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La Guida Del Cibo / La Repubblica

Monferrato i colli della Barbera ... È finalmente diventata una provincia, il Monferrato, anche se nessuno ancora se n’è accorto. La fusione prevista tra quelle di Asti e Alessandria, infatti, ha riunito dopo secoli quello che l’uomo aveva separato: l’Alto e il Basso Monferrato ... Quel carducciano “esultante di castella e vigne, suoi di Aleramo”, il ducato che per gran parte del Medioevo, in continuo contrasto e in precario equilibrio con milanesi da un lato e piemontesi dall’altro, controllò le vie del sale e delle acciughe, l’accesso dalla Liguria e dal mare alla pianura Padana. E una distesa di morbide colline che si allunga da Asti a Casale e ad Acqui Terme, tra il Po e l’Appennino, e che rivaleggia con le più aspre e selvagge, e oggi più ricche e famose, Langhe. Insieme, Monferrato e Langhe, si sono candidate per far entrare i loro paesaggi collinari nel Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Se la risposta sarà positiva si saprà alla fine della primavera prossima. Carducci comunque non si era sbagliato: perché il Monferrato è, ancora oggi, prima di tutto, terra di vigne e di castelli. Trasformati, questi ultimi, in piccoli e meno piccoli alberghi di charme. Mentre le vigne si allungano sulle colline e ne coprono i versanti più ripidi e meglio esposti. Siamo nella terra di quella Barbera che ben si sposa con i cibi di questo territorio che, come e più delle Langhe, è la vera culla della cucina piemontese. La bagna cauda, prima di tutto, la”terribile”, salsa calda fatta di ingredienti poveri, di acciughe e aglio fusi nell’olio e che solo qui, ai confini tra la nebbia e il mare, poteva nascere. Piatto autunnale che si versa sull’orgia di verdure, quelle grandi che questo territorio dà, dal cardo gobbo al peperone. E si accompagna alla Barbera appunto, o quell’altro scontroso e quasi dimenticato vino monferrino che è il Grignolino. Gli agnolotti poi sono quelli quadrati, i veri agnolotti piemontesi, molto diversi dai plin (langaroli) che negli ultimi anni ne hanno “usurpato” la fama. E ancora i tajarin, da coprire, se il prezzo lo permette con il tartufo bianco: perché se ad Alba con una grande operazione di marketing, hanno saputo legare il loro nome alla “trifola”, è noto che molti dei tuberi migliori nascono qua, sulle colline di Murisengo, di Cocconato. Poi i piatti, il fritto misto, il bonet. E i prodotti di un’agricoltura e di un allevamento che, proprio a causa dei terreni collinari o di prima montagna, non è mai stata intensiva.
Nascono così,ad esempio, salami straordinari, creati con le parti migliori del maiale, perché qui di prosciutti se ne fanno pochi. Ancora: carni di capretti e agnelli morbidissime e i deliziosi formaggi nati dallo stesso latte che li nutre. Infine tra una cappella romanica e un santuario (da non perdere quello di Crea) si torna in cantina per un brindisi in quella Canelli che, a fine ottocento, è stata la patria della spumantistica italiana. E che ancora oggi con case come Gancia o Contratto tiene alto l’onore delle bollicine italiane.

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