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Italia Oggi

La Cina sta clonando i cibi italiani ... A Pechino 500 ricercatori fanno shopping di made in Italy... L’allarme lanciato dall’Università di Verona. Il gigante asiatico vuole sequenziare mille genomi... Dopo aver scopiazzato scarpe e borsette made in Italy e aver invaso il mondo di prodotti taroccati ora la Cina si prepara a fare altrettanto col vino. Solo che, stavolta, la colossale operazione di pirateria in atto è molto più raffinata o letale di quelle viste finora. Già perché i tecnici con gli occhi a mandorla “stanno facendo incetta di genomi in giro per il mondo”. L’obiettivo finale è un business di una lucidità tanto remunerativa quanto pericolosa: decodificare il genoma di un organismo significa comprenderne i suoi più profondi segreti, per poi arrivare a “porre le basi per la ricerca applicata e così acquisire un vantaggio tecnologico e conoscitivo formidabile”. A lanciare l’allarme sull’esistenza di un vero è proprio shopping scientifico, il rastrellameato dei dna in atto sotto la Grande Muraglia, non è l’ultimo dei film catastrofisti made in Hollywood, né il grido populista di un politico o di un profeta millenarista, bensì l’Università di Verona. L’ateneo ieri ha presentato, in anteprima mondiale, il genoma sequenziato del primo vitigno autoctono: la Corvina, bacca tipica per la produzione dell’Amarone. In quel contesto, due ricercatori del Centro di genomica funzionale dell’Università di Verona, Massimo Delledonne e Mario Pezzotti, hanno spiegato cosa sta succedendo: “Il pericolo è reale e andrà a incidere significativainente nei prossimi anni sul nostro export agroalimentare. È necessario”, spiegano i ricercatori, “incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il Dna delle nostre tipicità. Qui a Verona”, rivelano, “tre anni fa abbiamo contribuito per primi a sequenziare il genoma del Pinot nero, oggi decifriamo per la prima volta un vitigno autoctono (la Corvina, ndr) che presenta tratti di unicità sorprendente. È necessario che questo patrimonio rimanga in casa nostra”. Ma vediamo cosa succede nel paese del Dragone. Il Beijing Genomic Institute è il principale centro cinese di ricerca: conta 500 ricercatori. Da poco, questo esercito di genetisti ha spiegato di voler sequenziare mille genomi (500 animali e 500 vegetali) nei prossimi due anni grazie a un finanziamento da 100 milioni di dollari. L’Istituto cinese ha anche acquistato da poco 130 sequenziatori di ultima generazione e sta contattando ricercatori di tutto il mondo per stabilire collaborazioni e decidere cosa sequenziare. Dopo aver sequenziato il Dna del riso nel 2002, del melone a fine 2009 e quello del panda poche settimane fa, il Beijing Genomic Institute sta ora lavorando al sequenziamento del genoma dell’orso polare e del pinguino. Per l’Università di Verona, il business potenziale sull’agroalimentare è enorme. Secondo l’ateneo scaligero, “una volta in possesso delle chiavi della vita delle nostre produzioni, individuato il microclima ideale e adottato le nostre tecniche di produzione, il passo verso la concorrenza diretta fatta con gli stessi prodotti del made in Italy è breve”. Se dovesse concretizzarsi un simile scenario sarebbe la catastrofe per l’agroalimentare made in Italy. L’Italia vedrebbe letteralmente clonate le sue tipicità, maturate in millenni di storia ed esperienza, per essere poi rivendute a prezzi stracciati sugli scaffali di mezzo mondo. Certo, le produzioni agroalimentari taroccate dai cinesi non potrebbero vantare legami col vero territorio d’origine, né eredità storiche tali da diventare contenuto. E attribuire valore. Ma un Amarone, un Nero d’Avola, un Barolo o un Brunello potremmo anche trovarceli in bottiglie con l’etichetta d’origine scritta con ideogrammi cantonesi. Perché prodotti lungo il fiume giallo, probabilmente in serra, o nei vigneti d’altura tibetani. Lo scenario preoccupa Confagri: “I freni in Italia all’innovazione biotech e alla ricerca ogm si rivelano deleteri per la nostra competitività. Specie ora che le produzioni tipiche italiane, su cui si vorrebbe far totale affidamento per la politica commerciale nazionale, potranno essere duplicate da uno dei primi colossi conomici del mondo”.

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