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Italia Oggi

Ecco la Prosecco Generation ... È la generazione rappresentata in Germania dai giovani nati dopo il crollo del Muro... Essa volta le spalle alla birra e scopre i nostri vini... Non ho una cantina, ma in uno sgabuzzino conservo una bottiglia che non berrò mai. Forse, un giorno, i miei eredi potranno venderla all’asta. Me la regalò Helmut Kohl, con tanto di etichetta esclusiva, quando, una trentina di anni fa, mi invitò nel suo paesetto a Oggersheim, vicino a Ludwigshafen, in Renania Palatinato. Non voglio vantarmi. Invitò me e decine di altri colleghi della stampa estera accreditati a Bonn. Non l’ho mai stappata perché è un souvenir storico, e perché è di vino bianco, e sono sicuro che sia troppo dolce, come i vini del Reno. Tutti erano convinti che Kohl fosse un tipico tedesco, alto, grosso, in sandali e calzini corti, e che fosse un forte bevitore di birra. Invece preferiva il vino. Anche i suoi connazionali bevono sempre meno birra. L’anno scorso c’è stato un calo del 2,5%, per un totale di 93,5 milioni di ettolitri. Sempre tanto, mentre negli anni è aumentato il consumo di vino, oltre venti milioni di ettolitri. Solo Stati Uniti, Francia e Italia pro capite ne bevono di più. E il 45% preferisce alle bottiglie del Reno e della Mosella vini di importazione. Grandi intenditori? Forse ancora no. L’80% dei vini viene comprato al supermercato, e al discount, informa la Suddeutsche Zeitung. Superati i pregiudizi, non è detto che il vino offerto sia sempre di qualità mediocre, se non cattiva. Ad esempio, ho visto che il supermarket vicino a casa ha negli scaffali
il Corvo di Salaparuta. Non sarà un vino da sommelier con la puzza sotto il naso, però non è male.
“I discount hanno scoperto i vini”, dichiara al giornale di Monaco Monika Reule, direttrice del Weininstitut tedesco. In media, il cliente tipo compra al supermarket vini che costano 2,92 euro a bottiglia. Ma catene come Lidl o Aldi per attirare la clientela di fascia superiore mettono in catalogo anche vini di qualità. La Lidl ha offerto una bottiglia di Bordeaux, dolce per assecondare i gusti nazionali, al prezzo di 349 euro. È rimasta invenduta, anche in internet, ma è stata usata come specchietto per le allodole. Come dire, da noi trovate di tutto per tutti i gusti e tutte le borse. Si cerca di favorire la produzione nazionale, che è da anni in difficoltà. I produttori sono 17 mila, tremila in meno rispetto al 2010. Ma il prezzo medio, anche nelle vendite dirette in internet, è di 6,75 euro, troppo caro rispetto alla concorrenza internazionale. I tedeschi non sono snob e non si fanno ingannare dall’etichetta. Allo champagne preferiscono il nostro prosecco, di cui consumano cinque milioni di bottiglie all’anno. Un saggio porta il titolo Die Prosecco Generation, che indica i giovani rampanti nati dopo la caduta del Muro o poco prima. Al primo posto per l’import troviamo l’Italia con il 16%, seguita dalla Francia, nostra eterna rivale, con il 13. Non conduco indagini di mercato, ma uno dei miei amici a Berlino, mi ha spiegato: “Offrire un vino francese caro perché ha un’etichetta prestigiosa è di cattivo gusto. Cosa da snob. Meglio offrire un vino dal nome poco noto.
ma scoperto da noi in vacanza, in Italia”. Non l’ha detto per farmi piacere. Il 45%, come Helmut
Kohl, preferisce il vino bianco, con un aumento di due punti nell’ultimo anno. E amano il bianco profumato e dolce. Il Trocken, il secco, nella versione alla tedesca è già un demi-sec. Una volta per non offrire sempre vino italiano ai miei ospiti berlinesi, trovai un bianco made in Germany, garantito secco. Lo ricordo ancora perché aveva un nome indimenticabile: Gottesfuß, il piede di Dio. Non piacque a nessuno. Ma devo una rettifica finale al Bundeskanzler Kohl. Al paese suo, per ovvi obblighi nazionali, beveva il vino del posto, ma a Bonn e a Berlino i suoi locali preferiti erano italiani. E pasteggiava con un bel bianco secco del Veneto o della Toscana. Perfino siciliano. Sono un testimone oculare.

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