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CRISI COVID

La ristorazione in ginocchio protesta con civiltà nelle piazze d’Italia, e chiede aiuti immediati

In 10.000 alla protesta Fipe-Confcommercio. Lino Stoppani: “non siamo untori e rivendichiamo il diritto di lavorare”

Lontana dalle scene di guerriglia che abbiamo visto in queste ore nelle città di tutta Italia, la protesta dei ristoratori italiani si fatta sentire con civiltà e rispetto delle regole, e anche per questo con una voce ancora più forte e chiara. Quella di oltre 10.000 persone che si sono riunite nelle 24 piazze allestite lungo tutta la penisola per esprimere i valori economici e sociali della ristorazione e dell’intrattenimento italiano. La chiusura anticipata di bar e ristoranti e le misure restrittive nei confronti di imprese di catering, banqueting e intrattenimento, rischia di essere il colpo di grazia ad un settore sull’orlo del baratro fallimentare.
Imprenditrici e imprenditori che, chiamati a raccolta da “Fipe - Confcommercio, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, hanno simbolicamente apparecchiato per terra, disponendo oltre 1.000 coperti rovesciati a ricordare alla politica lo stato di emergenza nel quale versa il settore della ristorazione con 300.000 posti di lavoro a rischio, 50.000 aziende che potrebbero chiudere entro fine 2020 e 2,7 miliardi di euro bruciati solo per effetto dell’ultimo decreto, e 41 miliardi di perdite complessive nell’anno del Covid, quasi la metà del giro d’affari 2019.
Protesta del tutto apolitica, pacifica e nel pieno rispetto delle regole, sottolineano gli organizzatori, a dimostrazione del grande senso di responsabilità che ha sempre caratterizzato gli imprenditori del settore.
“Noi oggi siamo a terra ma non ci arrendiamo - sottolinea il presidente Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani - prima della pandemia davamo da mangiare a oltre 11 milioni di persone ogni giorno e vogliamo continuare a farlo. Oggi ci viene chiesto di sospendere la nostra attività per senso di responsabilità e per contribuire a ridurre l’impennata dei contagi. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, pur sapendo che i nostri locali sono sicuri. Lo sappiamo perché lo dicono i dati e lo sappiamo perché nei mesi scorsi abbiamo investito tempo, risorse ed energie per renderli sicuri. Non siamo untori e rivendichiamo il diritto di lavorare”.
“Il Decreto Ristori approvato dal Governo - prosegue Stoppani - è un primo importante segnale che va apprezzato, ma dopo decine di provvedimenti che hanno avuto problemi a diventare realmente operativi, penso ad esempio ai ritardi della cassa integrazione, il fattore tempo è essenziale per recuperare un po’ di fiducia nelle istituzioni. Se le risorse promesse non arriveranno sui conti correnti degli imprenditori entro i primi giorni di novembre, il Paese perderà una componente essenziale dell’agroalimentare e dell’offerta turistica che da sempre ci rendono unici al mondo”.

Proprio per ribadire l’importanza del settore della ristorazione e dei pubblici esercizi in generale, i partecipanti alla manifestazione hanno imbracciato una serie di cartelli con impresse le loro parole d’ordine: dalle categorie professionali (cuochi, lavapiatti, bartender, sommelier, bagnini …) ai valori rappresentati (professionalità, accoglienza, ospitalità, passione …) ai numeri della crisi. Un modo per raccontare un mondo di saperi che rischia di perdersi.

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