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Italia Oggi

Il marketing fa male al vino. Nossiter: si rischi sul prodotto. Come per il cinema L’analisi del regista di “Mondovino”, dopo Sideways secondo film ispirato al calice … Il marketing sta uccidendo il buon vino. E il buon cinema. O almeno così la penna di Joanthan Nossiter, regista americano di adozione franco-italiana nonché enologo per passione (sue alcune delle carte dei vini dei più conosciuti ristoranti di New York) nella sua ultima fatica cinematografica, Mondovino, inchiesta-documentario sul mercato internazionale del nettare di Bacco. Esaltato dalla critica al suo debutto, durante la scorsa edizione del festival di Cannes, Mondovino, secondo Nossiter, è «un ritratto spietato dei meccanismi che stanno portando a un’omogeneizzazione sempre più devastante dei vini, intesi come prodotti studiati a tavolino per incontrare i supposti gusti di un pubblico più allargato», come spiega a ItaliaOggi alla presentazione della sua pellicola sul mercato italiano (sarà in sala dall’8 aprile).

Chi sta dietro al marketing del vino, continua il regista, compie scelte non pertinenti rispetto al vero valore di questo prodotto. La strategia media delle grandi aziende che esportano migliaia di bottiglie l’anno è quella di differenziarsi solo sull’etichetta e sul prezzo, sfruttando il malinteso diffuso che tanto più paghiamo per una bottiglia tanto più dovrà incontrare il nostro favore. Ma il vino, come il cinema del resto, non è un prodotto come tanti altri. L’unica differenza tra i due e che il vino è vivo e in continua trasformazione. Caratteristica questa, che viene tra l’altro sempre più messa a repentaglio da processi di inalterabilità che tendono a renderlo sempre di più uguale a se stesso nel tempo. Ma sia il vino che il cinema, continua Nossiter, sono espressioni di una cultura che unisce tutti gli strati sociali, dal popolare, al più sofisticato. Sono prodotti che devono cercare un difficile equilibrio tra atto culturale e atto commerciale.

Quando il secondo prevale, il vino muore. O meglio diventa un prodotto assimilabile a qualsiasi altro. Il cinema, per Nossiter, funziona allo stesso modo: «Io lavoro con Hollywood e so esattamente cosa accade di routine: prima di arrivare agli uffici creativi, le idee vengono filtrate dagli uffici marketing. Questo permette la creazione di titoli cosiddetti da batteria, che garantiscono un ritorno commerciale calcolato. Magari non dannoso, ma calcolato a scapito della qualità dall’esperienza per lo spettatore. Attenzione, però, «non voglio» precisa Nossiter, fare una distinzione tra grandi e piccoli. Nel vino come nel cinema, i buoni e i cattivi stanno da tutte e due le parti. Ci sono big che fanno scelte uniche e interessanti in entrambi i settori, così come i produttori indipendenti che non rischiano e si perdono nel mucchio.

Ma concentrandosi sul protagonista delle due pellicole che stanno richiamando un pubblico in sala, il vino appunto, quale sarà il futuro del marketing del calice?. Nonostante, o forse grazie a queste problematiche, risponde Nossiter, soprattutto in Italia stiamo assistendo ad un risveglio della consapevolezza di quanto le radici profonde di un buon vino possono valere. Ci sono alcuni produttori saggi e lungimiranti che investono sul contenuto e non solo sulla comunicazione. Il mercato gli darà ragione. L’analisi, a questo punto, si conclude con un rimprovero finale per la stampa, secondo Nossiter, troppo spesso poco obiettiva e colpevole di creare casi inutili e falsi allarmi. Figlio di un inviato storico del “New York Times” e del “Washington Post”, Nossiter conclude: «Il vino è una forte esperienza emozionale e di condivisione. Chi la suggerisce o la sconsiglia ha grandi responsabilità».

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