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AGRI4INDEX

Il Veneto al vertice della graduatoria delle Regioni italiane per competitività della filiera vino

A Vinitaly 2022 lo studio “Le Regioni del vino italiano: performance di mercato, scenari evolutivi e prospettive” (UniCredit e Wine Monitor Nomisma)
DENIS PANTINI, ECONOMIA, LUCA ZAIA, NOMISMA, REGIONI, STEFANO BONACCINI, UNICREDIT, VENETO, vino, WINE MONITOR, Italia
I filari del Prosecco

Il Veneto - con 89 punti - è al vertice della graduatoria delle Regioni italiane per competitività della filiera vitivinicola, seguito da Toscana (77), Trentino Alto Adige (77), Piemonte (72) e Sicilia (69), secondo il rating “Agri4Index”, messo a punto da UniCredit e il Wine Monitor di Nomisma, che ha preso in analisi oltre 60 indicatori (produttivi, strutturali, economici e di mercato), mettendo in luce vocazione e specificità delle Regioni vinicole italiane, che rappresentano un patrimonio di valori socio-economici in grado di generare benessere per le comunità locali, e nello stesso tempo rappresentare fattori di competitività e distintività nel mercato globale, come racconta lo studio “Le Regioni del vino italiano: performance di mercato, scenari evolutivi e prospettive”, presentato oggi a Vinitaly da Denis Pantini (responsabile Agroalimentare e Wine Monitor di Nomisma), insieme a Stefano Bonaccini (presidente Regione Emilia-Romagna), Luca Zaia (presidente Regione Veneto) e Paolo De Castro (vicepresidente della Commissione Agricoltura Ue e Sviluppo Rurale Unione Europea e presidente Comitato Scientifico di Nomisma).

Andando più nel dettaglio, se il Veneto primeggia nelle dimensioni strutturali e produttive (prima Regione per estensione del vigneto, produzione di vino, numero di viticoltori), oltre che nel contributo al fatturato complessivo del settore (36%), la Toscana presenta la percentuale di valore aggiunto su fatturato più alta (31%) tra le Regioni, indicatore che esprime una maggior integrazione verticale delle imprese vinicole (produzione sia di uva che di vino). Ed ancora, rispetto ai modelli imprenditoriali ed organizzativi, l’Emilia Romagna esprime il fatturato medio per cooperativa vinicola più elevato (circa 37 milioni di euro per cooperativa) mentre va alle Marche il primato per le aziende viticole specializzate, con l’estensione media più rilevante (17 ettari di vigneto) e, restando in ambito agricolo, Veneto e Liguria rappresentano invece le regioni con l’incidenza più alta di aziende viticole condotte da giovani (rispettivamente 17% e 13% del totale),

Le Regioni dell’arco alpino (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Piemonte) sono quelle con la percentuale più alta di produzione di vini Dop sul totale regionale (oltre l’80%), mentre spetta a Calabria e Marche l’incidenza più elevata del vigneto bio su quello regionale (39% e 36%). Sul fronte delle performance di mercato, il Veneto si conferma prima Regione esportatrice con 2,5 miliardi di euro di vino venduto all’estero (il 35% del totale Italia), ma sono Lazio e Puglia (tra le regioni con almeno 50 milioni di valore all’export) a registrare l’incremento più significativo nel corso degli ultimi cinque anni (rispettivamente +53% e +46%). Nel mercato nazionale, invece, la Toscana primeggia per incidenza nelle vendite di vini fermi Dop in Gdo (16% del valore totale) anche se è la Valle d’Aosta ad evidenziare il prezzo medio più elevato a scaffale (12,3 euro/litro contro una media nazionale di 5,65 euro).

Il quadro globale, come ricorda Denis Pantini, è quello di “un 2021 che ha segnato un import del vino che, rispetto al 2019, ultimo anno prima della pandemia, cresce in ogni angolo del mondo: Sud Corea (+105%), Svizzera (+15%), Svezia (+8%), (Germania +5%) e Uk (+5%). Fa eccezione la Cina, che perde quasi il 35%, perché l’economia ha rallentato moltissimo negli anni della pandemia. L’Italia segna il record di 7,06 miliardi di euro (+10,5% sul 2019), restando dietro alla Francia (che allunga a 11,06 miliardi di euro), e davanti alla Spagna (2,88 miliardi di euro). Perde terreno l’Australia, che paga lo scontro sui dazi con la Cina, il suo primo mercato. Tornando all’Italia, la crescita maggiore è quella degli spumanti (+15,4%), vera locomotrice del vino italiano, più veloce di vino fermo (+10,5%) e bag-in-box (+11,4%), con il -10,5% dello sfuso che non fa rumore. In termini di tipologie, solo i bianchi di Sicilia (+32%) fanno meglio del Prosecco (+23,3%). In ripresa il comparto della ristorazione, dopo il tonfo del 2020, con il food service Italia che, nel 2021, ha fatturato 66,3 miliardi di euro (+22%), ma continua a crescere anche l’offtrade (+12% per la Gdo). Le tendenze in atto - conclude Pantini - non possono che destare preoccupazione, perché la guerra in Ucraina, al di là delle sanzioni Ue, avrà ripercussioni sul mercato della Russia, che vale, con 402 milioni di euro di export, il 6% delle spedizioni complessive di vino italiano, con l’Asti che arriva addirittura al 25%, e poi c’è da considerare la probabile assenza dei turisti russi, che nel 2019 furono 5,8 milioni. E ancora, i costi delle commodity e la revisione comunitaria in materia di lotta al cancro, con possibili accise sulle bevande alcoliche e minori fondi per la promozione del vino”.

Problematiche note, che sono emerse dalla dei partecipanti agli 8 tavoli regionali di confronto con imprenditori, esperti del settore, referenti di Consorzi di Tutela e associazioni di rappresentanza, a cui però si sono affiancate anche obiettivi di crescita, nella consapevolezza di ambiti di intervento che in questo periodo possono anche contare su strumenti a supporto come la nuova Pac e il Pnrr. Tra le evidenze emerse si segnalano realtà, come la Sicilia, che hanno rimarcato l’importanza di obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale per la filiera, traguardi che non sono a “costo zero” per le imprese e devo essere accompagnati anche da un equilibrio economico. Numerosi gli operatori che hanno ribadito - come nel caso delle imprese pugliesi - la difficoltà di arrivare ad una transizione digitale quando molte aree rurali sono ancora sprovviste del 4G; ma le imprese vinicole devono anche crescere nella “cultura aziendale”, in particolare evolvendosi in un orientamento al mercato che da B2B deve passare a B2C (evidenziato dagli stakeholder della filiera lombarda). Altrettanto importante la diversificazione di mercato, particolarmente sentita dai produttori veneti il cui export finisce per la metà in appena 3 paesi esteri (Usa, Germania e Uk), così come la sinergia tra vino e turismo e l’investimento nel brand regionale per una valorizzazione della stessa identità regionale (Emilia Romagna).

Proprio l’Emilia-Romagna, facendo un salto indietro nel tempo, ha aperto, con il Lambrusco, le porte dei mercati esteri al vino italiano, avvicinando prima di tutto i consumatori Usa. Oggi, invece, il vino nella Regione gioca un ruolo diverso, di complemento al turismo e all’agroalimentare, come racconta Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna. “Il problema nel post pandemia è far tornare i turisti nelle città d’arte, mentre Appennino e Adriatico, per motivi diversi, sono in ripresa. Non abbiamo una città come Venezia, Milano, Roma, né un grande lago, né le Alpi, eppure le presenze turistiche sono passate da 45 a 60 milioni tra il 2015 e il 2019. Abbiamo fatto una legge per cui se le province non si fossero unite non avrebbero visto un euro di promozione: il turista vuole vedere più cose possibili nel minor tempo possibile, mangiando e bevendo cose che non troverà da nessuna altra parte. Abbiamo messo insieme le eccellenze, con la Food Valley e la Motor Valley), puntiamo a vincere con l’ospitalità e le eccellenze. Possiamo trainare il vino con il resto dell’agroalimentare, che è leader in tanti settori. A livello macroeconomico, siamo i primi esportatori d’Italia a livello pro capite, e da giugno torneremo a fare promozione in tutto il mondo, dagli Usa al Messico alla Cina, da qui al 2024”.

Da un simbolo all’altro, l’economia del vino del Veneto, che con l’Emilia-Romagna condivide l’affaccio sul Mare Adriatico (promosso in sinergia, ndr), è invece incardinata sul Prosecco, su cui, come ricorda il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, “se ne parla sempre troppo spesso in termini sbagliati: l’azienda media è poco più grande di un ettaro. L’agricoltura è uno specchio degli altri comparti produttivi, dominati dalla piccola e media impresa, così come il mezzadro è uno spaccato della cultura veneta. Oggi la terra costa cara, ma il Prosecco non è un pozzo di petrolio, ci sono stati investimenti importanti, e la maggior parte di vigneti sono in collina, rappresentano una viticoltura dispendiosa e dura, senza dimenticare che la rinuncia alla chimica nei vigneti del Prosecco è iniziata ormai tanti anni fa. Ci sono due temi importanti: l’identità, perché il vigneto veneto funziona grazie a produttori e cittadini che lo sentono loro e ne sono orgogliosi, e la difficoltà nel proporre le tante cose belle che abbiamo, è un fattore limitante su cui bisogna fare ordine. Il Veneto fa 2,4 miliardi di euro di export di vino, è sostanzialmente il quarto esportatore mondiale dietro a Francia, Italia e Spagna, ed ha soli 5 milioni di abitanti, per i quali l’agricoltura non è certo il primo settore economico”.

“Con la nuova Pac e il riconoscimento delle organizzazioni interprofessionali per area economica, abbiamo messo in sicurezza le norme sulla gestione dell’offerta, dando ai consorzi di Tutela e ai territori vinicoli italiani importanti strumenti di programmazione produttiva; in questo modo, i produttori regionali di vini ad indicazione geografica avranno uno strumento in più a disposizione per affrontare le incertezze dei mercati”, aggiunge infine Paolo De Castro, vicepresidente Commissione Agricoltura Unione Eiuropea.

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