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La Stampa

Una missione italiana indaga i successi del vino australiano. Il sottosegretario alle politiche agricole negli Usa ... In termini tattici militari quella che il sottosegretario alle politiche agricole Teresio Delfino, e il presidente dell’Enoteca d’Italia, Pierdomenico Garrone, hanno svolto nei giorni scorsi a New York si chiamerebbe missione di “osservazione e ascolto”. Dopo che i vini australiani hanno sorpassato seppur solo in termini di quantità e non di valore, i nostri sul mercato Usa Delfino, titolare della delega ministeriale per il settore vitivinicolo, ha valutato necessario un approfondimento sul posto per capire quali siano i motivi di flessione dell’export italiano e come rimediarvi. Per farlo, in occasione della presentazione della vendemmia 2004 ai maggiori importatori americani, il sottosegretario ha voluto recarsi nel cuore della “Grande Mela”, dove entro un anno presso l’istituto della cultura italiana, si aprirà una sede distaccata dell’Enoteca d’Italia e di Buonitalia, la società per la diffusione del made in Italy agroalimentare nel mondo. “Tra le principali cause che abbiamo messo a fuoco – spiega Delfino – c’è il caro euro, e il suo influsso sui prezzi, elemento che le aziende italiane esportatrici negli Stati Uniti non hanno sufficientemente valutato, per cui i rincari del vino italiano sul mercato Usa sono continuati. Partendo da questo presupposto bisogna che i vitivinicoltori abbiano grande attenzione a questo aspetto, arrestando la dinamica dei prezzi e rendendola prossima a zero in questa fase di difficoltà, come alcuni hanno già fatto bloccando i listini”. Diversa è la situazione per quanto riguarda il valore economico del vino italiano. La stima per i nostri prodotti è grande ed ora ulteriormente rafforzata dall’amicizia per il “Paese Italia” che è molto vicino agli Usa. Quindi c’è una disponibilità veramente forte per tutto quello che è il made in Italy, compreso in particolare il nostro vino, che si accompagna alla crescita degli Stati Uniti. E allora il primo dato è che noi dobbiamo puntare non tanto sui vigneti internazionali, perché rientrano nell’ambito di un’area di concorrenza in cui la qualità del vino tende ad omologarsi, ma sull’eccellenza rappresentata dai vitigni autoctoni”. Insomma i vitigni autoctoni come punta di diamante del nostro export vinicolo, nell’ambito di un’offerta particolarmente attenta all’”effetto euro” sui listini. Ma c’è anche un’azione di immagine da sviluppare: “Serve un grande impegno sulle comunicazione, sulla promozione – dice Delfino – che noi stiamo portando avanti con l’istituzione di società come Buonitalia, per l’agroalimentare in generale, e Enoteca d’Italia per quanto riguarda il vino. Quello che il made in Italy deve avere è una maggior coesione. Oggi, ci hanno fatto notare gli operatori Usa, c’è una promozione e troppo disarticolata tra Regioni, città e vari altri soggetti. Quindi un "made in Italy" che si presenti al mondo dei consumatori americani in modo sinergico, collettivo, efficace con stretti collegamenti tra moda, design e tutte le eccellenze del nostro paese. Vino in prima fila”.
Una linea a cui il Pierdomenico Garrone aggiunge la conclusione: “Dobbiamo rispondere alla concorrenza dei nuovi competitors vitivinicoli con quella qualità che distingue i nostri prodotti in tutto il profilo della sicurezza alimentare”. (arretrato de "La Stampa" del 26 settembre 2O04)

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