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La Stampa

Bottiglieria addio. Arriva l’outlet ... Lo si sente ripetere da anni: vino e moda camminano a braccetto e, così come per l’abbigliamento gli “outlet” sono stati d’aiuto a rilanciare le vendite, anche le aziende vinicole ora tentano questa strada. In Italia i primi due megastore dove si potranno acquistare bottiglie di qualità a prezzi stracciati stanno per aprire i battenti: il primo a debuttare, in maggio, sarà il “Symphosium Wine Outlet”, a Chiuduno nel Bergamasco, e, a giugno, toccherà al “Wineout” di Rovereto, in Trentino. Il meccanismo è semplice: i produttori venderanno direttamente a questi superempori i loro vini, mantenendo i listini prossimi al prezzo proposto “franco cantina” e la macchina commerciale degli outlet, fidando sulla mole del giro d’affari, li offrirà al pubblico con ricarichi nell’ordine del 10%. Insomma, il nemico da battere è quel “caro vini” che viene indicato come la principale causa di flessione del settore. Non è tanto il prezzo della bottiglia all’origine che i consumatori contestano, bensì i ricarichi che vengono applicati man mano che la catena commerciale si dipana. In un’indagine, diffusa da Adnkronos, si calcola che una bottiglia di vini di buon livello medio costi, nella cantina di produzione, 3,5 euro, ma al ristorante venga proposta con un ricarico che tocca il 250%. In un negozio di alimentari la stessa bottiglia arriva a costare il 50% in più del prezzo base, in enoteca il 35%, per scendere al 20% in un supermercato, al 18% in un ipermercato e al 13% in un discount. Quindi un grande punto di vendita che limita il ricarico al 10% dovrebbe avere ottime possibilità di successo. D’altronde al di là degli oceani si sono già accorti da un pezzo che per vendere sono necessarie soluzioni nuove. Così in Australia sono nati i “cleanskins”, vini di buona qualità, in surplus, che i produttori commercializzano senza nuocere all’immagine aziendale, mettendogli sul mercato in offerta speciale, senza alcun’altra informazione se non la denominazione di vitigno, l’annata di produzione e il grado alcolico. Sulla stessa linea, negli Stati uniti, ci sono “lifestyle brands” e un “fun wines”, vini a denominazione di vitigno venduti non oltre i 10 dollari la bottiglia con etichette dall’immagine scanzonata.
Ora l’Italia prova con l’outlet. Ma come viene accolta questa novità dai protagonisti del settore? Inevitabile la spaccatura fra favorevoli - come il wine-maker Gelasio Gaetani Lovatelli d’Aragona o Franco Ricci, presidente dell’Ais Lazio - e contrari - come Angelo Gaja, re del Barbaresco, o Emilio Pedron, amministratore delegato del Gruppo Italiano vini - mentre altri, pur guardando con differenti angolature al fenomeno vedono come discriminante il modo in cui questa nuova forma di vendita sarà realizzata. “Indubbiamente è un esperimento importante - commenta Piero Mastroberardino, presidente di Federvini. Ma non bisogna prendere troppo alla lettera il parallelo tra vino e moda dell’abbigliamento: la gestione degli stoccaggi richiede logiche e professionalità totalmente differenti”. Anche Gianni Zonin, il maggior produttore vinicolo italiano, sottolinea il discorso della professionalità necessaria a gestire un’operazione del genere, per il resto tutto bene: “E’ un segnale interessante, dimostra a che livello sia l’attenzione del consumatore su qualità e prezzi di un prodotto ormai non solo di moda, ma parete integrante di uno stile di vita e di gusto”. Più cauto Stefano Cinelli Colombini, firma storica del Brunello: “Siamo tutti alla ricerca di qualcosa di nuovo, ma, ad esempio, l’esperienza delle vendite su Internet non ha funzionato. Le aziende lavorano attraverso una rete commerciale che non si può mettere di colpo fuori mercato”. Lamberto Gancia guarda oltre: “Avvicinarsi al pubblico è sempre una buona cosa e credo che il livello professionale di questi nuovi punti commerciali sarà curato a sufficienza. Non dimentichiamo che il consumatore si è evoluto e che nel mondo, Francia compresa, la maggior parte del vino si vende nei supermercati”.

I rossi? Non sono capi firmati

Da tempo ritengo che il buon vino non sia più un alimento fondante nella nostra alimentazione quotidiana, ma sia entrato in una logica di consumo legata al piacere, alla soddisfazione e alla convivialità. Sono dell’idea che bisogna dare il giusto valore al prodotto, facendo attenzione a considerarlo per quello che è. Il vino è il risultato di un processo complesso: bisogna avere rispetto del lavoro di tutta la filiera. Si pensi all’impegno del vignaiolo che con la sua accortezza riesce a ottenere il meglio dalla vigna. Stessa importanza ha il vinificatore (figura che spesso coincide con il vignaiolo), tenuto a onerosi investimenti in cantina. Anche chi commercializza il vino gioca un ruolo di rilievo, sia esso ristoratore, sommelier o enotecaro. Con la stessa determinazione con cui in passato ho combattuto gli eccessi, oggi, oppongo le mie perplessità di fronte a quello che giudico un abbattimento indiscriminato dei prezzi. Quando il prezzo si abbassa troppo si mortifica la qualità e qualcuno all’interno della filiera rimane ingiustamente penalizzato.
Ci tengo ad aggiungere che non sono per nulla entusiasta del fatto che il vino segua lo stesso destino dei capi firmati venduti negli outlet. In questo modo si spinge il vino a diventare uno status symbol, ma è cosa che non appartiene alla mia cultura. Credo che ci siano altri modi per garantire una giusta remunerazione a tutti gli operatori che si occupano di vino. In questo contesto, enoteche e ristoranti possono assolvere a un ruolo educativo, nella direzione di un consumo equilibrato nella quantità e nei costi. Anche loro devono contribuire alla formazione di un prezzo delle bottiglie che conservi una qualche attinenza con la realtà In questo senso, non ha aiutato la moda di molti ristoranti di adottare carte dei vini sproporzionate rispetto alle loro reali esigenze. Il gigantismo delle cantine ha un costo che si riflette sul prezzo di ogni singola bottiglia che viene servita. Guardo con simpatia all’esperienza consolidata nel mondo anglosassone di portarsi la bottiglia da casa. E’ il riconoscimento del “diritto di tappo”: l’avventore arriva con la propria bottiglia e paga solo il servizio. La soluzione migliore, quella che garantisce risultati certi, è però ancora più semplice: un po’ di buon senso, da parte di chi vende e di chi compra, tante volte non guastasse.

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