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Italia Oggi

Le maschere del protezionismo … Mercati di Cina e Russia in espansione, ma per il made in Italy raggiungerli è ancora difficile... Muri fiscali, burocratici e tecnici frenano l’export di vino... Troppe barriere, non solo fiscali ma anche burocratiche e tecniche, bloccano lo sviluppo dell’export di vino italiano in mercati in forte espansione come quelli verso Cina e Russia. Di dazi e di ostacoli alla libera circolazione del vino, se ne è parlato venerdì al convegno “Sviluppo e barriere al commercio internazionale del vino: Ue - Russia - Cina”, organizzato da Faragri, Fondo paritetico interprofessionale nazionale per la formazione continua in Agricoltura, all’Accademia dei Georgofili in occasione della chiusura del 68° anno accademico dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino. “Le barriere non tariffarie sono diventate forme mascherate di protezionismo con conseguenze negative per l’economia globale e per gli stati che le attuano, perché innescano spirali protezionistiche dannose per tutti”, ha evidenziato Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini e titolare della cantina Marchesi di Barolo. Inoltre “il passaggio dal multilateralismo a logiche bilaterali degli accordi commerciali internazionali ha indebolito la spinta verso politiche di libero scambio su scala mondiale”. A calcare la mano sulla necessità di maggiore libertà nel commercio è anche Lamberto Frescobaldi. “Tutti i restringimenti che mettiamo in Europa costringono il consumatore del mondo a rivolgersi altrove. E poi non c’è bisogno di andare tanto lontano, anche nell’Ue a 28 non tutti i paesi hanno le stesse regole. Quando c’era il Mec, il mercato comune europeo, era più facile esportare all’interno della stessa Europa. Basti pensare alla sola dizione “contiene solfiti” che deve essere scritta in nove lingue diverse”. E poi ce la questione del reimpianto dei vigneti. “La legislazione che impedisce l’aumento della superficie vitata è un limite”. La questione è stata evidenziata anche da Piero Antinori. “Barriere sono anche gli impedimenti burocratici e normativi come il regime di reimpianto vigneti. Possiamo reimpiantare solo l’1% all’anno. Quest’anno l’Italia ha chiesto 150 mila ettari, sono stati concessi meno di 6 mila. Noi dei 150 chiesti ne abbiamo avuti 0,8. E questo va a tutto vantaggio del nuovo mondo che questi ostacoli non ce li ha e diventano sempre più competitivi” E conclude Antinori: “Dal 2008 si sono persi 138mila ettari di vigneti, con l’attuale regime ci vorranno 30 anni per recuperare”. Sulla competitività del vino italiano ha posto l’accento Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies. “Se la Francia presidia la Cina a da anni attraverso una pianificazione certosina, l’Italia si è fatta avanti tardi e spesso in maniera frammentata. Tanto che tutt’oggi i cinesi pensano che il vino europeo sia prodotto dalla Francia”.

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