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Italia Oggi

I cinesi bevono. E anche di gusto Non comprano più d’impulso, la domanda è più sofisticata er i vini francesi in Cina vale la proprietà ‘ commutativa, quella che si studia alle elementari: cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Prima i cinesi compravano tante bottiglie di Bordeaux (e di rossi di Borgogna: i cinesi adorano i rossi e solo da un po’ di tempo cominciato ad apprezzare i bianchi)
perché il vino moda, faceva status, era un segnale di avanzamento sociale. Più era alto il prezzo di un Saint Emilion, più se ne vendeva. Una vera cuccagna per importatori hongkonghesi e vignerons francesi. Poi è arrivato il giro di vite del nuovo presidente Xi Jingping, la lotta alla corruzione e le vendite di Bordeaux (e Borgogna) “high price” sono crollate. Eppure importatori e produttori non sono piombati nella disperazione. Perché nel frattempo i cinesi hanno imparato a riconoscere i buoni vini, hanno aflinato il palato e hanno continuato a comprare i rossi francesi, magari a prezzi più bassi, non tanto per far vedere di poterselo permettere ma per gustarli, apprezzarli, come si conviene a veri “wine lovers”.
Il risultato è che i vini francesi l’anno scorso sono scesi un po’ in valore ma hanno continuato a crescere in volume. E i primi mesi di quest’anno hanno registrato un boom: +19%.Tanto da far dire a Guillame Deglise, direttore del Vinexpo di Hong Kong, il più grande e importante salone vinicolo dei mercati asiatici che si è concluso un paio di settimane fa con numeri record (1.300 aziende da tutto il mondo, Italia compresa si capisce; 16 mila buyers, 17 mila visitatori), che “The Dragon is back”, che il Dragone dei consumi enologici mondiali (la Cina è il 50 paese consumatore al mondo e il 1° di vino rosso) è tornato con prepotenza sul mercato. E fa sentire la sua voglia di bere. Il risultato è che alla fine, la Francia (anche se a livello mondiale, nel 2015, è cresciuta di un modesto 0,4%) è sempre al 1° posto nella graduatoria dei Paesi esportatori in Cina (così funziona la proprietà commutativa in versione enologica) con una quota di mercato che oscilla intorno al 42%, con un bel vantaggio rispetto ai “follower” Australia e Cile, mentre l’Italia (che, nel ‘2015, è crollata a livello mondo con un preoccupante -4,9%) ha una presenza marginale per l’incapacità di fare massa critica e presentarsi con una sola voce, una sola strategia di promozione, in un Paese immenso con i consumi vinicoli in crescita. “Nous assi stons à un retour des acheteurs chinois”, i buyer cinesi sono tornati, dice con gran soddisfazione Déglise, che ha cominciato la carriera negli uffici commerciali di grandi maison dello Champagne come Bollinger e Laurent Perrier e dal 2103 guida l’edizione cinese del Vinexpo (ce ne sono altre due, una si tiene a Tokio a novembre e la terza a Bordeaux a giugno 2017). Il dato più interessante, al di là delle cifre che sono comunque impressionanti considerando le dimensioni del mercato, è
quello che Dèglise sintetizza in una battuta: “Après a avoirété un marché d’image, la Chine devient un marché de consommateurs”, come a dire che i cinesi ora comprano il vino per berselo non per far mostra di belle etichette. Lo ha notato il wineeditor del mensile americano Forbes che, facendo il bilancio finale dei questa settima edizione del Vinexpo di Hong Kong, ha scritto di un “significant recovery of the market in China”. Se ne sono accorti pure i wine-blogger specializzati e i responsabili dei siti di e-commerce che a Hong Kong, capitale mondiale dei wine trader, degli intermediari, hanno voce in capitolo. Sentite Arthur de Lencquesaing del sito Ideal Wine: “Il mercato cinese si è razionalizzato. Non si compra più d’impulso, ma per rispondere a una precisa e sempre più sofisticata domanda di consumo”. E se la domanda si affina - spiegano le grandi maison esportatrici - si allarga anche il panorama dell’offerta: non più solo Bordeaux, ma anche vini dell’Alsazia, del Reno, della Linguadoca. Anche i bianchi cominciano a piacere, soprattutto il Pinot e il Muscat, mentre il Gewurztraminer non è ancora entrato nelle preferenze dei wine-lovers cinesi. Come lo Champagne, del resto. Basti dire che l’anno scorso se ne sono venduti solo 1,3 mln di bottiglie. Niente a confronto dei 34 mln di bottiglie spedite da Reims ed Epernay in Gran Bretagna. Per le bollicine dello Champagne (che sono altra cosa rispetto al nostro Prosecco) ci vorrà ancora tempo.

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