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Italia Oggi

I vini veneti battono la crisi ... Il Prosecco e la Valpolicella locomotive del settore... Luciano Piona, presidente Uvive spiega come il Veneto ha vinto la sfida recessione... Prosecco, corvina e garganega. Ovvero, i tre pilastri dell’enologia del Veneto, regione che della crisi sembra non risentire più di tanto. La valutazione la fa a “ItaliaOggi” Luciano Piona, presidente dell’Uvive (Unione vini veneti), l’organismo che raggruppa tutte le doc della regione. Secondo Piona, “nonostante la flessione generale che attanaglia il settore, i produttori non hanno avuto particolari problemi a sostenere una situazione che per molte zone d’Italia negli ultimi mesi si è rivelata critica e, in alcuni casi, anche drammatica”.

Come stanno i vini veneti?

Devo dire che nella nostra regione la crisi l’abbiamo superata in modo egregio. Ovviamente anche da noi ci sono delle aree in cui tuttora si fa fatica, ma in generale credo di poter dire che il mercato non ha mai subito traballamenti preoccupanti, come invece ho sentito accadere in altre regioni.

Grazie a quali fattori?

Ce n’è più di uno. Innanzitutto la grande varietà di produzioni vinicole. Dal Lison Pramaggiore al Lugana, esistono moltissime tipologie di vino in grado di soddisfare più mercati. Pensiamo al tai rosso, alla vespaiola, al raboso e agli altri tanti autoctoni presenti nel Veneto, un autentico patrimonio enologico. E poi ci aggiungo il dinamismo delle aziende venete, che hanno investito, si sono modernizzate, hanno saputo aggredire i mercati con efficacia. Le basti sapere che in Veneto tutti i Piani di sviluppo rurale sono sempre andati bruciati e in più di un’occasione si è usufruito di fondi non spesi in altre regioni.

Sono sempre prosecco e valpolicella le locomotive?

Direi di sì. Il recente ampliamento della doc del presecco ha portato da due milioni e mezzo a tre milioni e 300 mila ettolitri il quantitativo di vino prodotto, per un totale di circa dieci milioni di ettolitri complessivi di vino veneto. In Valpolicella, l’amarone per il momento non registra cali di vendita, ma anzi, c’è un interesse crescente, grazie anche ad un modo nuovo di concepire questo vino, sempre importante e strutturato, ma con una beva che, come si è visto per il 2006 appena entrato in commercio, più elegante e meno “muscolosa”. Ma vorrei ricordare anche l’ottimo andamente delle denominazioni per così dire gardesane: lugana, bardolino e custoza hanno fatto registrare ottimi andamenti tutti in crescita. L’unica zona in cui si sta incontrando qualche difficoltà è quella del soave, ma spero, vista la qualità che la caratterizza, che si pessa uscire in fretta da questa empasse.

Può essere anche questa una chiave di lettura della tenuta dei vini veneti?

Della tenuta ma anche della propensione del mercato. Negli ultimi due anni si è assistito ad una evoluzione nei consumi che tende a valorizzare maggiormente la piacevolezza, la freschezza, oserei dire il gusto del vino. Le aziende lo hanno capito e in molti casi hanno cambiato il modo di produrre. Oggi avvicinarsi ai mercati vuol dire puntare alla qualità ma dimostrando di saper davvero lavorare bene, perché produrre un vino fresco e giovane non implica affatto meno impegno rispetto agli strutturati.

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