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L’ANALISI

Il futuro prossimo del vino italiano, con i consumi interni che non ripartono, e l’export che frena

Le riflessioni degli economisti del vino Davide Gaeta e Piero Mastroberardino. La promozione istituzionale nelle parole di Ines Aronadio (Ice)
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Il futuro del vino italiano, con i consumi interni che non ripartono, e l’export che frena

Nel suo complesso, il vino italiano si conferma uno dei settori più in salute dell’economia nazionale. Eppure, qualche preoccupazione per l’immediato futuro inizia a serpeggiare fra i produttori, ed i motivi non mancano. Il mercato interno, che resta primario e fondamentale, non ha vissuto la ripresa dei consumi che si sperava: secondo i dati Iri sul 2018, analizzati da WineNews, le vendite nella gdo sono diminuite del -5,6% in volume, a fronte di una crescita in valore di appena l’1,9%, a quota 1,6 miliardi di euro. E l’export, che, per anni, è stato motore della crescita dei fatturati delle cantine, cresce, ma non più come in passato: secondo i dati Istat, tra gennaio e novembre 2018, si sono toccati i 5,7 miliardi di euro in valore, sui 5,4 del 2017, vale a dire poco più di un 5,5% in valore, a fronte, anche in questo caso, di un leggero calo in volume. Insomma, il quadro è tutt’altro che drammatico, ma le dinamiche non consentono rilassatezza agli operatori. Ed è un fenomeno che riguarda tutto l’agroalimentare italiano: come ricordato nei giorni scorsi da Cia Agricoltori, il 2018 si è chiuso con l’export a quota 41,8 miliardi di euro, con un incremento modesto, del +1%.
D’altra parte, come sottolineato da Davide Gaeta, docente di Economia dell’impresa Vitivinicola e Politica Vitivinicola all’Università di Verona, “è un fatto che siamo in una fase di recessione economica, e ci si interroga se questa stia per coinvolgere anche l’agroalimentare italiano, storicamente considerato anticiclico. E viene da chiedersi, provocatoriamente, se l’export, negli ultimi anni, sia stata davvero una soluzione vincente, o solo una scialuppa di salvataggio per una nave che imbarcava acqua”. Riflessione provocatoria, ovviamente, perchè l’export è ed è stato fondamentale per la crescita dell’agroalimentare e per il vino italiano, ma per il futuro va ripensata la strategia, senza pensare che la richiesta di made in Italy nei mercati del mondo si autoalimenti, anche al netto della concorrenza che cresce, con tanti competitor del mondo che, spesso, soprattutto extra-Ue, non seguono le stesse regole dell’Italia e dei sui principali rivali-partner Ue.
“Il mondo del vino italiano - ha commentato a WineNews Piero Mastroberdino, produttore di riferimento della Campania, vice presidente Federvini e docente universitario di Economia del vino - ha delle problematiche al proprio interno che si ribaltano sulla sua competitività sia interna che internazionale. Sicuramente viviamo un momento in cui si riflette molto, e in cui il vino italiano sul fronte dell’export paga anche delle tensioni internazionali. All’interno siamo in fase stagnante di consumi, non c’è crescita ma c’è qualificazione. Questo non deve essere un palliativo, però, perchè la mancanza di crescita rappresenta in ogni caso un problema per un settore. La ricerca di una crescita sui canali di esportazione a sua volta è un’opzione tracciabile, ma alla condizione di fondo che è quella di mantenere un buon livello di valore, quindi di remunerazione di investimenti della filiera, perchè il problema principale è recuperare quote di valore, in quanto la nostra filiera ha problemi di efficienza, ha un peso burocratico non trascurabile e deve recuperare in termine del valore percepito del prodotto vino made in Italy. Questo è un gap antico, lo stiamo recuperando di anno in anno, serve qualche passo ulteriore per raggiungere un risultato che proietti nel futuro questa filiera, soprattutto per gli alti investimenti che si sono fatti in questi anni sul fronte della riqualificazione produttiva e della sostenibilità”.
Anche per questo, sottolinea Mastroberardino, “anche a livello istituzionale abbiamo chiesto più volte, come filiera, una riflessione su quello che funziona e quello che non funziona da un punto di vista di organizzazione burocatica, per lavorare ad una vera semplificazione. Abbiamo, per esempio, un sistema dei controlli molto efficace, perchè quando viene rilevato un comportamento irregolare viene subito messo ai margini, ma è inefficiente, costa tantissimo alle aziende sui cui il sistema dei controlli è in gran parte scaricato. E costa tanto soprattutto in relazione al prezzo di uscita del prodotto, specialmente sui mercati mondiali in cui la competizione è molto agguerrita, soprattutto in mercato come Usa o Germania, dove arrivano produttori di tutto il mondo e collocare i vini in maniera competitiva è difficilissimo, per quanto determinante”.
I fondamentali del vino, tuttavia, spiega Mastroberardino, sono solidi, ma fanno riferimento al livello di patrimonializzazione, e noi abbiamo una filiera con una forte presenza di investimenti in asset agricoli, che incidono molto sui bilanci delle aziende. Questo è un punto di solidità se questo elemento patrimoniale è anche elemento di distintività e genera valore, ma può rivelarsi una zavorra se ci trovassimo nella condizione di non riuscire più a tramutare in valore il frutto dell’investimento patrimoniale, perchè ha senso avere un patrimonio solido se questo genera redditività, per cui il punto chiave è incrementare il valore dei prodotti della nostra filiera nel mondo.
Fondamentale, in ogni caso, investire in promozione. Lo fanno da sempre, gioco forza, le imprese, anche grazie ai fondi Ocm, ma non solo. Lo fa, in maniera più convinta, da qualche tempo, il “sistema Paese”, grazie all’Ice.
E così, dopo Stati Uniti e Cina, dove l’Agenzia per l’internazionalizzazione delle imprese, da tre anni ha attivato una campagna istituzionale promozionale del vino italiano, si sta pensando di sostenere la comunicazione e promozione del Made in Italy anche in altri Paesi, come anticipato, a Winenews, da Ines Aronadio, direttore del Coordinamento per la Promozione del Made in Italy. “Stiamo pensando - ha detto Aronadio - a quei Paesi che hanno concluso accordi di libero scambio con l’Italia, quindi a brevissimo lanceremo una campagna in Giappone, orientata su prodotti particolari, non solo vino, tra cui i formaggi italiani che sono quelli più imitati in giro per il mondo.
Uno dei settori in cui lavorare di più è quello dell’educazione dei mercati. In Usa stiamo lavorando molto all’interno, negli Stati interni che conoscono meno il vino italiano rispetto alle coste, con un attività dedicata soprattutto al trade. E, chiaramente, la comunicazione, sempre più on line. Ma interveniamo sempre più spesso anche nell’ultimo momento della vendita, che sia retail, gdo o e-commerce. Facendo accordi con realtà come WalMart in Usa e Alibaba in Cina, per citare i due casi più grandi, con campagne di comunicazione concordate sulle loro piattaforme o interventi nei punti vendita, sia off line che on line. Mentre la controparte si impegna ad acquistare una certa percentuale di prodotti nuovi, e così aiutiamo la piccola impresa, che non avrebbe altrimenti accesso a certi canali”.
Insomma, la situazione non è critica, affatto, e gli strumenti e le volontà per affrontarla ci sono. E qualche segnale positivo, comunque, arriva, anche da mercati ancora relativamente piccoli per il made in Italy, ma potenzialmente enormi, come la Cina, dove, sottolinea la Coldiretti, nel 2018 è stato raggiunto il record storico di 450 milioni di euro di export wine & food,, un valore che è più che triplicato negli ultimi 10 anni (+260%) con la progressiva apertura del gigante asiatico a stili di vita occidentali, con il vino che è il prodotto più esportato, con 130 milioni di euro, e l’Italia che ha sorpassato la Spagna ed è diventata il quarto esportatore verso Pechino (dati riproposti alla notizia che il Belpaese potrebbe essere il primo del G7 a sostenere formalmente la “Belt and Road”, la nuova Via della Seta voluta dal presidente cinese Xi Jinping sulla quale pesano le perplessità degli Usa). Ma i mercati del mondo non aspettano, e il made in Italy agroalimentare e vinicolo, che in tanti Paesi è leader, è chiamato ad un nuovo scatto in avanti.

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