21,7%, in Giappone del 25,3% e in Corea del Sud del 9,6%, mentre in Germania e Cina fa un po’ peggio della media, segnando un calo, rispettivamente, del -11,9% e del -7,2%. La categoria dei vini fermi e frizzanti - sia italiani che dal resto del mondo - ricalca esattamente l’andamento appena descritto, mentre gli spumanti fanno decisamente meglio: le bollicine made in Italya segnano il +25,4% in Usa, il +78,9% nel Regno Unito, il +25,4% in Giappone, il +0,5% in Germania, il +19,6% in Svizzera, il +31,3% in Canada e il +37,3% in Corea del Sud.

In termini di crescita, i “magnifici sette” mercati del vino mondiale, nel 2022, sono stati, invece, il Qatar, cresciuto del +209% grazie al traino dei Mondiali di calcio - con l’Australia che segna il +238%, la Francia il +215% e l’Italia il +163% - la Thailandia (+146%), il Vietnam (+120%), l’India (+113%), l’Angola (+112%), la Malesia (+99%) e le Filippine (+92%): ancora nicchie, che valgono tutti comunque più di 10 milioni di euro, e che anticipano le tendenze di crescita dell’economia mondiale per il 2023, con Medio Oriente, Estremo Oriente e Africa sugli scudi.

Si fanno ovviamente sentire gli effetti del conflitto sulle importazioni di vino in Russia e Ucraina, così come la gestione del Covid in Cina. Quello russo era un mercato che valeva quasi un miliardo di euro, quello ucraino 130 milioni di euro, con l’Italia primo fornitore in entrambi i Paesi con una quota del 30%. La Russia ha continuato ad importare, specie da Spagna e Georgia, con Francia e Italia (-2,8%) che, invece, perdono qualcosa. In termini di tipologie, in Russia il Prosecco cresce del +9,1%, mentre l’Asti Spumante perde il 12,7%, i bianchi del Veneto il -11,8%, i rossi di Toscana il -38,1%, i rossi del Veneto guadagnano il 30,9% i bianchi di Sicilia il +7,7% (e crescono addirittura del +39,6% in Ucraina), e i rossi di Sicilia perdono il -23,1%, per un calo complessivo dei vini Dop del -5,1%, al netto, ovviamente, delle triangolazioni, perché la Russia è storicamente un mercato che importa vino da tanti altri mercati secondari, aspetto ancora più importante da quando è stata isolata dalla maggior parte dei Paesi occidentali.

Altro grande malato è la Cina, che già dal 2018 mostrava un declino delle importazioni, passate globalmente dai 2,2 miliardi di euro del 2017 a 1,24 miliardi di euro del 2022, poco più della metà. Il gigante asiatico ha avuto, ed ha, problemi di crescita, cui si sono sommate le politiche di tolleranza zero sul Covid, ed il calo delle importazioni (-2,4% a valore) ha colpito quasi tutti, in primis ovviamente l’Australia (su cui pesano i dazi superiori al 100% voluti nel 2020 da Pechino), ma anche Francia (-1,2% a valore nel 202), Italia (-7,2%) e Spagna (-16,5%), con Usa (+43,2%) e Cile (+12,2%) in netta controtendenza.

Sono proprio Usa e Cile, a livello globale, a segnare le performance, in termini di crescita percentuale, migliori, con le spedizioni cresciute, rispettivamente, del +14,2% e del +12,8%. Sul podio anche la Francia (+12,5%), seguita dall’Italia (+12%), dalla Nuova Zelanda (+8%), dalla Spagna (+5,6%) e dall’Australia (+4,1%). L’Italia, come detto, ha raggiunto così gli 8 miliardi di euro di vino esportato, ma la forbice con la Francia, a quota 12,5 miliardi di euro, si amplia, mentre la distanza con la Spagna, a miliardi di euro, è sempre più grande. Seguono Cile (1,9 miliardi di euro), Usa (1,4 miliardi di euro), Australia (1,4 miliardi di euro) e Nuova Zelanda (1,3 miliardi di euro). Il gap con la Francia si gioca come sempre sul prezzo medio, con un differenziale, in favore dei vini francesi, sostanzialmente invariato dal 2013: allora era del +39,3%, oggi del +40,3%. Aumenta, a favore dei vini italiani, il differenziale con i vini spagnoli (dal +43,5% al +59,6%) e cileni (dal +28,8% al +38,9%).

Analizzando i diversi canali distributivi, sul mercato interno cala la Gdo, ma con valori e volumi comunque superiori al 2019: fermi e frizzanti, nel 2022, hanno toccato i 2,2 miliardi di euro, gli spumanti 707 milioni di euro. Il calo, sul 2021, è del -1,8%, con fermi e frizzanti che segnano il -2,2%, i vini Dop il -3,7%, gli Igp il -1,1%, gli spumanti il -0,4%, gli Charmat dolci il -3,3% e i metodo classico il -4,9%, mentre crescono gli Charmat secchi (+4,2%), non solo grazie al Prosecco, ma anche con gli spumanti generici di basso costo venduti al discount. Restando in Gdo, segno negativo anche per e-commerce (-23,8% per fermi e frizzanti e -1,2% per gli spumanti) e vini Bio( -4,7% per fermi e frizzanti e +15,2% per gli spumanti).

È ripartito definitivamente, invece, il canale Horeca, che nel periodo gennaio-settembre 2022 ha registrato una crescita dei fatturati, come è facile immaginare, poderosa rispetto allo stesso periodo del 2021. La Germania registra il +60,6%, la Francia il +57,9%, i Paesi Bassi il +50,9%, l’Italia il +46,6% e la Spagna il +39%. Dati spinti in alto anche dal ritorno dei turisti: il Belpaese ne ha contati, tra gennaio e settembre 2022 (dati Eurostat) 89,1 milioni, tra italiani e stranieri. Ancora lontani i 108 milioni complessivi del 2019, così come i 136,2 milioni della Francia, i 120,3 milioni della Germania e i 105,6 milioni della Spagna.
Guardando al 2023, appena iniziato, è prevista una crescita del Pil piuttosto lenta nei mercati storici del vino italiano, va meglio il Sudest asiatico, dove il vino italiano è ancora poco presente. Le stime di crescita per l’economia italiana parlano di un sostanziale galleggiamento (+0,3% - +0,4%), ma non di una recessione. Il prezzo dell’energia, specie del gas, sarà un fattore fondamentale, perché l’inflazione è legata a doppio filo al costo dell’energia, così come il potere d’acquisto dei consumatori, da cui dipende, ovviamente, anche la tenuta del mercato del vino.
Il carrello della spesa, infatti, sta già pagando le conseguenze dell’aumento dei prezzi, con gli italiani che, per contrastare il caro vita, decidono di fare meno acquisti di prodotti non indispensabili (46%), ridurre gli acquisti in valore senza rinunciare alla qualità (22%), ridurre gli acquisti in quantità (9%), ridurre gli acquisti sia in valore che in quantità (7%), lasciare invariato il carrello della spesa (16%). Tra i prodotti a “rischio taglio”, il vino è al sesto posto, dietro a snack, bevande gassate, carni rosse, pesce e salumi.

Focus - Il punto di vista di Cantine Riunite (Civ)

“Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati dall’incertezza, proprio come il 2023, con l’incremento dei prezzi, la guerra in Ucraina e l’inflazione”, commenta Francesca Benini, responsabile vendite e marketing Cantine Riunite (Civ).
“La preoccupazione maggiore riguarda i costi dei materiali, specie del vetro, che minano i margini delle aziende. Gli aumenti di oggi servono a sostenere i maggiori costi del 2022, ma quanto questi costi siano gestibili dalle aziende, dalla Gdo e dagli importatori è uno dei due punti fondamentali. Il secondo tema riguarda il consumatore ed il suo atteggiamento di fronte a questa crisi: sono i due aspetti che rischiano di minare la profittabilità delle aziende del vino. La crisi del 2008 e 2009, globale e finanziaria, fu percepita come qualcosa che sapevamo sarebbe finita, questa, invece, arriva dopo due anni di crisi sanitaria, e questo aspetto pesa sui comportamenti di consumo, che vivono una vera e propria dicotomia: da un lato, la propensione a riempire il carrello con prodotti di basso livello, dall’altro la premiumizzazione, spinta dal turismo internazionale e dalla bella stagione, che spinge gli italiani a stare fuori (a dicembre i consumi di vino fuori casa sono cresciuti del 16%).
Interpretando il mercato internazionale, tra il 2023 e il 2024 dobbiamo considerare che il consumatore, in Italia e all’estero, metterà la salute al centro, con trend salutistici sempre più importanti, tanto che Nielsen ha creato una nuova categoria: “better for you”, che descrive i vini a bassa gradazione, vegani, biologici, che fanno bene, nell’accezione Usa. In Italia questo tipo di consumatore è definito “nutrizionista consapevole”, è trasversale per fascia di età, molto attento al benessere suo e del pianeta. Le aziende e i brand capaci di richiamare degli elementi sostenibili, non necessariamente biologici, in grado di raccontare un territorio e coniugare questa esigenza del consumatore, avranno sempre maggiore rilevanza”.

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