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La Stampa

Vino in Usa: la sfida è sui prezzi. Meno “grandi firme”, cresce la voglia di novità. Guadagna terreno chi riesce a proporre al pubblico buone bottiglie a non più di 25 dollari ... Dopo un decennio di crescita costante delle esportazioni e superata la battuta d’arresto del 2003, il vino italiano recupera terreno ma deve fare i conti con la crisi mondiale e con le richieste degli acquirenti, che premiano la convenienza del rapporto qualità-prezzo e i prodotti con listini medio-bassi. Una strategia che passa anche per un’energica tutela nell’ambito comunitario. E’ notizia recente che la Commissione Europea deferirà la Svezia davanti alla Corte di Giustizia perché impone tasse sul vino più alte di quelle sulla birra, assicurando un'impropria protezione al prodotto locale. Ma l’attenzione è concentrata soprattutto sugli Stati Uniti, strappati al primato francese e diventati il nostro primo mercato: il 31,2% dei consumatori americani acquista vini italiani e l’export, nei primi sei mesi dell’anno, ha raggiunto 400 milioni di euro. Nell’alta ristorazione, in particolare, il made in Italy registra il 15,5% del totale, mentre la domanda di vini francesi è scesa dal 16,7% al 14,1%. Capire le tendenze ed esaudire le richieste di oltre 200 milioni di possibili clienti è importante soprattutto perché, a giudizio dell’Assoenologi, è difficile ipotizzare un incremento apprezzabile dei consumi interni e quindi la competitività si giocherà nell’immediato futuro proprio sulla capacità di individuare e conquistare spazi all’esterno. Dove l’insidia è rappresentata dai “soliti noti”, Spagna e Australia, che moltiplicando vigneti e produzione e miniaturizzando i prezzi, conquistano sempre nuovi spazi. Per trarre indicazioni utili ai produttori nei giorni scorsi Veronafiere, in collaborazione con la Society of Wine Educators (Swe) e con Wine & Spirits Magazine, ha organizzato al Biltmore Hotel di Miami e al Palace Hotel di San Francisco il “Vinitaly Us Tour”, una serie di seminari, workshop e degustazioni dedicati ad un migliaio tra importatori, retailer, ristoratori, giornalisti della stampa specializzata e opinion leader. Molti e interessanti i dati raccolti, a partire dall’aumento negli Usa degli acquisti di vini fino a 25 dollari, con un crescente interesse verso prodotti sempre più diversificati. Tramontati, almeno in larghe fasce di pubblico, i vini “di culto” cresce la voglia di sperimentare nuovi sapori, anche sconosciuti, purché di prezzo adeguato. Insomma, lo Syrah al posto del Chianti Classico, ad esempio, con una predilezione per gli eccellenti ma finora non internazionali vini rossi del Sud come il Montepulciano d’Abruzzo, il Nero d’Avola e il Primitivo. Si tende anche a scegliere nomi già familiari perché coltivati in loco ed ecco perché il Pinot Grigio ha spodestato il Sauvignon Blanc dal secondo posto dei vitigni più popolari, grazie ai vini provenienti dall’Oregon e dalla California, ma anche dall’Italia. Regionalizzazione è una delle parole chiave del nuovo marketing suggerito, insieme a flessibilità. Legare un brand a una regione piuttosto che a una varietà potrebbe essere un punto di forza a lungo termine; al posto di una versione meno cara della propria varietà di punta la mossa vincente.

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