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ARCHEOENOLOGIA

La Sicilia punta sui vitigni “reliquia”, antiche varietà recuperate pronte per andare in bottiglia

Inzolia Nera, Lucignola, Orisi, Usirioto, Vitrarolo e Recunu iscritte nel Registro Nazionale dei vitigni, ora attendono l’ok nei disciplinari
SICILIA, vino, VITIGNI RELIQUIA, Italia
La Sicilia scommette sui vitigni “reliquia”

Sono la punta dell’iceberg della biodiversità viticola siciliana. Si chiamano Inzolia Nera, Lucignola, Orisi, Usirioto e Vitrarolo e Recunu (l’unica a bacca bianca) i sei vitigni antichi che rafforzeranno ulteriormente con le caratteristiche organolettiche inedite dei loro vini l’identità vitienologica di quel “continente” vinicolo che è la Sicilia. Frutto del quindicinale progetto per la “Valorizzazione dei Vitigni Autoctoni Siciliani”, condotto dalla Regione Siciliana Assessorato dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea Dipartimento Regionale dell’Agricoltura, con l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel novembre scorso, attendono ora di essere autorizzati nelle Igt e nelle Doc per debuttare in bottiglia ed etichetta.
“Quando nel 2003 l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Sicilia affidò alle Università di Palermo e di Milano e all’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma il coordinamento scientifico e il monitoraggio delle azioni operative del Progetto di selezione clonale e di recupero dei vitigni antichi dell’Isola - racconta Attilio Scienza, luminare della ricerca in viticoltura ed enologia, che è stato uno degli attori della ricerca - pochi avrebbero scommesso che nel giro di qualche mese si sarebbe riusciti a identificare e caratterizzare fenotipicamente qualche migliaio di presunti cloni dei principali vitigni in coltura, ed una cinquantina di varietà, delle quali fino ad allora non si conosceva neppure l’esistenza. Lo studio dei vitigni reliquia, che sono molti di più dei sei registrati, ci ha consentito di ricostruire il pedigree della viticoltura siciliana che ha tra i genitori più importanti il Sangiovese e il Mantonico. Si tratta di un patrimonio importantissimo che ci sarà molto utile per fare fronte al cambiamento climatico in atto. Questi vitigni, infatti, hanno attraversato nel passato remoto periodi molto caldi e sono quindi una riserva genetica formidabile da valorizzare anche con le nuove tecniche di miglioramento genetico, quando Strasburgo supererà le resistenze attuali. Ora il lavoro deve proseguire con lo studio del loro comportamento nei diversi areali di coltivazione in Sicilia e con la selezione clonale”.

Il collegamento tra il progetto di ricerca e il mondo produttivo è stato suggellato dalla presenza di campi sperimentali dedicati ai vitigni antichi - e anche le varietà locali - in diverse aziende siciliane che ne hanno confermato le potenzialità e sono pronte a puntarci.

“Sono senza dubbio promesse per la viticoltura e l’enologia del futuro in Sicilia - sottolinea Alessio Planeta, alla guida della griffe Planeta - per due motivi. Dal punto di vista della promozione, perché suscitano molta curiosità essendo unici e su superfici limitate, e poi perché offrono l’opportunità di “tipicizzazione dei vini”, per usare un termine utilizzato dal Pastena. Oggi per fare un vino di un territorio specifico della Sicilia, andando oltre la denominazione regionale, i vitigni antichi e minori sono una opportunità straordinaria. Immagino che questi vitigni in blend con gli autoctoni regionali potranno restituire ai vini delle diverse aree geografiche una personalità specifica. Quindi vanno con pazienza lavorati e utilizzati senza necessariamente avere la pretesa di fare vini di chissà quale levatura. Ne ho provati diversi e tra quelli registrati, Vitrarolo e Lucignola sono una più interessante dell’altra. Si sente un poco il sangue del Frappato e del Nerello Cappuccio, ma soprattutto una diversità molto molto interessante”.

“Stiamo sperimentando le varietà reliquia da diversi anni - racconta Gaetano Maccarrone, direttore tecnico della storica Tasca d’Almerita - e ne abbiamo trovate alcune molto interessanti, perché hanno molte caratteristiche uniche che non si ritrovano nelle altre varietà né siciliane né italiane. Quindi sono di grande interesse. Dopo l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà, stiamo attendendo che la Regione Sicilia le autorizzi perché possano essere inserite nelle diverse Doc e quindi prodotte. In particolare abbiamo avuto buoni risultati con la Lucignola, come pure riteniamo che il Vitrarolo sia molto interessante. Ci siamo concentrati comunque sulle varietà a bacca rossa, perché la Sicilia ha già una vasta offerta di vini bianchi. Pensiamo di utilizzarli in una prima fase in purezza per capirli e apprezzarli nella loro unicità. Poi in futuro potrà essere interessante la possibilità di inserirli in blend con altre varietà”.

“Il campo sperimentale da noi è stato impiantato nel 2009 - spiega Antonino Santoro, della celebre Donnafugata - e i primi anni ci sono serviti per capire le potenzialità agronomiche ed enologiche di questi vitigni antichi. Anche noi in azienda abbiamo fatto microvinificazioni e ne abbiamo rilevato le elevate potenzialità. Il Vitrarolo in particolare ci ha dato grandi risultati dal punto di vista qualitativo in termini di colore, struttura e complessità del vino. Oltre ai nuovi cloni di varietà autoctone già registrati, come per esempio il Nero d’Avola, frutto dello stesso progetto di ricerca, sicuramente questi vitigni antichi troveranno spazio in futuro”.

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