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Italia Oggi

Vignaioli con gli occhi a mandorla ... Ora i cinesi comprano a sconto aziende vinicole australiane... Pechino approfitta della crisi. Il gruppo Dynasty investe 150 mln $ sul vino rosso. E non è il solo... La crisi del vino australiano inizia a farsi cronica. Da sempre i produttori australiani puntano sulle esportazioni per far quadrare i loro bilanci annuali, considerato che il mercato domestico assorbe meno del 20% della produzione annua. Ma ora esportare si è fatto per loro molto meno agevole. Il dollaro australiano è ai massimi storici nei confronti di quello statunitense, e gli Usa sono il principale mercato di esportazione, e si è molto apprezzato anche verso la sterlina e l’euro; la sovrapproduzione storica resta un problema che impatta sui prezzi medi sempre di più, ad esempio in un supermercato di Sydney una bottiglia di buona acqua minerale costa più dei 2,99 dollari australiani di una bottiglia di vino locale; la crisi finanziaria ha reso molto meno facile per i produttori australiani trovare finanziamenti nel sistema creditizio locale. Il risultato è che le pagine dei giornali locali sono piene di annunci di aziende vinicole in vendita e che il prezzo di 100mila dollari australiani per ettaro, che i vigneti della Barossa Valley e delle zone più pregiate avevano toccato nel 2007, non si rivedrà più per diversi anni. Gli esperti stimano che circa 40 mila ettari di vigneto usciranno a breve dalla produzione annua di vino. In questa situazione si sono tuffati a pesce gli investitori cinesi interessati a comprare asset vinicoli in Australia, il produttore più vicino al loro mercato domestico. Investimenti cinesi in qualche modo anticiclici che però segnalano il consumo futuro in arrivo a Pechino a dintorni. Oggi gli investitori del paese del Dragone si vogliono posizionare in Australia perché si tratta di un paese che da decenni produce vini da vitigni internazionali di buona qualità a prezzi medi decisamente low cost. Per stimolare e supportare la crescita della domanda di vino in Cina l’offerta australiana pare quanto mai interessante: grandi distese di terra vitata o vitabile (nel 2010 l’Australia ha prodotto 1,5 milioni di tonnellate di uva contro le 418 mila tonnellate cinesi); vocazione all’export che significa disponibilità di una filiera logistica che dalla vigna australiana, via container e via nave, fa arrivare le bottiglie di vino sugli
scaffali di Shanghai o Nanchino senza problemi ed a costi contenuti; possibilità di utilizzare verso i consumatori cinesi brand internazionali già presenti sul mercato da decenni (nel 2010 la Cina ha superato il Canada ed è ora il terzo mercato di consumo al mondo dei vini a basso prezzo medio cosiddetti “down-under” dopo Usa e Regno Unito). La Cina potrebbe essere per l’Australia la soluzione dei suoi problemi recenti e l’Australia per la Cina una sorta di maxi-Sicilia, cioè un terroir dove è possibile produrre tanto vino a prezzi medi molto contenuti ma anche, se necessario, bottiglie superpremium di ottima qualità. Ecco spiegato perché il gruppo cinese Dynasty Fine wines Group ha appena annunciato che investirà almeno 150 milioni di dollari in aziende vinicole australiane puntando soprattutto su produzioni di vino rosso. Ed ecco altrettanto spiegato perché ogni settimana almeno una delegazione di investitori cinesi sbarca a Perth per visitare la regione di Margret River, dove si producono alcuni dei migliori vini australiani di fascia alta in un terroir esclusivo dal punto di vista del paesaggio. La stagione degli investimenti cinesi nel vino australiano è appena iniziata. Tra qualche anno potrebbe aver prodotto dei nuovi colossi dell’industria mondiale del vino: produttori capaci di fatturare miliardi di dollari annui beneficiando della nuova domanda di consumo cinese e della sperimentata capacità australiana di esportare bottiglie di vino nel resto del mondo. Un matrimonio che, a tendere, potrebbe davvero scuotere gli equilibri vinicoli globali in termini di quote di mercato e di produzione annua.

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