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La Stampa

L'Ue punta il dito sui vigneti di troppo. Rischio di espianto per 400mila ettari ... Nel mondo si produce un mare di vino: almeno 300 milioni di ettolitri, ma ne beve «solo» l'80 per cento o poco più. Il resto va a pesare sul mercato delle eccedenze che è soprattutto europeo. La Ue produce infatti il 60 per cento del vino mondiale. Da tali maxi cifre è partita Mariann Fischer Boel, la bionda liberale danese, commissario Ue all'Agricoltura, per illustrare la bozza di drastica riforma del settore, già percorso dalle recenti polemiche sulla liberalizzazione dell'uso dei trucioli, come già fanno americani e australiani, per ridurre costi e tempi dell'invecchiamento in botte.

E' l'atteso «Ocm vino» illustrato in questi giorni con l'obiettivo di arrivare a riequilibrare il mercato entro il 2010. In estrema sintesi la Commissione ha calcolato che bisognerà arrivare ad espiantare 400 mila ettari di vigne in cinque anni, su un totale di 3,4 milioni di ettari coltivati nell'Europa a 25. Si propone un premio da 6000 euro ad ettaro, ma si chiude completamente il rubinetto delle distillazioni di sostegno e di crisi per frenare quella viticoltura «assistita» che produce non per il mercato, ma solo per ottenere i contributi. Abolito anche ogni aiuto allo zuccheraggio (compresi gli Mcr, mosti concentrati rettificati).

«Sono misure che dobbiamo discutere e cercare di modulare alle nostre specifiche esigenze ha commentato l'assessore regionale all'Agricoltura del Piemonte Mino Taricco - perché è ovvio che la viticoltura di qualità di collina merita attenzioni diverse dalle estensioni massificate di altre regioni e altri stati». La soluzione secondo Taricco non è però semplicemente dire no, ma trattare e giocare sulle alleanze europee.

Il progetto Ocm vino semplifica anche la piramide delle denominazioni creando due grandi categorie: vini a indicazione geografica, comprese le attuali doc e docg e vini senza indicazione. «Ci lascia molto perplessi la possibilità di indicare anche per i vini da tavola il vitigno e l'annata - analizza Giorgio Ferrero, presiente piemontese della Coldiretti - Il nome del vitigno non è protetto e quindi potremmo trovarci marchi aziendali anche da fuori Europa che confonderanno i consumatori.

Lo scontro è tra chi considera la viticoltura fortemente legata al territorio e chi la vive come «impresa e marchio» con logiche precise di prodotto da vendere sul mercato.
La commissaria, già in aprile durante la visita al Vinitaly di Verona aveva parlato chiaro: «Nonostante il nostro retroterra storico e la qualità di moltissimi vini europei, il settore vitivinicolo deve affrontare gravi problemi. I consumi scendono e le esportazioni dai paesi del Nuovo Mondo stanno invadendo il mercato. Spendiamo troppi soldi per smaltire eccedenze, anziché rafforzare la qualità e la competitività. Norme troppo complesse frenano i produttori e confondono i consumatori. Il sostegno del settore assorbe ogni anno un miliardo e duecento milioni di euro comunitari ritengo che questi soldi vadano spesi in maniera più intelligente. Abbiamo davanti a noi la grande opportunità di ridare al vino europeo il posto di eccellenza che merita: non sprechiamola"
Parole pesanti, pronunciate in un paese come l'Italia che da solo rappresenta il 18% della produzione mondiale e il 30% di quella comunitaria. Un primato che condividiamo, testa a testa, con la Francia. Logico quindi che ogni mossa di Bruxelles susciti commenti immediati in settore che, come ha ricordato il presidente Piero Mastroberardino, alla recente assemblea della Federvini (Confindustria) esporta oltre 3 miliardi di euro «un record che fa onore alle nostre produzioni». La crescita in quantità e valore è ottenuta dal lavoro di migliaia di aziende piccole medie. L'aspetto delle dimensioni aziendali è stato messo in evidenza anche da una recente indagine di Mediobanca che ha studiato i bilanci di 82 società operanti nel settore. Ne esce un quadro di «dinamico nanismo» e rapportato ad altri comparti o a imprese vitivinicole di altri paesi. Sono infatti ufficialmente solo due le imprese italiane che superano i 200 milioni di euro di fatturato e sono entrambe cooperative. Per fare un paragone la holding multinazionale Costellation arriva ai 3,5 miliardi di euro, ottenuti per il 75% nel comparto vitivinicolo. La classifica italiana per società è guidata con 264 milioni di euro (fatturato 2005) dalla Caviro di Faenza, il sistema di cooperative che produce tra l'altro anche il Tavernello. Segue a quota 258 il Giv, Gruppo Italiano Vini che da Verona controlla aziende dal Piemonte alla Sicilia. Al terzoposto c'è con 161 milioni la Cavit altra maxi cooperativa trentina che da tempo si muove sul mercato nazionale internazionale. La prima impresa «privata» è la Antinori con 115 milioni di euro.

La storica aziende fiorentina guidata dal marchese Piero Antinori supera di poche centinaia di migliaia di euro il fatturato della Ferdinando Giordano, il colosso albese specializzato nelle vendite di vini e prodotti tipici per corrispondenza.

Che la realtà italiana sia ritagliata sulle specificità regionali è confermato anche dalla scarsa propensione ad aggregarsi. Tra le 50 operazione finanziarie più importanti in valore degli ultimi otto anni entra nella classifica mondiale di settore solo l'acquisizione di «Barbero 1891» da parte della Campari. Il colosso milanese degli aperitivi è entrato nel comparto spumanti con il nuovo stabilimento a Novi Ligure e produce ora anche con i marchi Riccadonna e Cinzano.

E' significativo che Campari sia anche il solo titolo dei brindisi quotato alla Borsa di Milano (con una performance da inizio anno del 22%). Ma da questo punto di vista gli analisti mormorano da tempo di interessanti possibilità di ingresso di altri marchi in grado di stuzzicare l'interesse degli investitori.

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