02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

Italia Oggi

A Vinexpo la crisi è conclamata … Il dg della rassegna, Guillarme Deglise, ammette: in atto una contro - performance sui mercati... Francia vinicola al passo rispetto a Cile, Usa e Australia... Anche se il “battesimo” del neopresidente del Vinexpo di Bordeaux, Christophe Navarre, che arriva dai “piani alti” della filiera vinicola francese (è stato per vent’anni alla guida di Moét Hennessy, la maison di Champagne del gruppo Lvmh) e quindi, apparentemente, poco adatto all’organizzazione di un evento “mass market” che attira importatori - esportatori - produttori - colossi del marketing e della comunicazione enologica da tutto il mondo e che ogni anno sfida l’eterno concorrente tedesco, il Prowein di Düsseldorf, può dirsi felicemente superato, pur tuttavia questa 36° edizione del grande salone internazionale (nato nel lontano 1981 per una felice intuizione della Cci, la Camera di commercio internazionale di Bordeaux e che si conclude oggi, mercoledì 21 giugno), non si può dire che sia stato un trionfo per la filiera vinicola francese, la prima voce del pil agricolo del Paese con 30 miliardi di giro d’affari, vale a dire il 10% del fatturato della wine industry mondiale (che si aggira intorno ai 300 miliardi di dollari con una produzione di circa 270 milioni di ettolitri). Il Paese, che resta pur sempre il primo esportatore del pianeta (giro d’affari stimato a 12 miliardi di euro), dimostra anno dopo anno una certa debolezza a sfidare i “new comers” del vino (dalla California all’Australia al Cile e tra poco anche la Cina che, quest’anno, si è messa in mostra a Bordeaux con una ventina di stand), anzi appare come appesantito, incapace di cambiare e innovare un modello produttivo secolare che, ovviamente, non funziona più. Per dire, l’export è cresciuto sì dell’1,2% a 12 miliardi di euro, ma questa performance positiva va attribuita quasi interamente al boom del Cognac che ha fatto un balzo a 2,7 miliardi di euro (e il leader di mercato, il colosso Rémy Cointreau, ne ha fatto un altro alla Borsa di Parigi), mentre lo Champagne, il simbolo stesso dell’industria vinicola francese, ha perso il 2,5% delle vendite (scese a 2,9 miliardi di euro) e i “vini tranquilli”, cioè non effervescenti, sono addirittura precipitati del 13,5% a poco più di 5 miliardi di fatturato (il Bordeaux, altro prodotto simbolo, è a 1,6 miliardi e i vini di Borgogna abbondantemente sotto il miliardo, a 780 milioni di euro). “Inutile girarci intorno”, ammette a denti stretti lo stesso direttore generale di Vinexpo, Guillaume Deglise, un manager quasi obbligato all’ottimismo di fronte a 2.300 espositori e 40 mila visitatori, “si tratta di una vera contro - performance del vino francese”. Frutto, innanzi tutto dell’aggressività commerciale dei nuovi concorrenti internazionali (facciamo subito qualche nome: J&R Gallo americana, Penfolds australiana, Concha y Toros cilena), ma anche della perdita di competitività dei “campioni nazionali” come il colosso Grand Chais de Frante, basato in Alsazia, 2mila ettari di vigneto e un impianto d’imbottigliamento a Petersbach capace di sfornare un milione di bottiglie al giorno. O come il gruppo Castel Frerès di Bordeaux, che fa ancora un miliardo di fatturato e vende 4,6 miliardi di bottiglie in giro per il mondo ma guadagna di più con le sue 12 fabbriche di birra in Africa (in società con la multinazionale SabMiller) e che, significativamente, s’è presentato al Vinexpo 2017 con il primo vino “déalcolisé”, tanto per far capire ai lettori di ItaliaOggi che aria tira. “Le vin frainais doit relever la défi de la mondialisation énologique”, il vino francese deve accettare la sfida della globalizzazione enologica, mi dice un collega giornalista che ci capisce, Franck Niedercon, corrispondente da Bordeaux del quotidiano economico Les Echos. Partita difficile anche perché i francesi, che a differenza degli italiani, sono dei buoni bevitori (44 litri annui pro capite), hanno cominciato ad apprezzare i vini del cosiddetto Nuovo Mondo. Che ormai rappresentano il 7% del-le vendite nella Gdo, vale a dire 159milioni di fatturato con una crescita, questa sì impressionante, del 18% in volume e del 17% in valore secondo le ultime rilevazioni di France Agrimer, l’Iismea francese. E se Castel Frerès fatica a tenere la leadership mondiale della sua etichetta - simbolo, il Malesan, e Grand Chais de France deve fare un accordo con l’italiana Villa Sandi per portare il Prosecco in giro per il mondo, gli americani di J&R Gallo (400 milioni di bottiglie e 4 miliardi di dollari di fatturato) hanno già invaso il reparto vino di Carrefour e Leclerc con il loro Zinfandel, mentre gli australiani della Penfolds (Treasury Wines, quotata alla Borsa di Melbourne) si vantano con i giornalisti di aver venduto 300 bottiglie in due ore al centro commerciale di Levallois - Perret, a nord di Parigi. Senza dimenticare le bottiglie di Constellation Brands che qualche anno fa ha rilevato la Chianti Ruffino della famiglia Folonari e che potrebbe tentare qualche acquisizione anche qui in Francia. Insomma, è dura salutare il Vinexpo 2017 con un beneaugurante “A’ la santé”.

Copyright © 2000/2018


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2018

Pubblicato su

Altri articoli