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Italia Oggi

Quotare il vino, per la sfida globale ... Il prolungato boom dell’economia cinese si trascina dietro
un altro fenomeno eccezionale in arrivo: un’ondata di Ipo, quotazioni iniziali in borsa, di migliaia di imprese del paese più popoloso del mondi. Per provare a governare il fenomeno ed evitare eccessi negativi le autorità di Pechino hanno stabilita regole molto più restrittive di quelle europee e americane per poter sbarcare in borsa. Nei tre anni successivi alla quotazione, ad esempio, gli azionisti non possono in alcun modo vendere nessun titolo posseduto, così da dare continuità all’impresa, mentre per ottenere l’autorizzazione all’Ipo la società deve dimostrare di non aver cambiata il board ed il top management con deleghe negli ultimi tre anni precedenti alla richiesta di Ipo. Insomma, il pericolo del quota e fuggi visto spesso in occidente i cinesi vorrebbero proprio evitarlo, comunque il fatto che la seconda economia del pianeta, ancora politicamente almeno sulla carta ispirata a un modello di governo comunista, si prepara a fare della borsa il canale di finanziamento preferito delle imprese private di successo. Un fatto che consacrerà, piaccia o meno, il modello finanziario di capitalismo ancor più su scala globale. In e con questo contesto e quadro di insieme è bene che inizi a interagire, anche strategicamente, il comparto del vino italiano che ad oggi non vanta nessuna impresa quotata e che rimane familistico o cooperativistico in termini proprietari. Più familistico e cooperativistico perfino della Cina comunista, un fatto che si commenta da solo rispetto allo tsumani globale innescato dall’emersione dell’Asia. Del resto, per scelte che risalgono ai tempi della Costituente, in Italia alla borsa è sempre stato preferito il canale bancario, anche tramite gli istituti di credito speciale per finanziare le imprese. La nostra era un’economia dirigista che vedeva con preoccupazione il libero mercato e la personale
iniziativa dell’imprenditore. Così si spiega perché la Borsa sia rimasta asfittica e sottocapitalizzata nei lunghi decenni del secondo dopoguerra. E non hanno sicuramente aiutato ad avvicinare i piccoli investitori alla borsa le esperienze truffaldine subite dai risparmiatori per mano di furfanti, come nel caso della Parmalat di Calisto Tanzi. In questo quadro un settore già difficile da portare in borsa, per sue specificità, come quello vitivinicolo non poteva che restare penalizzato. Così non deve sorprendere se oggi nessuna azienda del vino ha le proprie azioni quotate e scambiabili a Piazza Affari. Ma è un’assenza davvero poco comprensibile in pieno ventunesimo secolo ed in un comparto che avrebbe bisogno di raccogliere capitali per consolidarsi, anche a livello transfrontaliero. Certo le società del vino quotate sono poche anche negli Usa, in Francia, in Spagna, in Cile o in Australia, ma in nessun grande paese dell’enologia mondiale si registra il numero zero come in Italia. Un eccesso di proprietà familiare - che favorisce l’accontentarsi del solito “dividendo” -, una ridotta ambizione ad implementare strategie globali ed una qualità manageriale media insoddisfacente possono spiegare l’assenza del vino italico in borsa. Ma nel mondo globale di oggi questa ritrosia al capitale di rischio può favorire la marginalizzazione del comparto. Non si vive solo di agriturismo, nel business internazionale di oggi un paese deve sapere esprimere anche grandi catene alberghiere come, ad esempio, Sheraton, NH e Novotel.

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