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Italia Oggi

Cina reticente ai vini ... Arlunno: bevono solo gli occidentali... a Cina è vicina è un noto film di Marco Bellocchio del lontano 1967 con contenuto soprattutto politico e di costume (si era nella fase incubatrice del ‘68) ma parafrasando questo titolo è proprio il caso di dire che, in termini di rapido sviluppo economico, quel paese tallona sempre più da vicino l’Occidente. Ci soffermiamo sul vino: le missioni economiche dei produttori italiani si sono succedute con frequenza in questi anni rilevando che i cinesi si sono un po’ stufati di bere distillati prodotti coni cereali o il classico tè e si aprono ai vini. Le statistiche dell’Ice rivelano che dal 2003 in poi c’è stato un crescendo di vendite passate da 1.235 ettolitri a 13.255 nel 2007, un goccio d’acqua nel deserto se si pensa al numero degli abitanti dell’ex Repubblica popolare ma comunque significativo di un cambiamento di abitudini. Ma le cose stanno proprio così? A parere di Eugenio Arlunno, presidente del Consorzio di tutela dei vini dell’Alto Piemonte che recentemente è stato proprio in Cina insieme ad altri imprenditori italiani, “il mito di quel paese come nuovo mercato dei vini italiani è stato un po’ enfatizzato. In realtà i cinesi hanno una vaga conoscenza del vino che, oltretutto, è anche lontano dalla loro cultura. Siamo stati in quattro grandi città tra cui Pechino e Shanghai e devo dire che i vini italiani li ho visti quasi esclusivamente negli hotel e nei ristoranti solitamente frequentati da turisti e uomini d’affari occidentali il cui numero sta crescendo. Posso ragionevolmente pensare che buona parte di questo prodotto sia bevuto da loro. Che poi ci sia una molto ristretta cerchia di ricchi cinesi interessati ai nostri “rossi” e “bianchi” non lo metto in dubbio ma è veramente una minoranza”. Tanto varrebbe, allora, aprirsi anche i mercati dei paesi islamici dove l’alcol è proibito... “Tenendo conto della forte presenza di forestieri, certamente sì”, risponde. Aggiungono Giovanni Negro e Igino Russolo, titolari di due aziende, la prima in Piemonte e la seconda in Friuli: “Siamo solo agli inizi e, oltretutto, i cinesi stanno imparando essi stessi a vinificare. Anche se oggi vengono in Italia come turisti e per loro il primo interesse è per la moda o per altri segmenti del made in Italy”. Settori spesso vittima di contraffazione. Come del resto sembra essere preda dei falsari anche il vino in Cina. Secondo la testimonianza di Giancarlo Panarella, titolare di una società che fornisce tecnologie da cantina sul mercato cinese: “E in atto uno strano fenomeno; in Cina arriva anche vino sfuso dall’Italia acquistato a prezzi irrisori, tipo 0,53 euro a litro. I cinesi lo imbottigliano e lo piazzano sul mercato con le più svariate etichette”. Intanto una recente indagine dal titolo “Future of wine”, realizzata per la famosa enoteca londinese “Berry Bros & Rudd”, rivela che “La Cina ha i giusti vigneti e le condizioni climatiche per produrre vini in grandi quantità. Mancano solo, per ora, l’esperienza e la giusta conoscenza”.

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